Nel grande libro della criminalità finanziaria esiste uno spartiacque netto. C’è stata un’epoca in cui contrabbandare significava spostare merci fisiche oltre confini sorvegliati. Poi è arrivata l’era dell’intangibile: un’epoca in cui i bit, il traffico telefonico VoIP e i finti diritti digitali sono diventati lo strumento perfetto per saccheggiare le casse dello Stato a una velocità mai vista prima.
Le operazioni Phuncards (2003) e Broker (2005-2007) rappresentano il perfetto esempio di questa evoluzione. Un buco nero finanziario da oltre due miliardi di euro di flussi transnazionali e un miliardo di fatturato fittizio che ha travolto colossi delle telecomunicazioni come Fastweb e Telecom Italia Sparkle (T.I.S.).
Dietro questa mastodontica architettura non c’era una semplice rete di colletti bianchi, ma una vera e propria holding criminale con una struttura piramidale ferrea, capace di unire l’alta finanza, i paradisi fiscali, l’estremismo politico romano e la criminalità organizzata.
L’Organigramma della Holding: Da Mokbel in Giù
Al vertice della piramide si posizionava Gennaro Mokbel, affarista romano con un passato nell’estremismo della “gioventù nera” capitolina e legami ramificati nei servizi e nella politica. Mokbel non era un tecnico delle telecomunicazioni, ma il capo politico e strategico del sodalizio. Era lui a garantire la protezione dell’anello criminale, a gestire i rapporti di forza e a pianificare il reinvestimento dell’immenso impero finanziario generato dalla frode.
Sotto di lui, la struttura si divideva in tre rami specialistici operativi:
1. La mente commerciale e l’architettura societaria
Il braccio destro di Mokbel era Carlo Focarelli. Economista e mente finanziaria del gruppo, Focarelli ha materialmente disegnato la rete di società cartiere (missing traders) italiane ed estere necessarie per far girare il denaro. Sotto la sua supervisione operava Marco Di Stefano, incaricato di gestire i flussi documentali e i contatti operativi tra le scatole vuote e le società di telecomunicazioni.
2. La cassaforte e il riciclaggio
Per gestire il “tesoro” della frode, Mokbel si affidava a Silvio Fanella (successivamente ucciso in un sanguinoso regolamento di conti nel suo appartamento di via dei Gandolfi a Roma nel 2014), considerato il vero e proprio cassiere del gruppo. Fanella coordinava il trasferimento dei capitali neri verso paradisi fiscali (Panama, Lussemburgo, Svizzera) attraverso società di comodo come la Coriano Capital e la Broker Management.
3. Le complicità istituzionali e le talpe
Il successo del piano poggiava su profonde infiltrazioni negli apparati di controllo. Il gruppo godeva di coperture istituzionali d’altissimo livello, in particolare da parte di esponenti infedeli delle forze dell’ordine in grado di monitorare le indagini in tempo reale. Tra questi figurava l’ufficiale della Guardia di Finanza Luca Berriola, retribuito per deviare le verifiche fiscali. Sul fronte aziendale, diversi manager e quadri delle divisioni commerciali garantivano che i contratti fittizi passassero i controlli interni delle grandi compagnie telefoniche.
Il Meccanismo della Frode: Come Funzionava il “Carosello”
Il motore economico della truffa sfruttava le asimmetrie del sistema IVA europeo applicato ai servizi intangibili, dove l’assenza di merci fisiche rendeva i controlli doganali impossibili. Lo schema si è evoluto in due macro-fasi.
Fase 1: Le Phuncards (2003)
Tutto inizia con le “Phuncards”, presunti diritti di proprietà intellettuale per contenuti digitali protetti da copyright, di fatto mai esistiti.
- La cartiera: La società italiana Telefox s.r.l. (controllata da Focarelli) simulava l’acquisto delle Phuncards da società USA. Trattandosi di un’importazione di servizi, Telefox non pagava l’IVA alla frontiera (reverse charge).
- Il furto dell’imposta: Telefox rivendeva le Phuncards sul mercato interno al Gruppo CMC (società filtro), applicando l’IVA ordinaria. Telefox incassava l’IVA dal compratore e, prima che il fisco potesse chiederne il conto, svuotava i conti e spariva nel nulla.
