Un’organizzazione criminale armata, radicata tra la Lombardia e la Calabria e in affari con la camorra napoletana, capace di movimentare centinaia di chili di cocaina e decine di milioni di euro in un solo anno. Un vero e proprio ‘Consorzio’ di mafie, come quello emerso dall’operazione ‘Hydra’ che si muove all’ombra della Madonnina. È quanto emerso dalla maxi operazione della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano e del Comando Provinciale della Guardia di Finanza, che ha portato a 15 arresti (12 in carcere e 3 ai domiciliari) e allo smantellamento di una rete di narcotraffico internazionale legata alle famiglie ‘ndranghetiste dei Papalia-Carciuto, Marando-Trimboli e Barbaro ‘U Castanu.
L’indagine e i numeri
In dodici mesi il gruppo avrebbe importato oltre 650 chili di cocaina dal Sud America e dall’Olanda, per un giro d’affari stimato in oltre 19 milioni di euro. Le partite di droga giungevano in Italia via porto di Gioia Tauro, per poi essere smistate verso Milano, Pavia e Torino, nascoste in doppi fondi di automobili o carichi navali.
Secondo gli investigatori, l’associazione disponeva di risorse finanziarie illimitate, relazioni stabili con fornitori stranieri e una rete di acquirenti che comprendeva anche esponenti di clan campani e albanesi.
La rete criptata e i soprannomi “politici”
Il gruppo comunicava attraverso sistemi di messaggistica criptata SkyEcc, utilizzando pseudonimi curiosi: “Pedro” e “Putin” per Giuseppe Grillo, “Gringo”, “CR7”, “Gonzalo” per altri membri, e persino “Berlusconi” e “Andreotti” per identificare i fornitori di cocaina.
Per segnalare un affare andato a buon fine bastava un cuoricino. I cellulari erano custoditi da “staffette” e usati solo al bisogno, ma proprio quelle chat – recuperate tramite Europol e un Ordine Europeo d’Indagine – hanno incastrato i vertici del sodalizio. Le fotografie inviate tra i messaggi, tra cui panorami e immagini familiari, hanno consentito di individuare i luoghi di incontro, i depositi e persino le abitazioni degli indagati.
I vertici e la struttura del gruppo
Al vertice dell’organizzazione c’era Giuseppe Grillo (classe 1974), figura di spicco già nota per traffici e associazione mafiosa, legato alle cosche Barbaro-Papalia e Trimboli-Marando.
Sotto di lui, Antonio Caruso (classe 1990), braccio operativo, organizzatore delle cessioni e “contabile” del gruppo, insieme al cugino Francesco Caruso (1992), custode dei proventi.
Il ruolo di corriere era affidato ad Antonio Santo Perre (1989), che metteva a disposizione la propria abitazione a Buccinasco e un box in via del Perugino a Trezzano sul Naviglio, ribattezzata dagli investigatori “la via dei soldi”, dove venivano nascosti droga, armi e contanti.
Ivan Reale Calafino (1980), immobiliarista, procurava appartamenti e forniva false dichiarazioni reddituali per mascherare la reale disponibilità economica dei sodali.
Gli acquirenti stabili e i clan collegati
Sette erano gli “acquirenti stabili” di cocaina, tutti individuati e arrestati:
Antonio Barbaro (1969), Francesco e Giuseppe Varacalli (1986 e 1984), Simone Bartiromo (1991, alias “Jet”, legato al clan Di Lauro di Napoli), Luigi Marando (1989), Michele Papalia (1981) e Salvatore Caravaglia (1979, detto “Rozzano”).
Il supporto finanziario dell’organizzazione era assicurato da Domenico Papalia (1983), figlio dell’ergastolano Antonio Papalia, capace di sostenere le spese per grandi acquisti di stupefacenti e di trattare direttamente con altri clan.
Dalla Lombardia a Napoli: la “propaggine dei Di Lauro”
Dalle chat è emersa anche una collaborazione stabile con la camorra napoletana, in particolare con una “propaggine del clan Di Lauro” attiva tra Secondigliano e Marano di Napoli, capeggiata da Giovanni Cortese, detto “’o cavallar”.
