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Operazione Res-Tauro: Il Ritorno Di Facciazza

(I PDF degli atti processuali collegati si trovano alla fine dell'articolo)

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Reggio Calabria, 23 settembre 2025 — Un imponente blitz dei Carabinieri del ROS ha colpito il cuore della ‘ndrangheta con l’operazione “Res-Tauro”, che ha portato all’esecuzione di 26 ordinanze di custodia cautelare. Al centro dell’inchiesta vi è Giuseppe ‘Pino’ Piromalli, soprannominato “Facciazza”, un boss storico di 80 anni che incarna la profonda trasformazione della criminalità organizzata da struttura rurale e violenta a un vero e proprio cartello imprenditoriale.

Facciazza, che aveva riconquistato la libertà nel 2021 dopo aver scontato 22 anni di carcere al 41 bis, aveva immediatamente avviato un piano per “restaurare” il potere della sua cosca, che lui stesso definiva “sta tigre che è Gioia Tauro”. L’indagine, coordinata dalla DDA di Reggio Calabria, ha documentato il suo ritorno al comando e la sua capacità di agire non come un semplice capobastone, ma come un manager criminale che governa affari, appalti e investimenti.

Il “Nulla Osta” Mafioso: La Morsa sul Territorio

L’inchiesta “Res-Tauro” ha svelato come la cosca controllasse ogni aspetto della vita economica nella Piana di Gioia Tauro, imponendo il proprio “nulla osta” su ogni attività. Un episodio emblematico riguarda Gioacchino Piromalli, classe 1934, che, avvalendosi della forza intimidatrice del clan, avrebbe costretto un imprenditore a non aprire la sede della sua azienda sul territorio, un chiaro segnale della supremazia dei Piromalli. L’imposizione del pizzo era una pratica costante e capillare: il boss Pino Piromalli e il suo “capo società” Antonio Zito sono accusati di aver estorto una somma di 4.000 euro a Cosentino Angelo durante le festività natalizie del 2022. La minaccia sarebbe stata esplicita e brutale, con Zito che si sarebbe rivolto alla vittima con parole come “tu sei un poco serio e una cosa lorda” e “con chi ti pare di avere a che fare!”.

L’ombra del clan si è estesa anche a lavori pubblici di grande rilevanza: Pino Piromalli e Antonio Zito sono indagati per aver costretto gli imprenditori Bagalà a versare una somma di denaro per poter proseguire i lavori di costruzione di una strada di collegamento tra il porto e l’autostrada A2. In un’altra occasione, gli stessi boss, con la complicità di Francesco Copelli e Domenico Sibio, avrebbero agito per costringere l’imprenditore Ippolito Bagalà a pagare per i lavori di carotaggio in una strada di Rosarno.

Arsenali da Guerra e La Logistica del Pizzo

L’indagine ha permesso di documentare anche il traffico e la detenzione illegale di un vero e proprio arsenale. Giuseppe Ferraro è accusato di aver detenuto illegalmente un’arma da guerra, un Kalashnikov AK47, e una pistola modello 70. L’inchiesta lo descrive anche come un ricettatore, avendo ricevuto l’arma di illecita provenienza. Ancora più vasto sarebbe stato l’arsenale di Rosario Mazzaferro, che avrebbe detenuto illegalmente un fucile Benelli, un mitra con doppio caricatore, tre pistole, un revolver, e numerose cartucce israeliane. Anche Giovanni Furfaro e lo stesso Pino Piromalli sono indagati per detenzione illegale di armi da fuoco, in un quadro che delinea un’organizzazione armata fino ai denti.

La rete dei complici avrebbe gestito ogni aspetto logistico del racket. Giuseppe Ferraro, oltre a detenere armi, avrebbe messo a disposizione il suo frantoio come luogo riservato per incontrare le vittime delle estorsioni. Rosario Bruzzese avrebbe fatto da intermediario per le richieste di denaro, come nel caso di Giuseppe Femia, che sarebbe stato costretto a pagare per aprire il suo stabilimento balneare. L’intera macchina criminale era al servizio del boss, orchestrando estorsioni a 360 gradi: dalla richiesta di “messa a posto” di un supermercato Carrefour, alla minaccia ai titolari di una ditta di impianti, fino all’estorsione ai proprietari di un pastificio e di una tabaccheria.

L’Infiltrazione Capillare: Dalle Imprese alle Famiglie

L’operazione ha mostrato come il clan si fosse insinuato in ogni piega del tessuto sociale ed economico. La cosca non esitava a imporre la propria volontà anche per piccole somme, come nel caso dell’impresa Piante Magrì, i cui titolari furono costretti a cedere gratuitamente una pianta o a subire un forte sconto su una vendita. L’inchiesta svela persino i meccanismi di interazione tra i vari livelli del clan: Vincenzo Zito è accusato di avere fatto da tramite per le richieste di estorsione, Rocco Cipri sarebbe stato l’intermediario tra il clan e gli imprenditori, e Giuseppe Zito avrebbe raccolto informazioni per conto del boss.

Questo quadro complesso e dettagliato non solo conferma la natura di holding del clan, ma rivela anche la profondità con cui il potere mafioso si è ramificato, controllando ogni attività sul suo territorio di competenza. Fino a oggi almeno.

Giuseppe Piromalli
Giuseppe “Facciazza” Piromalli

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