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Piersanti Mattarella II: Un Omicidio Che Fa Ancora Paura

(I PDF degli atti processuali collegati si trovano alla fine dell'articolo)

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Alla luce delle nuove indagini sulla morte di Piersanti Mattarella e sugli “omicidi politici” di Cosa Nostra, ci siamo sentiti in dovere di approfondire il tema con un secondo articolo sul legame tra mafia, eversione di destra e istituzioni deviate.

L’omicidio di Piersanti Mattarella

La mattina del 6 gennaio 1980, verso le ore 12:45, Piersanti Mattarella scende dal suo appartamento in via Libertà a Palermo, entra in garage e sale in macchina insieme alla moglie, Irma Chiazzese, e alla figlia Maria. Bernardo, l’altro figlio della coppia, attende che l’auto esca dal garage per richiudere la saracinesca.
Piersanti manovra l’auto fuori dalla rampa del garage e si ferma a bordo strada, aspettando che il figlio lo raggiunga. Devono andare tutti insieme alla chiesa di San Francesco di Paola per assistere alla celebrazione della Santa Messa, come ogni domenica.

Improvvisamente si avvicina un giovane a volto scoperto che tenta di aprire lo sportello anteriore sinistro, quello del guidatore. Non riuscendoci, l’uomo esplode alcuni colpi di arma da fuoco attraverso il finestrino, colpendo Piersanti, che si accascia ferito in grembo alla moglie, seduta sul sedile del passeggero.

La pistola del killer forse si inceppa e, non sicuro di aver completato il lavoro, l’uomo corre verso una Fiat 127 bianca parcheggiata lì vicino per farsi consegnare una seconda arma dal suo complice. Sono momenti di panico: i familiari di Piersanti non fanno in tempo né a capire né a reagire. Il killer torna sui suoi passi e finisce l’opera, esplodendo altri colpi attraverso il finestrino posteriore destro dell’auto. Questa volta i proiettili sono fatali: il presidente della Regione Siciliana non ha scampo.

Subito dopo, il killer raggiunge il complice, i due salgono sulla Fiat 127 e si allontanano a grande velocità, facendo perdere le loro tracce.

Le indagini

La signora Irma Chiazzese, sentita immediatamente dopo i fatti, descrive il killer: indossava una giacca a vento leggera con cappuccio, di colore celeste chiaro – tipo piumino o K-way – appariva sui 20-25 anni, alto circa 1,65-1,70 metri, di corporatura robusta, viso rotondo, capelli castano-chiari tendenti al biondo, occhi piccoli e chiari, carnagione rosea, senza barba né baffi, e con un’espressione particolare sul volto, definita dalla testimone come una sorta di ghigno.

Il delitto viene subito classificato come omicidio politico e messo in relazione con quelli di altri esponenti politici: il segretario regionale del PCI e deputato Pio La Torre, ucciso il 30 aprile 1982, e il segretario provinciale della DC di Palermo Michele Reina, assassinato il 9 marzo 1979. Tutti e tre i delitti si sono consumati a Palermo con modalità simili.

Le uccisioni di Mattarella, La Torre e Reina confluiscono nel processo n. 8/91 (sugli “omicidi politici”) davanti alla Corte d’Assise, conclusosi in primo grado con la sentenza del 12 aprile 1995.
I mandanti vengono identificati nei membri della Commissione provinciale di Cosa Nostra dell’epoca: Salvatore Riina, Michele Greco e Francesco Madonia.
Sul banco degli imputati siedono anche due membri dei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari), movimento terroristico di estrema destra: Giuseppe Valerio “Giusva” Fioravanti e Gilberto Cavallini.

Il 12 aprile 1995 i mafiosi vengono condannati, mentre i terroristi assolti. Il verdetto sarà poi confermato in appello.

Mattarella e il contrasto alla mafia

Secondo la sentenza del 1995, Piersanti Mattarella aveva avviato una politica di rottura con Cosa Nostra, che all’epoca andava a braccetto con la corrente andreottiana della Democrazia Cristiana e lucrava miliardi di lire dagli appalti pubblici in tutta la Sicilia.
In particolare, Mattarella si era opposto all’assegnazione di un appalto per la costruzione di una serie di istituti scolastici a ditte collegate alla mafia e al rientro nel partito del mafioso Vito Ciancimino, già in “odore di mafia” sin dagli anni ’70, quando era stato sindaco di Palermo.

Per contrastare lo strapotere di Ciancimino, Mattarella si sarebbe rivolto, nell’ottobre 1979, all’allora ministro dell’Interno Virginio Rognoni. Secondo la testimonianza del suo Capo di Gabinetto, Mattarella tornò da quell’incontro in evidente stato di turbamento, temendo per la propria vita.

