Vento Del Nord. I Bellocco Oltre La Piana Di Gioia Tauro

Umberto Bellocco
(I LINK AI DOCUMENTI ALLEGATI SI TROVANO IN FONDO ALL'ARTICOLO)

La mappa della ‘ndrangheta non è fatta solo di silenzi, mimetismo e affari finanziari sottotraccia; è alimentata anche da tensioni interne deflagranti, faide sanguinarie, armi clandestine e una gestione spregiudicata del narcotraffico internazionale. L’indagine e l’operazione “Vento del Nord” — che ha smantellato la cellula del clan Bellocco attiva tra Rosarno e l’Emilia-Romagna (con epicentro a Bologna) — rappresentano sotto questo punto di vista un osservatorio privilegiato. Scavando tra le carte dell’inchiesta, emerge un quadro criminale ad alta tensione, in cui la cosca si trova a fronteggiare non solo la pressione dello Stato, ma anche minacce mortali interne ed esterne, come quella mossa dagli Amato.

La sfida armata: la vendetta e le minacce di morte dei fratelli Amato

Uno dei capitoli più tesi e rivelatori emersi nel corso delle indagini riguarda lo scontro frontale tra i Bellocco e la famiglia Amato. Gli Amato ritenevano apertamente i Bellocco responsabili dell’uccisione di alcuni loro congiunti (tra cui Cosimo e Mario Amato), un torto di sangue che pretendeva una risposta o che rischiava di far implodere gli equilibri criminali della Piana.

La contrapposizione toccò punte di estrema gravità quando Francesco Amato decise di sfidare apertamente i vertici della cosca, e in particolare il boss Carmelo Bellocco (classe 1956). Con una serie di messaggi e intimidazioni dal tenore inequivocabile, Amato promise una vendetta feroce, arrivando a minacciare i membri del clan con proclami agghiaccianti del tipo: «Vi ammazzo, uno al giorno». Questa aperta ribellione costrinse i vertici dei Bellocco — come documentato nei summit intercettati del 2009 — a convocare riunioni d’urgenza (tra cui quella a cui partecipò anche il giovane reggente Domenico Bellocco, alias Micu u Longu) per decidere come neutralizzare il pericolo, bilanciando la necessità di rispondere con la forza e l’esigenza di non disperdere energie mentre si gestivano maxi-affari illeciti su scala nazionale.

Il grande business: il narcotraffico e la gestione dei capitali

Se le estorsioni “ordinarie” (i ratei mensili imposti a commercianti e imprenditori locali) e l’usura garantivano il controllo capillare e la sussistenza quotidiana del clan, il vero motore finanziario della cosca Bellocco era rappresentato dal narcotraffico internazionale.

Le indagini di “Vento del Nord” hanno svelato come la cosca non fosse un’associazione improvvisata, ma un vero e proprio cartello transregionale in grado di movimentare e importare enormi quantitativi di cocaina. La gestione materiale e strategica di queste immense partite di denaro e droga faceva capo direttamente al vertice operativo, con Micu u Longu (Domenico Bellocco cl. ’77) investito del ruolo di cassiere e collettore generale. I proventi del narcotraffico non venivano accumulati passivamente: venivano sistematicamente immessi in circuiti di riciclaggio e reinvestiti in attività economiche, immobiliari e commerciali (come la celebre vicenda del supermercato Essetre, capace di fatturati milionari in pochi mesi, o le infiltrazioni in società di servizi e call-center nel Nord Italia, come la Blue Call emiliana).

La rete delle armi e la forza militare

Un clan della ‘ndrangheta con il peso specifico dei Bellocco non può prescindere da una dotazione militare all’altezza dei propri traffici. Accanto ai capitali e alle attività di facciata, l’operazione ha confermato la costante disponibilità di armi clandestine, funzionali sia alla difesa del territorio e dei boss contro rivali agguerriti come gli Amato, sia all’imposizione del vincolo mafioso attraverso la forza dell’intimidazione. La detenzione di armi da fuoco, l’uso costante di cautele estreme, il ricorso a un linguaggio rigorosamente allusivo durante le intercettazioni (per evitare che i riferimenti a carichi di droga, estorsioni o armi potessero decifrare chiaramente i reati) dimostrano l’elevato livello di professionalità criminale raggiunto dalla consorteria.

Gli esiti giudiziari e la proiezione nordica

Il combinato disposto di estorsioni, traffico di stupefacenti, tensioni di sangue con gli Amato e tentativi di colonizzazione economica ha trovato una risposta ferma nelle aule di giustizia. Il processo scaturito dall’operazione “Vento del Nord” ha portato a condanne pesantissime: nel maggio 2014 (con i tronconi definitivi successivi), lo zoccolo duro della famiglia è stato decimato con pene severissime — tra cui 14 anni di reclusione a Carmelo Bellocco e 10 anni a Domenico Bellocco, oltre alle condanne inflitte ad altri rampolli e fiancheggiatori della dinastia.

Nonostante i duri colpi giudiziari, la storia criminale dei Bellocco emersa da “Vento del Nord” rimane la radiografia perfetta di una ‘ndrangheta camaleontica: capace di maneggiare il tritolo e le pistole per regolare i conti con i nemici giurati (come gli Amato), di inondare i mercati di cocaina e, contemporaneamente, di ripulire miliardi di euro infiltrandosi silenziosamente nel tessuto produttivo del Nord Italia.

La parabola di Totò Bellocco

Tra i protagonisti assoluti dell’inchiesta e del processo “Vento del Nord” figurava anche Antonio Bellocco, noto come Totò (figlio di Giulio e pronipote del capobastone storico Umberto). Arrestato da giovane e formalmente incensurato all’epoca dei fatti, Bellocco scelse il rito abbreviato, subendo una pesante condanna definitiva a 9 anni di reclusione per associazione mafiosa e reati aggravati. Scontato il debito con la giustizia legato alle radici criminali calabresi, il suo nome è tornato prepotentemente al centro delle cronache giudiziarie e nazionali in un contesto del tutto inaspettato: quello degli affari e del tifo organizzato milanese. Trasferitosi al Nord e inseritosi nei vertici della Curva Nord dell’Inter, Antonio Bellocco è stato tragicamente ucciso il 4 settembre 2024 a Cernusco sul Naviglio a coltellate da Andrea Beretta, all’epoca capo ultrà nerazzurro, in seguito a una violenta lite legata alla gestione dei lucrosi business collaterali allo stadio. Una parabola criminale che, partendo dall’indagine “Vento del Nord” e culminando nell’operazione “Doppia Curva”, ha confermato la pericolosa e ininterrotta capacità di proiezione della ‘ndrangheta calabrese nei tessuti economici e sociali del Nord Italia.

Antonio Bellocco
Antonio “Totò” Bellocco

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