Roma Diabolika

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L’agguato al Parco degli Acquedotti e la morte di Diabolik

Il 7 agosto 2019, nel tardo pomeriggio romano, si consuma l’omicidio che ridefinisce i rapporti di forza all’interno della malavita della Capitale. Intorno alle ore 18:40, Fabrizio Piscitelli, noto alle cronache come “Diabolik” o “Diablo”, si trova seduto su una panchina all’interno del Parco degli Acquedotti, nella zona di via Lemonia. L’agguato viene preparato nei minimi dettagli strategici da una regia occulta: è Alessandro Capriotti, detto “Il Milionario” o “Sandro il Fornaio”, ad aver fissato l’appuntamento-trappola con la vittima, convocandola in quel punto isolato. Mentre Piscitelli attende, un uomo travestito da runner si avvicina alle spalle e gli esplode un micidiale colpo di pistola alla testa, freddandolo all’istante. L’esecutore materiale viene identificato in Carmelo Musumeci, alias Raul Esteban Calderon, mentre l’intera architettura dell’agguato gode dell’assenso preventivo e determinante dei vertici mafiosi. Subito dopo lo sparo, il panico investe i presenti, tra cui il socio storico di Piscitelli, Fabrizio Fabietti, il quale, a bordo della sua Smart parcheggiata nei paraggi, assiste alla scena, compie una manovra disperata in retromarcia e fugge terrorizzato verso il Grande Raccordo Anulare, intimando a chi incontra di dire alla polizia di non averlo visto.

Le vendette trasversali e il ruolo del “Principe Nero”

L’omicidio di Diabolik non chiude la contesa, ma innesca una spirale di piombo e una feroce guerra intestina tra le batterie criminali romane. Nonostante il clima di profonda soggezione imposto dai vincitori, la fazione vicina a Piscitelli — composta da ultras legati agli Irriducibili e da una fitta rete di sodali albanesi capeggiati da Elvis Demce e Petrit Bardhi — cova fin da subito propositi di vendetta armata. Al centro di questi tentativi si muove la figura singolare e inquietante di Matteo Costacurta, un soggetto border line soprannominato il “Principe Nero”, noto negli ambienti altolocati per la sua passione per il gioco del polo e, al contempo, per i suoi legami con la criminalità più violenta e l’estrema destra. Costacurta si attiva immediatamente per organizzare una risposta armata, offrendosi come braccio armato e pianificando l’eliminazione dei reali responsabili dell’agguato. La furia vendicativa si traduce concretamente nel tentato agguato ordito contro Leandro Bennato, consumato in via di Boccea il 14 novembre 2019, dimostrando come l’omicidio di Piscitelli avesse aperto una pericolosissima voragine di vendette incrociate.

Le motivazioni profonde: il controllo del territorio e la rottura economica

Il movente che ha decretato la condanna a morte di Piscitelli affonda le sue radici nella gestione del lucroso mercato del narcofraffico, nel recupero crediti – al quale si dedicava sempre più attivamente Diabolik – e soprattutto, nella violazione delle regole finanziarie imposte dal clan Senese. Chiunque gestisse piazze di spaccio o facesse affari sfruttando il nome e la protezione della famiglia era tenuto a versare una quota cospicua dei proventi illeciti. A differenza di altri sodali che versavano regolarmente fino a ventimila euro mensili, Fabrizio Piscitelli e il suo socio Fabrizio Fabietti corrispondevano una “stecca” irrisoria, stimata tra i duemila e i tremila euro. Questa riluttanza, unita alla volontà di Diabolik di espandere autonomamente i propri traffici e di scontrarsi con i gruppi emergenti di Giuseppe Molisso e Leandro Bennato nella zona della Tuscolana, rese la sua posizione insostenibile. L’omicidio ha così perseguito un duplice obiettivo: eliminare un concorrente scomodo e ribadire con la formula perentoria “o paghi o muori” l’obbligo assoluto di sottostare alle regole economiche del sodalizio.