- Il lavaggio tramite le grandi Telco: Il Gruppo CMC rivendeva le carte a Fastweb. La compagnia telefonica acquistava i servizi pagando regolarmente l’IVA (generando la liquidità pulita che la holding di Mokbel inviava all’estero) e successivamente esportava le Phuncards a tasso zero verso broker inglesi e statunitensi. Fastweb accumulava così un gigantesco credito IVA legittimo verso lo Stato italiano per merci inesistenti.
Fase 2: L’evoluzione Broker e il traffico VoIP (2005-2007)
I criminali capiscono che i supporti fisici lasciano troppe tracce e passano al digitale puro: i minuti di traffico telefonico VoIP (voce tramite internet) e le numerazioni a valore aggiunto su prefissi internazionali esotici. Lo schema diventa un circuito finanziario completamente chiuso, circolare e virtuale:
Le società italiane di terminazione (come I-Globe e Planetarium) affittavano server direttamente dentro le strutture di Fastweb e T.I.S. I computer simulavano miliardi di chiamate fittizie in frazioni di secondo. Finti aggregatori esteri (come Diadem o Acumen) inviavano fondi alle grandi Telco per pagare il trasporto di questo traffico inesistente.
Le Telco compravano a loro volta il traffico dalle cartiere italiane pagando l’IVA; le cartiere omettevano il versamento all’Erario e giravano i soldi su conti a Panama, da dove i capitali ripartivano sotto forma di “anticipo minuti” per i broker esteri. I soldi giravano in tondo sui conti bancari internazionali alla velocità di un clic, lasciando allo Stato italiano il danno di miliardi di euro di IVA evasa.
Il Profilo di Mokbel: Megalomania, Arte e Spie
Gli sviluppi investigativi hanno svelato i dettagli sulla personalità di Gennaro Mokbel e sul modo in cui veniva gestito l’immenso patrimonio accumulato.
La cassaforte artistica a Collina Fleming
I Carabinieri del ROS individuarono un magazzino nel quartiere romano di Collina Fleming adibito a vera e propria pinacoteca della holding. Lì dentro erano stipati migliaia di pezzi tra dipinti, serigrafie, litografie e sculture di maestri contemporanei (tra cui De Chirico, Capogrossi, Schifano, Clerici e Messina). Non si trattava di semplice amore per l’arte, ma di un collaudato sistema di reimpiego dei capitali illeciti: comprare capolavori per ripulire il denaro sottratto all’Erario. Un’estetica del potere che si rifletteva anche nella sua lussuosa casa di via Cortina d’Ampezzo, dove convivevano riproduzioni d’autore e feticci ideologici come un busto in marmo di Mussolini e un ritratto di Hitler.
Il ristorante comprato “per cenare”
L’assoluto disprezzo per il valore del denaro emerge dalle intercettazioni del GIP. Mokbel acquistò il ristorante Filadelfia (nei pressi di piazza Bologna), fittiziamente intestato al prestanome Rosario La Torre. Intercettato al telefono con un’amica che gli chiedeva stupita se si fosse davvero comprato un intero locale solo per cenare, l’affarista rispondeva:
«Sì! L’ho comprato apposta per mangiarci io… perché io e lei semo da soli… io sto da solo, che cazzo faccio…».
Le soffiate sulle rogatorie
Le intercettazioni hanno confermato la presenza di talpe istituzionali. Mokbel conosceva in anticipo e con precisione millimetrica le mosse della Procura di Roma. Parlando con il complice Fabio Arigoni, l’imprenditore rivelava:
«Gli asparagi [gli inquirenti] sono andati in Austria e se so presi tutto… le rogatorie sono andate tutte bene… per cui in Spagna hanno preso tutto… all’isola [in Inghilterra] hanno preso tutto… e sta tranquillo che prima o poi vengono pure là dove stai te».
La ricezione dei documenti ufficiali da parte della Procura coincideva perfettamente con i dati temporali in possesso di Mokbel, a riprova della qualità delle sue fonti interne.
