referio Eversione,La strage di Piazza della Loggia,Le Stragi Piazza della Loggia: la lunga strada verso la verità

Piazza Della Loggia: La Lunga Strada Verso La Verità

(I PDF degli atti processuali collegati si trovano alla fine dell'articolo)

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Alle 10:12 del 28 maggio 1974, una bomba esplode in piazza della Loggia, nel cuore di Brescia, durante una manifestazione antifascista promossa da sindacati e partiti della sinistra. L’ordigno era stato nascosto in un cestino dei rifiuti, sotto i portici. L’esplosione colpisce in pieno la folla riunita nella piazza, provocando la morte di otto persone e il ferimento di oltre cento.

Il giorno prima, un volantino minaccioso — firmato da Ordine Nero, Gruppo Anno Zero e Briexien Gau — aveva preannunciato nuovi attentati in città. La tensione era già altissima. Solo pochi giorni prima era morto Silvio Ferrari, un giovane bresciano legato a gruppi dell’estrema destra, ucciso dallo scoppio di una bomba che trasportava sulla sua Vespa. Quella morte, ammantata di mistero, fu per i neofascisti – che forse ne furono i responsabili – un pretesto per pianificare un’azione eclatante.

Depistaggi, silenzi e una giustizia rimandata

Quello che accadde dopo la strage fu, per molti anni, un lento e tormentato cammino verso la verità. Le indagini furono ostacolate da depistaggi orchestrati da apparati dello Stato, in particolare dal SID, il servizio segreto militare. I processi si susseguirono a ondate, ma i responsabili diretti rimasero a lungo ignoti, e le assoluzioni sembrarono la regola.

Il primo processo, noto come “processo Buzzi”, dal nome di Ermanno Buzzi, uno dei primi sospettati, si concluse con risultati deludenti – e con la morte di Buzzi, strangolato in carcere da Pierluigi Concutelli e Mario Tuti. Altri procedimenti — come il cosiddetto “processo Ferri” e quelli che coinvolsero personaggi come Cesare Ferri, Sergio Latini e Alessandro Stepanoff — si chiusero con assoluzioni o prescrizioni. Solo a partire dagli anni Duemila si cominciò a intravedere una svolta concreta.

I mandanti della strage: Maggi e Tramonte

Nel 2015 arrivò finalmente una sentenza che fece luce sui mandanti dell’attentato. Carlo Maria Maggi, dirigente veneto dell’organizzazione neofascista Ordine Nuovo, fu condannato all’ergastolo come organizzatore della strage. Insieme a lui, anche Maurizio Tramonte, all’epoca militante neofascista e informatore dei servizi segreti, venne riconosciuto colpevole di concorso nell’attentato. Le loro condanne vennero confermate nel 2017 dalla Corte di Cassazione, dopo ben 43 anni e tredici fasi di giudizio. Era la prima volta che lo Stato italiano riconosceva ufficialmente la responsabilità neofascista nell’eccidio di Brescia.

Eppure, restava una domanda aperta e cruciale: chi aveva materialmente posizionato la bomba?

Toffaloni, l’esecutore: una sentenza arrivata 51 anni dopo

Una risposta concreta è arrivata solo nel 2025. Il Tribunale dei Minorenni di Brescia ha condannato a trent’anni Marco Toffaloni, oggi 67enne ma all’epoca dei fatti appena sedicenne. Per i giudici, fu lui a collocare l’ordigno sotto i portici di piazza della Loggia. Nonostante la giovane età, Toffaloni faceva parte di ambienti neofascisti veronesi legati a Ordine Nuovo.

