La vicenda nota come “Trattativa Stato-mafia” non è solo un caso giudiziario, ma una ferita profonda nella storia della Repubblica Italiana. Per anni, i tribunali hanno cercato di definire i confini tra dovere investigativo, realismo politico e cedimento criminale in uno dei periodi più bui del Paese: il biennio stragista 1992-1993.
La Rottura: Il Maxiprocesso e l’ira dei Corleonesi
Il sistema di convivenza tra Cosa nostra e la politica italiana che a lungo aveva fatto la fortuna della Democrazia Cristiana – la corrente andreottiana, si intende – si incrinò definitivamente con il Maxiprocesso di Palermo. L’impegno instancabile di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, supportati dal pool guidato da Antonino Caponnetto, portò a condanne pesanti che scardinarono il mito dell’impunità e che misero Cosa Nostra con le spalle al muro.
Quando la Cassazione, il 30 gennaio 1992, confermò l’ergastolo per i vertici mafiosi (grazie anche all’estromissione del giudice “ammazzasentenze” Corrado Carnevale), il capo di Cosa Nostra, Salvatore Riina, decise di dichiarare guerra allo Stato. Il primo bersaglio fu Salvo Lima, il potente esponente della Democrazia Cristiana siciliana, ritenuto colpevole di non aver garantito l’aggiustamento del processo. La sua morte, il 12 marzo 1992, segnò la fine dell’intermediazione politica tradizionale e l’inizio del ricatto armato (e di fatto, la fine della prima repubblica, che di lì a poco sarebbe caduta – insieme ai socialisti di Bettino Craxi – sotto i colpi giudiziari di Mani Pulite).
Il Progetto di una “Trattativa”
Ma il potere in Italia non si molla senza combattere, anche a costo della vita – degli altri, si intende. Dopo l’omicidio Lima, figure centrali della politica siciliana, come l’onorevole Calogero Mannino, apparivano terrorizzate. Mannino si rivolse al generale dei Carabinieri Antonio Subranni, comandante del ROS, temendo di essere il prossimo obiettivo. In questo clima, uomini del ROS, tra cui il colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno, intrapresero una strategia non convenzionale: cercare un canale con Vito Ciancimino, l’ex sindaco di Palermo legato a doppio filo ai mafiosi corleonesi, per salvare il salvabile.
L’incontro avvenne con l’obiettivo ufficiale di ottenere informazioni, ma la realtà si trasformò rapidamente in una negoziazione. La mafia, attraverso la mediazione di Ciancimino, presentò il celebre “Papello”: una lista di richieste che includeva la revisione del regime carcerario 41-bis e benefici normativi, in cambio della fine degli attentati.
Le Stragi e il “Muro”
Il 23 maggio 1992, la strage di Capaci portò alla morte di Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e degli agenti di scorta. Poche settimane dopo, il 19 luglio, la strage di via D’Amelio uccise il suo amico e collega Paolo Borsellino.
Molti collaboratori di giustizia, tra cui Giovanni Brusca e Salvatore Cancemi, hanno testimoniato che l’uccisione di Borsellino subì un’accelerazione deliberata: il magistrato era diventato un ostacolo insormontabile, poiché si era accorto dell’esistenza di contatti tra il ROS dei Carabinieri e i mafiosi. La sua agenda rossa, contenente intuizioni decisive, sparì nel nulla, alimentando il sospetto che la sua sparizione servisse a proteggere segreti inconfessabili.
La Fase Politica: Da Amato a Ciampi
Con l’arresto di Riina nel gennaio 1993, la strategia stragista non si fermò, ma si spostò sul “continente” (Firenze, Milano, Roma), sotto la regia di Leoluca Bagarella, Matteo Messina Denaro e i fratelli Graviano. Le bombe agli Uffizi (maggio 1993) e in via Palestro (luglio 1993) servirono a fare pressione sul governo per la revoca di oltre 300 provvedimenti di 41-bis, che il ministro della Giustizia Giovanni Conso scelse di non rinnovare in quel periodo.
La transizione politica verso la “Seconda Repubblica” vide inoltre l’emergere di nuovi attori. Collaboratori come Gaspare Spatuzza hanno in seguito dichiarato che i fratelli Graviano si vantavano di contatti con Marcello Dell’Utri e, tramite lui, con Silvio Berlusconi, in vista della nascita di Forza Italia, promettendo “stabilità” in cambio di soluzioni ai problemi giudiziari di Cosa Nostra.
Il Verdetto della Cassazione (2023)
Il processo ha attraversato anni di sentenze contrapposte. Se nel 2018 la Corte d’Assise di Palermo aveva condannato i vertici istituzionali (Mori, Subranni, De Donno e Dell’Utri) per minaccia a corpo politico dello Stato, la Corte d’Appello (2021) e, infine, la Cassazione (2023) hanno ribaltato il quadro:
Assoluzione per gli ufficiali del ROS: Non vi fu intenzione dolosa di minacciare lo Stato, ma una condotta finalizzata a prevenire le stragi.
Prescrizione per i boss mafiosi: I mafiosi furono riconosciuti come autori della minaccia, ma il reato fu dichiarato estinto per il decorso del tempo.
Il Dissenso
La sentenza ha lasciato un profondo solco. Magistrati come Nino Di Matteo hanno espresso sconcerto, sostenendo che riconoscere la “trattativa” come fatto storico, ma non punibile, crei un vuoto di verità. Il timore dei critici è che l’aver assolto le istituzioni legittimi, in futuro, l’idea che per “salvare il Paese” dallo stragismo si possa scendere a patti con il crimine organizzato, mettendo in discussione i principi di legalità che Falcone e Borsellino avevano difeso con la propria vita.
La storia della Trattativa Stato-mafia resta, dunque, una ferita non rimarginata, un monito costante su quanto sia sottile e pericoloso il confine tra le ragioni dello Stato e le logiche del compromesso.

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Trattativa Sentenza Palermo 20 04 2018 Rg 1-2013 Part 3