L’intreccio politico e l’ombra del passato nera
Il raggio d’azione di Mokbel andava ben oltre la finanza: l’inchiesta ha svelato il suo ruolo centrale nella compravendita di voti (orchestrata con elementi della criminalità organizzata calabrese) per l’elezione al Senato di Nicola Di Girolamo (Pdl), al fine di garantire al sodalizio un referente diretto in Parlamento.
Inoltre, emerge l’ambiguo legame con il passato dell’estremismo di destra. Nelle intercettazioni, Mokbel si vantava con il boss di Ostia Carmine Fasciani di aver finanziato con 1,2 milioni di euro di tasca propria la scarcerazione dei terroristi dei NAR Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. Sebbene Fioravanti abbia fermamente negato la circostanza davanti ai magistrati, lo stesso ex terrorista ha tracciato un profilo perfetto di Mokbel ai tempi della gioventù: «Un ragazzino sbandato, avvezzo alla violenza e alle droghe… un capellone con idee anarchiche fino a 20 anni, poi estremista di destra, che si autodefiniva naziskin… nato nella zona di Piazza Bologna da una famiglia piccolo borghese».
La Storia Processuale e le Verità Giudiziarie
L’inchiesta esplode nel febbraio 2010 con l’esecuzione di 56 ordinanze di custodia cautelare e il sequestro preventivo di beni per centinaia di milioni di euro. L’impianto accusatorio iniziale ipotizzava il reato di associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale e al riciclaggio, aggravata dall’agevolazione di contesti mafiosi (accusa poi caduta nel corso dei gradi di giudizio).
Il percorso giudiziario è stato lungo e articolato, giungendo a una definizione chiara dei ruoli solo con i verdetti definitivi della Corte di Cassazione.
Le condanne per il vertice criminale
I giudici hanno confermato l’esistenza della holding criminale e la colpevolezza dei suoi promotori:
Gennaro Mokbel è stato condannato in via definitiva a 10 anni e 6 mesi di reclusione, confermando il suo ruolo di capo supremo della struttura.
Carlo Focarelli ha subito una condanna a 11 anni di reclusione come mente tecnica dell’evasione.
Pene severe sono state confermate per i complici addetti al riciclaggio, insieme alla confisca di centinaia di milioni di euro in beni, tra cui i diamanti e i contanti ritrovati nel 2014 nascosti nel solaio di una casa a Pofi (Frosinone), appartenente al tesoriere Silvio Fanella.
Il capitolo dei manager e l’assoluzione di Scaglia
La vera linea di faglia del processo ha riguardato il livello di consapevolezza dei vertici aziendali delle compagnie telefoniche coinvolte. L’accusa sosteneva inizialmente che i manager fossero consapevoli della fittizietà del traffico per gonfiare artificialmente i ricavi nei bilanci annuali.
Silvio Scaglia: Il fondatore di Fastweb ha affrontato un lungo calvario giudiziario, decidendo di rientrare in Italia dall’estero per farsi arrestare e difendersi nel processo. Dopo quasi un anno passato tra carcere e arresti domiciliari, nel 2013 Scaglia è stato assolto con formula piena in primo grado, verdetto poi confermato definitivamente in Appello e in Cassazione. I giudici hanno stabilito la sua totale estraneità al disegno criminoso: Scaglia e la sua azienda erano parti lese, ingannate dall’architettura truffaldina orchestrata da Mokbel e Focarelli.
Stefano Mazzitelli: La posizione dell’ex AD di Telecom Italia Sparkle ha avuto un esito diverso. Condannato in primo grado a 5 anni per associazione a delinquere e frode fiscale, la sua pena è stata successivamente rideterminata e parzialmente prescritta nei successivi gradi di giudizio, ma l’impianto ha confermato l’infedeltà aziendale di diversi quadri della controllata di Telecom Italia.
Le due società coinvolte, Fastweb e Sparkle, hanno evitato il commissariamento giudiziale pagando sanzioni pecuniarie amministrative, rinunciando ai crediti IVA fittizi accumulati e avviando una profonda ristrutturazione delle proprie procedure di controllo interno.

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