Determinanti, nel processo, sono stati una foto che lo ritrae sul luogo dell’esplosione, diverse testimonianze — tra cui quella dell’ex militante Gianpaolo Stimamiglio — e una ricostruzione peritale dettagliata. Anche Ombretta Giacomazzi, all’epoca fidanzata di Silvio Ferrari e teste chiave del procedimento, ha ricordato i giorni passati con lui e altri militanti dopo la strage, mentre si vantavano di ciò che avevano fatto. Toffaloni oggi vive in Svizzera con un nome diverso, Franco Maria Muller. La Svizzera ha già fatto sapere che non lo estraderà, ritenendo prescritto il reato.

Nonostante la distanza e il silenzio ostinato dell’imputato — che non si è mai presentato in aula —, la condanna rappresenta un punto di svolta: per la prima volta la giustizia italiana riconosce un esecutore materiale della strage.

Zorzi, l’altro accusato: un processo ancora aperto

Un altro nome emerso con forza nell’ultima fase giudiziaria è quello di Roberto Zorzi, anche lui veronese, oggi residente negli Stati Uniti, dove gestisce un allevamento di cani chiamato “Il Littorio”. All’epoca della strage aveva 21 anni e portava baffetti alla Hitler. Il processo a suo carico è attualmente in corso davanti alla Corte d’Assise di Brescia. Secondo le indagini, fu complice di Toffaloni nell’esecuzione dell’attentato.

A puntare il dito contro di lui è sempre Ombretta Giacomazzi, che ha riferito di come i due abbiano partecipato insieme alla fase esecutiva. Le sue parole sono state confermate da ulteriori riscontri investigativi.

Il colonnello dei carabinieri Massimo Giraudo ha giocato un ruolo centrale nel riaprire e approfondire le indagini sulla strage di Piazza della Loggia, denunciando le gravi omissioni delle prime inchieste. Un nodo cruciale riguarda Roberto Zorzi, all’epoca un giovane neofascista veronese. Già il 21 maggio 1974, durante i funerali di Silvio Ferrari, Zorzi era stato notato a bordo di una Fiat 600 su cui era stata caricata una corona con l’ascia bipenne, simbolo dell’estrema destra. L’auto fu osservata dalla polizia, ma nessuno dei suoi occupanti venne identificato.

Zorzi venne fermato brevemente nella notte successiva alla strage, ma subito rilasciato. Secondo Giraudo, da quel momento fu completamente ignorato dalle indagini: «nelle indagini sulla strage ci resta praticamente un solo giorno», ha dichiarato. Nessun accertamento venne compiuto per verificare chi fossero gli altri due giovani in macchina con lui. Nonostante riferimenti precisi, anche da parte di alcuni giornalisti, non ci fu alcuno sforzo investigativo per chiarire il suo ruolo. Le indagini, di fatto, lo dimenticarono.

Un cammino lungo mezzo secolo

La condanna di Toffaloni, attesa da 51 anni, ha commosso l’intera città di Brescia. L’immagine di Manlio Milani, presidente dell’associazione Casa della Memoria, con gli occhi colmi di lacrime, ha colpito molti. Milani, che in quella mattina perse la moglie Livia Bottardi, ha dedicato tutta la sua vita a cercare verità e giustizia, senza mai arrendersi. Per lui questa sentenza conferma che “tutti sapevano già tre giorni dopo la strage” e che “aspettare mezzo secolo per avere una verità è sconvolgente”.

Oggi la città può contare su alcune certezze: la strage di Piazza della Loggia fu il frutto di un disegno neofascista e terroristico, organizzato da Ordine Nuovo, con coperture nei servizi segreti e nei vertici istituzionali dell’epoca. I mandanti sono stati individuati e condannati. Uno degli esecutori è stato finalmente riconosciuto e giudicato. E un altro sta affrontando il giudizio della giustizia italiana.

Ma rimangono ancora molte domande rimaste senza risposte, come il ruolo avuto dall’allora capitano Francesco Delfino – che indagò sulla morte di Ferrari – o quello del comando FTASE di Verona, dove Ferrari avrebbe incontrato rappresentanti della NATO…

Marco Toffaloni
Marco Toffaloni

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