Mattarella e il compromesso storico

Ridurre l’uccisione di Mattarella, La Torre e Reina a un semplice “fatto di mafia” è una lettura superficiale.
Allarghiamo lo sguardo per capire cosa stava accadendo in quegli anni nei palazzi della politica.

Dal 1976, all’interno della DC palermitana si era affermata una nuova corrente di maggioranza, di cui faceva parte anche Mattarella, aperta al dialogo con il PCI di Pio La Torre.
La nomina di Michele Reina a segretario provinciale di Palermo fu espressione di questa corrente, osteggiata con forza da Vito Ciancimino.

Allargando ulteriormente la prospettiva, si può dire che tale corrente rappresentava la declinazione siciliana del progetto di Aldo Moro — che sarà ucciso dalle Brigate Rosse il 9 maggio 1978.
Tutte queste morti sembrano quindi parte di una resa dei conti interna alla Democrazia Cristiana, più che semplici omicidi di mafia.

Non a caso, al Congresso nazionale della DC del febbraio 1980 (un mese dopo l’omicidio di Mattarella), la corrente di sinistra del partito venne sconfitta all’ultimo minuto da una cordata anticomunista filo-andreottiana che mise da parte ogni ipotesi di apertura verso il PCI.

I legami tra destra eversiva e mafia

La pista dei NAR in relazione all’omicidio di Mattarella, indicata per la prima volta da Giovanni Falcone, non è mai stata del tutto abbandonata.
Nell’agosto 2017, infatti, la DNA inviò alla Procura di Palermo un atto di impulso, indicando nuove possibili indagini sui legami tra la morte di Mattarella e le attività dei NAR.

Diversi atti processuali documentano la presenza della destra eversiva in Sicilia già dagli anni ’60.
A Palermo risiedeva Pierluigi Concutelli (Ordine Nuovo), condannato per l’omicidio del sostituto procuratore di Roma Vittorio Occorsio (1976). Concutelli, arrestato nel 1977, era recluso all’Ucciardone dall’ottobre 1979. È stato accertato che Giusva Fioravanti stesse organizzando la sua evasione insieme al professore palermitano Francesco Mangiameli, referente di Terza Posizione in Sicilia.
I membri del gruppo si sarebbero incontrati a casa di Mangiameli nel gennaio 1980, proprio nei giorni dell’omicidio di Mattarella.

Mangiameli fu poi ucciso da Fioravanti nel settembre 1980.
Secondo Cristiano Fioravanti, fratello di Giusva, Mangiameli venne eliminato perché sapeva del coinvolgimento di Giusva nell’omicidio Mattarella.

Le novità

Il 27 gennaio 2022 la DIA di Palermo ha prospettato alla Procura una serie di spunti investigativi sul possibile ruolo, come esecutori materiali dell’omicidio di Mattarella, di Nino Madonia e Giuseppe Lucchese.
Questo elemento ha consentito alla Procura di riaprire per l’ennesima volta le indagini e di svolgere nuovi accertamenti.

Tra questi figurano attività investigative di tipo tecnico, comprese nuove analisi scientifiche sui reperti dell’epoca. In particolare, l’attenzione si è concentrata sulle targhe della Fiat 127 utilizzata dai killer, sui reperti balistici, sui frammenti papillari e su eventuali tracce genetiche che all’epoca non era possibile rilevare.

Il guanto scomparso

Durante la ricerca di materiale utile alle nuove indagini, la GIP Antonella Consiglio ha scritto che

“…si è avuto modo di accertare (ulteriormente) che le indagini dell’epoca furono gravemente inquinate e compromesse dall’opera di appartenenti alle Istituzioni che, all’evidente fine di impedire l’identificazione degli autori dell’omicidio del Presidente Mattarella, sottrassero dal compendio probatorio un importantissimo reperto, facendone disperdere definitivamente le tracce.”

Si scopre infatti che i killer di Mattarella avevano dimenticato un guanto di pelle marrone all’interno della Fiat 127. Il guanto è ritratto in una delle fotografie contenute nel fascicolo dei rilievi tecnici effettuati il 6 gennaio 1980 dal Gabinetto regionale di Polizia scientifica di Palermo, subito dopo il ritrovamento dell’auto, rubata il giorno precedente a un certo Isidoro Fulvo.

Avendo notato il guanto nella foto, i PM di Palermo si sono messi a cercarlo tra i corpi di reato. Le ricerche sono state condotte presso l’Ufficio corpi di reato della Procura e del Tribunale di Palermo, al Gabinetto regionale di Polizia scientifica, all’Istituto di Medicina legale, agli uffici della Squadra Mobile e presso il Servizio di Polizia scientifica della Direzione centrale anticrimine di Roma.
Risultato: il guanto è sparito.