Chi sono i Senese, le alleanze storiche e l’autonomia criminale

Al vertice di questo sistema si erge il clan Senese, una stabile struttura mafiosa radicata a Roma da oltre trent’anni, guidata con polso ferreo da Michele Senese, detto “O’ Pazzo”, originario di Afragola. La forza intimidatrice del sodalizio — ramificato nei settori del narcotraffico e del controllo del territorio, in particolare tra le aree sud-est e nord-ovest di Roma — deriva da un prestigio criminale autonomo, costruito nel tempo e riconosciuto persino dalle altre grandi mafie tradizionali. Storicamente, le origini di Michele Senese e del cognato Antonio Gaglione erano legate al clan Moccia, potente sodalizio camorristico originario di Afragola e attivo tra la Campania e il Lazio; tuttavia, l’indagine chiarisce che la forza intimidatoria dei Senese non discende dai Moccia, ma dalla propria autonoma e consolidata fama criminale. A conferma di tale caratura, l’ordinanza ricorda un episodio emblematico risalente al periodo di detenzione di Michele Senese presso la comunità di Sant’Alessandro (2011-2012): Bruno Gallace, esponente apicale della ‘ndrangheta calabrese (dotato della “dote del Padrino”), si recò personalmente da Senese per dirimere un contrasto privato, saltando la fila e riconoscendone inconfutabilmente l’assoluto valore criminale.

Il riciclaggio dei capitali: ristoranti, bisteccherie e ramificazioni economiche

L’ordinanza non si limita a scandagliare i traffici di droga e gli agguati, ma svela la complessa capacità della mafia romana di infiltrarsi nell’economia legale attraverso il reimpiego e il riciclaggio dei capitali illeciti. Un ruolo chiave in questo settore è ricoperto dai fratelli Mauro e Daniele Caroccia, imprenditori vicini agli ambienti criminali e protagonisti di fitti rapporti commerciali e societari con la famiglia Senese, avviati sin dal 2017. Mauro Caroccia, titolare della ormai tristemente nota Bisteccheria d’Italia, intrattiene costanti interlocuzioni economiche con Angelo Senese, con il figlio del boss Vincenzo Senese e con lo stesso Daniele Caroccia. La gestione di questi esercizi commerciali, la ricerca di immobili di pregio e gli investimenti nel settore della ristorazione facevano da sfondo a una zona grigia in cui la forza economica si intrecciava con le esigenze di ripulitura del denaro. A ciò si aggiungono le risultanze investigative che documentano la presenza di stabili attività imprenditoriali, fitti rapporti commerciali e canali finanziari localizzati non solo a Roma, ma anche a Milano, Rimini e in Svizzera, a dimostrazione della natura transnazionale e finanziariamente evoluta del clan Senese.

Le intercettazioni, le chat criptate SkyEcc e l’accertamento della responsabilità

Lo smantellamento del muro di omertà e la ricostruzione giudiziaria della responsabilità dei Senese nell’omicidio Piscitelli sono stati resi possibili da un imponente compendio probatorio, basato su intercettazioni ambientali, telefoniche, colloqui in carcere e sull’analisi dei messaggi estrapolati dal sistema di telefonia criptata SkyEcc. Utilizzato massicciamente dai criminali convinti di comunicare in totale immunità, il sistema ha permesso di decrittografare dialoghi chiave nei quali si discuteva apertamente del coinvolgimento di Leandro Bennato, Giuseppe Molisso e dell’avallo fondamentale dato da Michele Senese (“l’ok di M”). In questo scenario emergono anche le figure di Fabrizio Mineo e Alessandro Corvesi, entrambi inseriti nella cerchia relazionale vicina a Fabrizio Piscitelli, i quali — attraverso le chat criptate e i contatti con gli ambienti della vittima — si scambiavano informazioni dettagliate sul coinvolgimento di Leandro Bennato e Giuseppe Molisso e sull’avallo mafioso dei vertici. Accanto a loro assumono un rilievo centrale le analisi e le conversazioni di Orial Kolaj, noto ex pugile e figura organica agli assetti criminali romani, e di Roberto Macori, inserito nei circuiti del riciclaggio e del narcotraffico, i quali nei loro colloqui hanno svelato i retroscena del delitto, indicando chiaramente il movente economico legato alle percentuali pretese dal clan Senese. A ciò si aggiungono i drammatici colloqui intercettati in carcere, come quello del febbraio 2025 nel penitenziario di Lecce tra Vincenzo Senese, Antonio Covone e Nabil Salami, in cui viene ribadita la ferrea regola del clan sul pagamento dei proventi illeciti.

Questo quadro, unito ai riscontri individualizzanti e alle dichiarazioni di collaboratori di giustizia come Marco Casamatta, restituiscono un’immagine di Roma come terra di conquista, dove ogni quartiere ha il suo re criminale e dove ogni strada si conquista versando il sangue degli avversari.

Michele Senese
Michele Senese

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