Pista Nera E Stragi Del 1992: Dentro La Nota Di Scarpinato.

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Il deposito della nota redatta il 13 gennaio 2022 dall’allora procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, all’interno dell’inchiesta bis sui mandanti esterni delle stragi — depositata dall’avvocato Fabio Repici per conto di Salvatore Borsellino — riapre il dibattito sui lati oscuri degli attentati del 1992. Il documento, trasmesso anche alla Commissione parlamentare antimafia, squarcia il velo su anni di controversie investigative, verbali dimenticati e sulla cosiddetta “pista nera” legata ai collegamenti tra eversione neofascista e Cosa Nostra.

I colloqui investigativi del 2007: il nucleo della pista nera

Al centro della relazione di Scarpinato ci sono gli ampi stralci dei colloqui investigativi svoltisi tra il 5 maggio e il 6 luglio 2007. Protagonisti di quei colloqui furono il collaboratore di giustizia Alberto Lo Cicero e la sua compagna, Maria Romeo. Secondo quanto emerso, Lo Cicero sosteneva di aver riferito ai carabinieri — già prima della strage di Capaci e immediatamente dopo a Paolo Borsellino — la presenza a Palermo e nei luoghi degli attentati di Stefano Delle Chiaie, “er Caccola”, storico esponente dell’estrema destra eversiva.

Maria Romeo, interrogata da Scarpinato nel 2021, aveva confermato quella versione, ricordando di aver accompagnato Lo Cicero al Palazzo di Giustizia e di aver visto Paolo Borsellino in due occasioni. Nella sua nota, Scarpinato sottolineava di aver trovato riscontri significativi: da un lato, un documento che attesta l’interesse diretto di Borsellino per la gestione esclusiva di Lo Cicero dopo l’inizio formale della sua collaborazione; dall’altro, le dichiarazioni incrociate di altri pentiti.

Le conferme tardive: da La Barbera a Giovanni Brusca

La nota di Scarpinato dà grande rilievo ai riscontri oggettivi che nel corso degli anni hanno iniziato a validare i pezzi del puzzle raccontati da Lo Cicero, inizialmente liquidati o smentiti. Un passaggio chiave riguarda il collaboratore di giustizia Gioacchino La Barbera, il quale aveva accusato soggetti esterni a Cosa Nostra di essere intervenuti nei preparativi della strage di Capaci a stretto contatto con il boss Antonino Troia (condannato in via definitiva).

All’epoca, le dichiarazioni di La Barbera erano state smentite da Giovanni Brusca, persino in sede di confronto formale. Tuttavia, la relazione evidenzia come lo stesso Brusca, in un interrogatorio del 1° dicembre 2017, abbia drasticamente cambiato versione, ammettendo:

«Rammento adesso che quando ho fatto il confronto con Gioacchino La Barbera si è parlato di una persona al gruppo operativo che preparava l’attentato di Capaci. Ebbene, in realtà un giorno è venuta a trovare il Troia una persona che io non conoscevo ed io chiesi al Troia chi fosse e lui mi disse che era una persona di sua assoluta fiducia e mi disse che lui non poteva certo scomparire completamente».

A ciò si aggiungono i richiami a un’informativa della DIA di Roma del 22 settembre 1994 indirizzata alla DDA capitolina, che documentava i riscontri oggettivi sui rapporti tra lo stesso Delle Chiaie, Stefano Menicacci e i circuiti mafiosi capeggiati da figure di primo piano come Michelangelo Alfano, Leoluca Bagarella e Antonino Mangano (braccio destro di Giuseppe Graviano).

I documenti “smarriti” e la strategia dell’occultamento

Nella sua memoria difensiva, l’avvocato Fabio Repici non si limita a depositare la nota di Scarpinato, ma denuncia una sorta di “sortilegio” istituzionale che per decenni avrebbe fatto sparire il nome di Stefano Delle Chiaie dalle inchieste sulle stragi del 1992 e 1993. Repici inserisce la nota del 13 gennaio 2022 all’interno di una catena di atti che, secondo la difesa, sarebbero stati sistematicamente tenuti lontani dal fascicolo principale sulla strage di via D’Amelio per essere confinati in procedimenti collaterali (come quello a carico di Maria Romeo e del carabiniere Walter Giustini, imputati per false informazioni e depistaggio):

  1. Il verbale della riunione di coordinamento del 15 giugno 1992 tra le Procure di Palermo e Caltanissetta, indicato come l’unico atto d’indagine su Capaci recante la firma autografa di Paolo Borsellino.
  2. La relazione di servizio del 1° giugno 1992 firmata dal pm Vittorio Teresi (allora nel pool coordinato da Borsellino), in cui figuravano non solo i dettagli riferiti da Lo Cicero, ma anche la pesantissima indicazione dell’allora parlamentare Guido Lo Porto — storico compagno di scuola di Paolo Borsellino — come figura politica in rapporti di frequentazione con la casa del boss Mariano Tullio Troia.

Lo scontro sulla utilizzabilità degli atti

Attorno a questi verbali si è consumato un durissimo braccio di ferro processuale. La Procura di Caltanissetta si è opposta con forza all’acquisizione della nota di Scarpinato e dei colloqui del 2007, invocando una nota del procuratore nazionale Antimafia Giovanni Melillo (datata 11 giugno 2025) che ne dichiarava la presunta “inutilizzabilità”.

Una tesi che Repici smonta nella sua memoria davanti alla gip Graziella Luparello, ricordando che l’inutilizzabilità probatoria è una categoria tipicamente dibattimentale e del tutto estranea alla fase delle indagini preliminari. Con il via libera della Cassazione alla giudice Luparello — chiamata a riesaminare l’archiviazione e a disporre nuovi accertamenti — l’ingresso formale della nota di Scarpinato punta a costringere gli inquirenti a esplorare finalmente quelle zone d’ombra che, nei cinquantasette giorni tra la strage di Capaci e via D’Amelio, videro Paolo Borsellino in prima linea nel tentativo di decifrare il livello dei mandanti esterni e dei “colletti bianchi” dietro la stagione stragista.

Stefano delle Chiaie
Stefano Delle Chiaie

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