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Operazione Saggezza: La ‘Ndrangheta E La Massoneria

(I PDF degli atti processuali collegati si trovano alla fine dell'articolo)

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L’operazione “Saggezza,” avviata nel novembre 2012 dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, ha scosso le fondamenta delle ‘ndrine aspromontane, svelando una struttura criminale finora sconosciuta e i suoi legami con il mondo della massoneria e degli affari legali. L’indagine, coordinata dai pubblici ministeri Nicola Gratteri e Antonio De Bernardo, ha portato a 37 arresti e a un’ampia indagine su oltre 100 persone, culminando in un processo che ha fatto luce su una criminalità organizzata sempre più complessa e radicata.

La “Corona”: Una Sovrastruttura di Potere

Il fulcro dell’inchiesta è stata la scoperta della “Sacra Corona”, un’articolazione intermedia della ‘ndrangheta che si poneva al di sopra dei tradizionali “locali”. Questa struttura gestiva e coordinava cinque “locali” della Locride (Antonimina, Ardore, Canolo, Ciminà e Cirella di Platì), con l’obiettivo di “associare” le piccole realtà territoriali per conferire loro un peso maggiore nel panorama criminale. Al vertice della “Corona” c’era l’anziano boss Vincenzo Melia, affiancato dai “capi consiglieri” Nicola Romano e Nicola Nesci, e dai “consiglieri” Giuseppe Varacalli e Giuseppe Siciliano.

Questa struttura di comando era capace di dirimere conflitti, spartire affari illeciti e relazionarsi con le più influenti famiglie della ‘ndrangheta reggina, come i Commisso di Siderno, i Cordì di Locri, i Pelle di San Luca e i Barbaro di Platì.

Affari e Potere: Il Controllo del Territorio e della Politica

L’operazione ha rivelato come la “Corona” controllasse una vasta gamma di attività economiche illecite. Dalle intercettazioni è emerso un sistematico condizionamento degli appalti pubblici, in particolare nel settore edile, del movimento terra e del taglio boschivo. Imprese riconducibili agli indagati, come la G.S.C. Srl Unipersonale e la I.C.O.P. Srl (attive anche in Lombardia), presentavano offerte fittizie per alterare le gare d’appalto, garantendo così ingenti profitti illeciti.

L’influenza della “Corona” si estendeva anche alla sfera politica. Un esempio lampante è il caso di Bruno Bova, ex vicesindaco di Ardore e presidente della Comunità montana “Aspromonte Orientale”, la cui elezione fu condizionata dal clan per assicurarsi il controllo sulla gestione dei fondi pubblici e delle gare d’appalto. Questo controllo sul territorio non si limitava agli affari, ma si estendeva anche ad attività di usura e di esercizio abusivo del credito, a ulteriore testimonianza del dominio totale.

Il Legame Oscuro con la Massoneria

Uno degli aspetti più inquietanti dell’indagine è stato il profondo legame tra la “Corona” e la massoneria. Le intercettazioni hanno svelato che la massoneria era vista come un “trampolino di lancio” per entrare in contatto con i vertici della società italiana e ottenere vantaggi economici e personali. Almeno sei degli arrestati erano membri della loggia massonica di Siderno, affiliata alla loggia madre “Camea”. Figure di spicco del sodalizio criminale, come Nicola Nesci, ricoprivano alte cariche anche all’interno della massoneria, dimostrando una commistione tra i due mondi. I giudici hanno sottolineato come l’organizzazione abbia deviato dai suoi scopi iniziali per diventare una struttura al servizio della ‘ndrangheta.

Gli Esiti Giudiziari: Condanne e Sequestri

Il percorso giudiziario dell’operazione “Saggezza” è stato lungo e complesso.

Primo grado (settembre 2015): Il Tribunale di Locri ha emesso la sentenza di primo grado, con 15 condanne (per un totale di oltre 150 anni di reclusione), 23 assoluzioni e l’estinzione del reato per 5 imputati a causa della prescrizione.

Appello (ottobre 2017): La Corte d’appello di Reggio Calabria ha sostanzialmente confermato le condanne. Le pene più significative sono state:

Nicola Romano: 17 anni e 8 mesi.

Giuseppe Raso: 14 anni.

Massimo Siciliano: 10 anni e 8 mesi.

Rosario Barbaro: 15 anni.

Nicola Nesci: 15 anni.

Bruno Varacalli: 14 anni.

Rocco Polifroni, Antonio Spagnolo e Bruno Bova: 10 anni ciascuno.

Sono state disposte anche tre assoluzioni: Pierino e Vincenzo Fazzaro e Salvatore Fragomeni.

Oltre alle condanne, l’operazione ha portato a importanti sequestri patrimoniali. Inizialmente, furono sequestrate quattro imprese per un valore di circa un milione di euro. Successivamente, nel 2014, un’operazione della DIA ha sequestrato beni per un valore di 7 milioni di euro a Massimo Siciliano, genero di Nicola Romano e imprenditore di riferimento del clan, confermando la sproporzione tra i suoi investimenti e i redditi dichiarati.

La morte di Vincenzo Melia prima della sentenza non ha impedito al processo di fare luce su un’organizzazione criminale in grado di tessere una rete di potere e affari che si estendeva dalla Calabria alla Lombardia, dimostrando la capacità della ‘ndrangheta di adattarsi e sfruttare nuove forme di infiltrazione sociale e economica.

Vincenzo Melia
Vincenzo Melia

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