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Operazione “San Michele”: ‘ndrangheta Ad Alta Velocità

(I PDF degli atti processuali collegati si trovano alla fine dell'articolo)

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L’“Operazione San Michele” rappresenta una delle più significative indagini contro la presenza della ‘ndrangheta nel Nord Italia, in particolare in Piemonte e nella Valle di Susa. Coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Torino e condotta dai Carabinieri del ROS, l’operazione – conclusa nel luglio 2014 dopo tre anni di indagini – ha portato alla luce un sistema di infiltrazioni mafiose nel tessuto economico e imprenditoriale piemontese, con tentativi di accesso agli appalti pubblici legati anche ai cantieri dell’Alta Velocità Torino-Lione (TAV).

Le origini dell’indagine

Le indagini, iniziate nel 2011, hanno ricostruito l’attività di una ‘ndrina distaccata di San Mauro Marchesato (Crotone) operante stabilmente in Piemonte. Il gruppo faceva riferimento al cosiddetto Crimine di Torino, proiezione delle cosche calabresi nel Nord, e aveva il suo centro operativo in un bar di Volpiano, significativamente chiamato “San Michele” – da cui il nome dell’operazione.

A capo del sodalizio, secondo gli inquirenti, vi erano Mario Audia e Domenico Greco, sotto la supervisione del capocosca Angelo Greco, residente a Venaria Reale. L’organizzazione era attiva in diversi settori: estorsioni, usura, gestione illecita di rifiuti, e soprattutto nel tentativo di penetrare il circuito degli appalti pubblici.

Gli arresti e i sequestri

Il 1º luglio 2014 i Carabinieri eseguirono 19 ordinanze di custodia cautelare in carcere in Piemonte, Lombardia, Liguria e Calabria. Contestualmente furono disposti sequestri preventivi di beni per circa 15 milioni di euro, comprendenti immobili, aziende, conti correnti e automobili.
Secondo la Procura, la ‘ndrina puntava a inserirsi nei lavori di movimento terra e nelle opere legate alla costruzione del TAV in Val di Susa, con il supporto di imprenditori locali e una rete di complicità nella cosiddetta “zona grigia” – tra cui un ispettore di polizia municipale e un investigatore privato, accusati di fornire informazioni riservate.

Il ruolo di Giovanni Toro

Figura centrale nell’inchiesta fu Giovanni Toro, imprenditore di Chiusa di San Michele e titolare della Toro srl, società attiva nel settore delle costruzioni e locataria di una cava strategica in Val di Susa.
Secondo l’accusa iniziale, Toro avrebbe rappresentato il “cavallo di Troia” della ‘ndrina nel mondo degli appalti: un punto d’ingresso economico per favorire l’espansione del clan. Tuttavia, la sua posizione giudiziaria ha avuto un’evoluzione significativa.

Nel 2014 Toro fu arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, estorsione e violazione della legge sugli stupefacenti. Condannato in primo grado a sette anni di reclusione, ha poi visto la sua vicenda ribaltarsi completamente in appello.
Il 3 ottobre 2022, la Corte d’Appello di Torino lo ha assolto “perché il fatto non sussiste”. Secondo i giudici, Toro sarebbe rimasto travolto da dinamiche criminali a sua insaputa.

Le condanne definitive e la sentenza della Cassazione

Parallelamente, i processi a carico degli altri imputati hanno confermato la solidità dell’impianto accusatorio.
Nel dicembre 2016, il Tribunale di Torino emise numerose condanne, confermate in Cassazione nel luglio 2018. Tra i condannati in via definitiva figurano Domenico e Roberto Greco, Domenico Maida e Antonio Donato, riconosciuti come affiliati alla cosca di San Mauro Marchesato.
Le pene variavano tra i sette e i nove anni di reclusione. Altri imputati avevano scelto il rito abbreviato o patteggiato, portando complessivamente a oltre dieci condanne definitive.

Il TAV come terreno d’infiltrazione

Uno degli aspetti più significativi dell’inchiesta riguarda il tentativo della ‘ndrangheta di infiltrarsi nel grande cantiere del TAV di Chiomonte, simbolo di una delle opere pubbliche più discusse d’Italia.
Secondo la ricostruzione dei ROS, attraverso una rete di intermediari e imprese collaterali, la cosca Greco avrebbe cercato di ottenere subappalti e commesse, sfruttando intimidazioni e pratiche illecite.
L’arresto di Toro nel 2013 avrebbe interrotto il processo d’infiltrazione economica nella Val di Susa.

L’eredità dell’Operazione San Michele

A distanza di oltre dieci anni, l’Operazione San Michele ha mostrato come le cosche calabresi non si limitino più ai traffici tradizionali, ma cerchino legittimazione economica e sociale attraverso l’impresa e gli appalti pubblici, mantenendo però gli stessi metodi di intimidazione e controllo tipici dell’organizzazione mafiosa.

Allo stesso tempo – il mio pensiero va al ponte Villa San Giovanni-Messina – l’operazione San Michele è l’ennesima dimostrazione di come le grandi opere in Italia vengano fatte per far mangiare amici e amici degli amici. E’ brutto dirlo, ma forse sarebbe meglio non farle.

Angelo Greco
Angelo Greco

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