La storica sentenza pronunciata il 26 aprile 1997 dalla seconda sezione della Corte d’Assise di Milano nel processo “Wall Street” rappresenta un punto di svolta nella lotta alla criminalità organizzata al Nord Italia. L’indagine prendeva le mosse da precedenti procedimenti, avviati già alla fine del 1992 e consolidati durante il 1993, quando la Procura di Milano, sotto il coordinamento del PM Armando Spataro, aveva iniziato a raccogliere prove sull’attività di spaccio orchestrata da esponenti della criminalità organizzata calabrese e milanese. Le prime misure cautelari furono emesse nel giugno del 1993 nei confronti di 138 persone: un presagio di quello che sarebbe diventato un enorme sviluppo investigativo. La sentenza, con 121 condanne in primo grado e oltre 1.700 anni complessivi di carcere, sancì definitivamente l’esistenza della ‘Ndrangheta e di altri sodalizi mafiosi in Lombardia, smantellando il mito dell’“immunità” del Settentrione al fenomeno mafioso.
Le origini dell’inchiesta
L’operazione “Wall Street” scattò il 27 maggio 1994, con l’iscrizione di 208 indagati per reati come usura, estorsione, traffico di stupefacenti e associazione mafiosa. Il nome dell’inchiesta deriva dall’omonima pizzeria di Lecco, quartier generale del boss Franco Coco Trovato, figura centrale insieme a Giuseppe Flachi e Antonio Schettini dell’associazione mafiosa individuata. L’indagine rivelò una vera e propria federazione criminale operante tra Milano e le province di Como, Lecco, Varese, Monza e Brianza, con diramazioni a Sesto San Giovanni, Cinisello Balsamo, Limbiate e Busto Arsizio.
Il supporto dei collaboratori di giustizia fu decisivo: Antonio Zagari (figlio del capobastone Giacomo), Saverio Morabito, Filippo Barreca e Salvatore Annacondia. Quest’ultimo, ex membro della Sacra Corona Unita affiliato a Cosa Nostra e vicino ai Coco Trovato, si pentì spinto dal desiderio di salvare il rapporto con il figlio, contribuendo in modo determinante a ricostruire gli intrecci tra i clan e a smascherare il patto criminale alla base del potere mafioso in Lombardia.
Il radicamento della ‘Ndrangheta in Lombardia
La presenza della ‘Ndrangheta al Nord affonda le radici negli anni Cinquanta, come effetto della migrazione dal Sud. Tuttavia, fu con l’ingresso nel traffico di droga che i clan calabresi trovarono nel territorio lombardo un ambiente fertile, meno controllato e più ricco. La mafia non si limitava più al solo transito, ma occupava il territorio attraverso l’acquisizione di immobili, locali e aziende — spesso a prezzi superiori al mercato, o con metodi usurari — fino a distorcere il libero mercato. Particolarmente nel lecchese, la penetrazione fu profonda, con infiltrazioni anche nel tessuto imprenditoriale e istituzionale.
Il nucleo della struttura ‘ndranghetista rimaneva la famiglia, intesa come clan a legami di sangue, operante con autonomia ma in costante collegamento con le cosche calabresi, in particolare tramite la Camera di Controllo e le riunioni annuali di Polsi. La ‘ndrina Coco Trovato rappresentò uno degli esempi più potenti di questa evoluzione.
Il sodalizio mafioso Trovato-Flachi-Schettini
Il gruppo criminale oggetto dell’indagine si configurava come un’alleanza tra diversi sodalizi mafiosi, uniti nel controllo del narcotraffico e delle attività criminali in Lombardia. Il nucleo centrale — composto da Flachi, Coco Trovato, Schettini e Paviglianiti — consolidò la propria potenza tra gli anni ’80 e i primi ’90, approfittando anche del vuoto di potere lasciato dalla detenzione di figure come Renato Vallanzasca.
L’organizzazione inglobava gruppi attivi nei quartieri milanesi della Comasina, Quarto Oggiaro, Bruzzano, così come nei comuni dell’hinterland. Tra le realtà criminali collegate: i Papalia a sud di Milano, il clan Miano all’autoparco di via Salomone, i Crisafulli e i Paviglianiti.
Il tratto distintivo dell’associazione era il controllo del territorio, esercitato attraverso il traffico di stupefacenti, l’usura, le estorsioni e l’acquisizione forzata di esercizi commerciali. L’approvvigionamento comune di droga garantiva prezzi vantaggiosi e controllo del mercato, mentre la violenza e l’intimidazione assicuravano l’assoggettamento della popolazione. Gli omicidi, come quelli della faida con il gruppo Batti, rappresentavano non solo atti repressivi, ma il collante identitario del sodalizio mafioso.
Lecco, “il paradiso” di Coco Trovato
Per il boss Franco Coco Trovato, Lecco era “un paradiso”. Una città dove il gruppo operava senza ostacoli, con la complicità (talvolta attiva, talvolta passiva) di imprenditori, commercianti e perfino istituzioni locali. Lo racconta Vincenzo Musolino, cognato di Coco Trovato: “La presenza ambientale dell’associazione era arrivata a un livello di assoluto pericolo per il tessuto socio-economico”.
La pizzeria Wall Street, bar, ristoranti e locali notturni — tra cui il celebre “K2” e i ristoranti “Pescen”, “Il Portico”, “La Tartaruga”, “Il Giglio” — erano il volto legale di un potere fondato su usura, estorsione, corruzione e riciclaggio. Gli investimenti si estendevano anche a Novate Milanese, Bruzzano, Cormano, Limbiate, fino a Cermenate e Lomazzo. Esemplare il caso dell’Unione Commercianti di Lecco che, nel pieno del dominio mafioso, conferì una medaglia d’oro al ristorante Wall Street, mentre a Franco Coco Trovato veniva attribuito il cavalierato dell’Ordine Ospedaliero Militare di Betlemme, su richiesta dello stesso ente.
La risposta dello Stato
Il 30 agosto 1992 Coco Trovato fu arrestato proprio nella sua pizzeria Wall Street. La sentenza del 1997 arrivò dopo anni di indagini e arresti. Le condanne riguardarono anche diciassette omicidi, traffico di armi, estorsione, riciclaggio. Trovato ricevette quattro ergastoli.
Negli anni 2000, nuove operazioni — “Atto Finale”, “Mala Avis”, “Oversize” — smantellarono le nuove generazioni dei clan: tra gli arrestati, Emiliano Trovato (figlio di Franco), condannato a oltre 20 anni per quasi 200 reati, e Giacomo Trovato (nipote). La struttura familiare e territoriale dell’associazione era sopravvissuta all’arresto del capostipite, segno della resilienza e pervasività del modello mafioso ‘ndranghetista.
Una sentenza spartiacque
La sentenza “Wall Street” è considerata una pietra miliare: fu la prima a certificare giuridicamente l’esistenza della mafia in Lombardia. Arrivò in un momento in cui, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, l’Italia era sotto shock. Eppure, mentre si negava l’esistenza della mafia al Nord, un sistema parallelo di potere prosperava. La lezione è ancora oggi attuale: la mafia si insedia dove trova consenso, silenzio e spazio economico.

Vuoi discuterne con altri?
Partecipa alla discussione sul FORUM
Op Wall Street Sentenza Assise Milano 26 04 1997 Rg 23-1994 24-1994 27-1994 32-1994 1-1995 2-1992