Non solo non si trovava più il reperto, ma nemmeno tracce documentali del suo rinvenimento o della sua collocazione, nonostante la sua presenza fosse evidente nella fotografia.
L’unico documento che lo menzionava era una nota dattiloscritta, priva di intestazione, data e firma, contenente un elenco degli oggetti rinvenuti sia nella Fiat 132 di Mattarella sia nella Fiat 127 degli assassini:

“…guanto di mano destra, in pelle di colore scuro marrone, antistante al sedile anteriore destro.”

Nella relazione del Gabinetto di Polizia scientifica relativa al sopralluogo sulla Fiat 127 si legge che tutto il materiale ritrovato doveva essere “repertato a cura del personale dell’Ufficio richiedente presente al sopralluogo”, cioè la Squadra Mobile di Palermo.
A quel sopralluogo parteciparono Armando De Chiara, capo pattuglia della Volante Oreto, Giuseppe Botti, Gaetano Azzolina e Michele D’Angelo, oltre ai funzionari della Squadra Mobile Girolamo Di Fazio e Filippo Piritore, immortalati in una foto scattata durante i rilievi.

Fu proprio Filippo Piritore, e solo lui, a sentire Isidoro Fulvo, proprietario della Fiat 127, che dichiarò:

“Riconosco in questi uffici il pantalone che mi avete mostrato, riconoscendolo come di mia proprietà. Riconosco altresì un bottone nero per lutto, pure di mia pertinenza. Nulla so dire circa il guanto di pelle di colore marrone che è stato rinvenuto all’interno della mia autovettura.”

Perfino il ministro dell’Interno Virginio Rognoni, nel suo intervento al Senato l’8 gennaio 1980, sottolineava che

“Sulla 127 usata dai killer è stato ritrovato un guanto, unico oggetto che potrebbe appartenere ai criminali.”
Come fosse venuto a conoscenza del guanto, non è dato sapere.

Come è possibile, dunque, che l’unico elemento utile per risalire all’identità degli assassini sia scomparso?
Nel successivo “Rapporto preliminare sullo stato delle indagini concernenti l’omicidio dell’on. Mattarella” del 9 febbraio 1980, del guanto non vi è alcuna traccia. Nessun riferimento, come se non fosse mai esistito.

Una prima risposta arriva da Armando De Chiara, capo pattuglia della Volante Oreto, che nella sua relazione di servizio scrive che tutti gli oggetti ritrovati furono consegnati

“ai dr. Di Fazio e Piritore, intervenuti sui luoghi.”

La relazione, depositata il 7 gennaio 1980 in quattro copie (alla Questura, alla Squadra Mobile, alla DIGOS e di nuovo alla Squadra Mobile), nella seconda copia presenta una nota manoscritta:

“Guanto pelle marrone consegnato 7-1-80 alla guardia Di Natale, scientifica, per il dr. Grasso.”
Si tratta del magistrato Piero Grasso. L’annotazione è firmata da Filippo Piritore.

Esiste anche una seconda nota, sempre a firma Piritore, che afferma che i beni rinvenuti furono affidati alla DIGOS di Palermo “per le ulteriori incombenze, ad eccezione del guanto di pelle marrone, che è stato consegnato al sost. proc. dr. Grasso”.
La nota, tuttavia, non presenta segni di deposito, dunque verosimilmente la DIGOS non la ricevette mai.
In effetti, la restituzione dei beni appartenenti a Isidoro Fulvo fu effettuata il 15 gennaio 1980 dalla stessa Squadra Mobile, sempre per mano di Piritore.

Che fine ha fatto il guanto?

Secondo la nota di Piritore, il guanto sarebbe stato consegnato alla guardia della scientifica Giuseppe Di Natale, che lo avrebbe poi dato al sostituto procuratore Piero Grasso.
Ma l’affermazione non regge: perché la Mobile avrebbe dovuto consegnare un reperto fondamentale, non ancora analizzato, direttamente al magistrato?
Inoltre, non esiste alcuna ricevuta della consegna, né da parte della scientifica né da parte di Di Natale.

Lo stesso Piero Grasso, sentito dalla Procura il 25 giugno 2024, ha dichiarato di non aver mai ricevuto il guanto né alcuna notizia in merito da parte della polizia giudiziaria. Anche Giuseppe Di Natale ha negato di averlo mai avuto in custodia.