Le conversazioni decifrate documentano spedizioni di cocaina da Buccinasco a Napoli:
– Il 26 ottobre 2020, Grillo autorizza la consegna di 5 chili di cocaina tramite un corriere noto come “Virgilio”.
– Pochi giorni dopo, il 30 ottobre, Antonio Caruso parte personalmente per Napoli con altri 8 chili di cocaina, aiutato da Antonio Santo Perre.
Dalle chat emerge la conferma dell’avvenuto pagamento: «115 / lunedì 300», ossia 115mila euro versati subito e altri 300mila promessi nei giorni successivi.
Le armi e la “via dei soldi”
L’indagine ha anche svelato contatti per l’acquisto di armi da guerra. In particolare, Antonio Barbaro avrebbe fornito quattro semiautomatiche, due revolver e un fucile d’assalto AK-47, custoditi nel sottotetto dell’abitazione di Perre a Buccinasco.
Nello stesso edificio, secondo gli inquirenti, venivano nascosti denaro contante e carichi di droga.
Un sistema criminale “rodatissimo”
Il procuratore della Repubblica di Milano Marcello Viola ha definito il sodalizio «una rete criminale radicata tra Lombardia e Calabria, con ramificazioni internazionali e rapporti consolidati con gruppi campani e albanesi».
Il gip ha parlato di un’attività “rodata e professionale”, fondata su una chiara suddivisione di ruoli e su “rapporti fiduciari derivanti dalla comune appartenenza alle famiglie mafiose di origine”.
Gli arrestati, ha aggiunto Viola, «sono tutti soggetti di caratura criminale elevata, già coinvolti in precedenti operazioni per narcotraffico e associazione mafiosa».
Un traffico “ad altissimi livelli”
La Guardia di Finanza ha descritto il gruppo come “narcotrafficanti di altissimo livello, capaci di acquisire e distribuire in tempi rapidissimi grandi quantità di droga, basando i rapporti su fiducia reciproca e riconoscimento della rispettiva caratura criminale”.
Il sequestro di carichi in Sud America e la concorrenza di cocaina di scarsa qualità fornita da gruppi albanesi avevano però provocato un calo degli introiti. Da qui la richiesta di Grillo a Bartolo Bruzzaniti di una partita di cocaina “marchio TNT”, la più ricercata sul mercato: «Ho perso troppo, sono senza niente, fammi un prezzo di favore», scriveva “Pedro” nelle chat.
Un asse consolidato tra Nord e Sud
L’inchiesta conferma la collaborazione strategica tra ’ndrangheta e camorra nel traffico di cocaina, con il Nord Italia come centro logistico e la Campania come mercato di smistamento.
Un asse di potere e affari che unisce Buccinasco, Gioia Tauro e Secondigliano, capace di muovere centinaia di chili di droga sotto la copertura di messaggi criptati e nomi in codice.
Il Consorzio
Il lavoro del procuratore Viola – che nonostante sembri operare a San Luca, si trova nella cosmopolita Milano – sta facendo emergere sempre di più una realtà che sin dagli anni ’70 è stata omessa dalla narrazione canonica sulle mafie. Cioè che le varie mafie non si siano mai combattute – eccezione fatta per i regolamenti di conti interni – me che abbiano sempre lavorato per un obiettivo comune: la ricchezza, il potere e la possibilità di porsi come ‘alternativa’ allo Stato.
Come hanno già riferito in passato i vari Filippo Barreca, Giacomo Ubaldo Lauro e altri pentiti storici, il ‘Consorzio’ esiste da decenni, e sembra ancora ruotare intorno alla Madonnina: Guarda caso i nomi e i luoghi sono gli stessi di allora: Papalia, Buccinasco, ecc…
Oggi, anche grazie al lavoro di Viola e del resto della procura di Milano il bubbone è scoppiato. Quindi che si parli di Marcello Viola, che si ricominci a parlare di Mafia. Il problema non è risolto, come si potrebbe pensare dal silenzio delle istituzioni.

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