L’operazione “Vertice”, scattata nel marzo 2006, ha svelato come i capitali della potente cosca Condello fossero stati spostati e investiti nel cuore del Nord Italia. Una vicenda complessa che, tra il 2006 e il 2012, ha visto alternarsi clamorosi sequestri di lingotti d’oro, assoluzioni sorprendenti e nuovi procedimenti per la gestione illecita di imperi economici.
2006: Il Blitz contro il “Supremo” e il Tesoro di Goldfinger
L’inchiesta, coordinata dal pm Santi Cutroneo e condotta dai Carabinieri del ROS, mirava a colpire la rete di protezione e riciclaggio di Pasquale Condello, il “Supremo”, all’epoca latitante da 18 anni. Il blitz portò a 33 ordinanze di custodia cautelare e al sequestro di beni per 50 milioni di euro.
L’aspetto più sensazionale fu il ritrovamento del forziere della cosca nelle banche di Emilia e Lombardia: i militari trovarono lingotti d’oro da mezzo chilogrammo l’uno e una “montagna” di pietre preziose (diamanti, zaffiri, rubini e smeraldi). Al centro di questo impero sembrava figurare Alfredo Ionetti, imprenditore di Cesena originario di Archi, accusato di essere il terminale finanziario del clan.
2008-2009: Il primo ribaltamento e le assoluzioni
Nonostante le intercettazioni e il sequestro preventivo, il primo iter processuale riservò delle sorprese. Nel luglio 2008, il Gup Paolo Ramondino assolse Alfredo Ionetti e Francesco Vazzana (nipote di Condello) dalle accuse di associazione mafiosa e riciclaggio.
La procura non riuscì a dimostrare che ci fossero dei passaggi di denaro da Condello a Ionetti, così nel 2009, le sentenze definitive confermarono l’insussistenza dell’intestazione fittizia e del riciclaggio in concorso con Condello, disponendo la restituzione dei beni, ribadendo la riconducibilità degli stessi al solo Ionetti.
I “Legami di Famiglia” e la nuova inchiesta forlivese
Nonostante le assoluzioni sul fronte del riciclaggio, i legami tra i Ionetti e i Condello rimasero sotto la lente degli inquirenti, alimentati anche da intrecci familiari: nel 2009, infatti, Daniele Ionetti (figlio di Alfredo) sposò Caterina Condello, figlia del “Supremo”.
Nel gennaio 2012, la Procura di Forlì colpiva nuovamente la famiglia Ionetti. L’accusa non era più legata direttamente al riciclaggio delle origini, ma alla gestione illecita delle aziende. Sebbene i beni fossero stati confiscati e affidati ad amministratori giudiziari (Rosario Spinella e Francesco La Camera), Alfredo Ionetti e i figli avrebbero continuato a gestire “allegramente” le attività, operando bonifici, compravendite e contatti con banche e finanziarie come se nulla fosse cambiato.
2012: Il patteggiamento a Forlì
La vicenda si concluse nel giugno 2012 con un patteggiamento per padre e figli davanti al Gup di Forlì: Alfredo Ionetti: 2 anni e 2 mesi di reclusione (con sospensione condizionale); Daniele Ionetti: 1 anno e 4 mesi (con sospensione condizionale); Paolo Ionetti: 8 mesi (con sospensione condizionale).
Oltre alla gestione abusiva delle aziende sequestrate, ad Alfredo Ionetti sono state contestate violazioni alle prescrizioni delle misure di prevenzione (come l’obbligo di “vivere onestamente” e non frequentare pregiudicati) e reati fiscali per omessa dichiarazione dei redditi e mancato versamento IVA tra il 2008 e il 2010.
U Supremu
L’operazione “Vertice” è stata solo il punto di partenza di un lungo iter giudiziario che ha colpito il cuore della gerarchia della ‘ndrangheta reggina. Sebbene alcuni imprenditori come Ionetti abbiano ottenuto assoluzioni o patteggiamenti per i reati finanziari, i vertici militari e strategici della cosca hanno subito condanne pesantissime.
Il capo indiscusso della cosca, Pasquale Condello, catturato nel febbraio 2008 in un appartamento di Reggio Calabria dopo 18 anni di latitanza, ha accumulato una serie di condanne definitive che lo hanno destinato al regime di 41-bis: È stato condannato al carcere a vita per essere stato uno dei principali registi della seconda guerra di ‘ndrangheta (1985-1991), che causò oltre 600 morti. È stato riconosciuto come uno dei mandanti dell’assassinio dell’ex presidente delle Ferrovie dello Stato, Ludovico Ligato, avvenuto nel 1989, oltre a essere condannato per avere diretto l’associazione mafiosa che si dedicava alle estorsioni e all’infiltrazione negli appalti – reati emersi proprio durante le indagini dell’operazione “Vertice”.
I fedelissimi
Nel troncone principale del processo “Vertice” e nei successivi appelli, le condanne hanno colpito anche i fedelissimi e i parenti che gestivano il territorio e la latitanza del boss. Tra questi Domenico Condello (classe ’56), cugino del Supremo e anch’egli a lungo latitante, condannato per associazione mafiosa, oltre a diversi membri della famiglia Vazzana (Andrea, Francesco e Pasquale), legati da vincoli di parentela con i Condello, per associazione mafiosa e per aver garantito l’operatività della cosca. Anche Paolo Iannò, killer e braccio destro del Supremo, divenuto poi collaboratore di giustizia, ricevette condanne ridotte, grazie al suo contributo nello svelare gli omicidi della guerra di mafia e i meccanismi di protezione del Supremo.

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Op Vertice Sentenza GIP Reggio Calabria 11 03 2006 Rgnr 4141-2005