Quando Piritore è stato nuovamente ascoltato, ha sostenuto che Grasso avesse ricevuto il guanto e lo avesse poi restituito alla scientifica, a un certo “Lauricella”. Peccato che all’epoca non esistesse alcun Lauricella in servizio né alla scientifica, né alla Squadra Mobile, né alla DIA.

Vincenzo Immordino

Dopo la “sparizione” del guanto, i depistaggi proseguirono su un piano più alto, sotto la regia del questore di Palermo Vincenzo Immordino.
Egli infatti intervenne in merito alle rivelazioni della dottoressa Maria Grazia Trizzino, capo di Gabinetto del presidente Mattarella, la quale riferì che nell’ottobre 1979, di ritorno da un incontro con il ministro dell’Interno Virginio Rognoni, Mattarella le aveva confidato:

“Se dovesse succedermi qualcosa di molto grave, si ricordi di questo incontro con il ministro Rognoni, perché a questo incontro è da collegare quanto di grave mi potrà accadere.”

Tale dichiarazione era contenuta in una relazione di servizio consegnata all’Immordino il 28 marzo 1980.
Il questore si avocò immediatamente ogni iniziativa relativa a quelle rivelazioni, ordinando ai funzionari di polizia giudiziaria di astenersi da ulteriori accertamenti.
Poi, non fece più nulla.

Giovanni Ferrara

Poco dopo intervenne Giovanni Ferrara, capo del Centro SISDE di Palermo, che redasse un appunto per il direttore del SISMI, datato 15 maggio 1980 e classificato “riservatissimo”.
L’appunto, avente per oggetto il “delitto Mattarella”, riferiva di informazioni secondo cui l’omicidio sarebbe stato eseguito da “un giovane killer non siciliano, appartenente a un gruppo terroristico di sinistra, in cambio di denaro e armi, al quale Cosa Nostra avrebbe offerto rifugio e protezione”.
E da chi provenivano tali informazioni? Da Vito Ciancimino, definito da Ferrara “persona qualificata e attendibile”.
Lo stesso Ciancimino nel cui interesse — secondo la sentenza del 1995 — Cosa Nostra avrebbe deciso di eliminare Piersanti Mattarella.

Bruno Contrada

All’epoca dei fatti, Bruno Contrada era dirigente del Centro interprovinciale Criminalpol per la Sicilia occidentale e, ad interim, della Squadra Mobile di Palermo, incarico affidatogli dallo stesso questore Immordino dopo l’uccisione di Boris Giuliano (21 luglio 1979).
Contrada rimase in quel ruolo fino al 24 febbraio 1980, quando fu trasferito.

È stato poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa il 5 aprile 1996, per condotte accertate tra il 1979 e il 1988 — dunque anche nel periodo dell’omicidio Mattarella — con “assoggettamento dell’imputato anche al fronte più spietato di Cosa Nostra, rappresentato dal gruppo dei corleonesi”.

Contrada conosceva Piritore: nella sua agenda compare la data del battesimo della figlia di quest’ultimo, avvenuto appena un mese dopo l’omicidio Mattarella.
Nella stessa agenda è annotata anche una telefonata tra Contrada e il questore di Palermo Giuseppe Nicolicchia (succeduto a Immordino il 1° giugno 1980) “per Piritore”, il quale venne poi promosso per merito straordinario il 29 dicembre 1980.

E ora che si fa?

Oggi Filippo Piritore è indagato per depistaggio — non per le sue condotte del 1980, ormai prescritte, ma per le dichiarazioni rese alla Procura il 17 settembre 2024, nelle quali ribadiva di aver consegnato il guanto a Piero Grasso che poi l’avrebbe restituito al fantomatico Lauricella.
Con tutta la buona volontà, è difficile pensare che, a distanza di quarantacinque anni dal delitto, si possa arrivare alla verità.
A meno che qualcuno, tra coloro che allora parteciparono al fatto o ai depistaggi successivi, non abbia uno scatto di coscienza e decida finalmente di parlare.

Rimane l’amarezza per la crudeltà e l’opportunismo di chi, dentro e fuori le istituzioni, si è prestato a nascondere, insabbiare e perfino lucrare sulla morte di un uomo.
E purtroppo, i responsabili non furono solo i mafiosi, ma anche esponenti delle istituzioni, dei servizi e della politica.

Per parte sua, Virginio Rognoni, sentito più volte sulla circostanza dell’incontro con Mattarella nell’ottobre 1979, ha sempre sostenuto che non si parlò di nulla di rilevante, se non della situazione politica siciliana.
Difficile crederlo, visto il terrore che quell’incontro provocò in Piersanti Mattarella.

Piersanti Mattarella
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