L’operazione “Provvidenza”, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria e condotta dai carabinieri del ROS all’inizio del 2017, ha colpito al cuore la cosca Piromalli, una delle più potenti articolazioni della ‘ndrangheta. La cosca esercitava un controllo capillare sulla Piana di Gioia Tauro, sull’intero mandamento tirrenico e sulle attività economiche locali, estendendo la propria influenza fino a Milano e agli Stati Uniti.
Il figlio del Boss
Al centro dell’indagine vi era Antonio Piromalli, figlio di Giuseppe “Pino” Piromalli, detto “Facciazza”. Antonio, già condannato per associazione mafiosa, si era trasferito a Milano per sfuggire alle attenzioni degli investigatori, istituendo una nuova base operativa da cui gestiva una rete criminale complessa che si muoveva tra attività illecite e affari imprenditoriali legittimi.
Il clan gestiva un’ampia gamma di attività, tra cui traffico internazionale di stupefacenti, estorsioni, usura, compravendite di terreni e attività commerciali nel settore dell’ortofrutta, dell’edilizia e del turismo, con investimenti anche negli Stati Uniti, in Romania e in Francia.
L’olio finto extravergine
In particolare, uno dei business internazionali più redditizi era il commercio di olio di sansa, che veniva esportato negli USA e rietichettato come extravergine d’oliva “Made in Italy”, venduto alla grande distribuzione americana grazie alla società Global Freight Service Inc., con sede a New York e ritenuta direttamente riconducibile ad Antonio Piromalli. Le indagini hanno documentato che la cosca era in grado di condizionare la qualità e il prezzo dei prodotti, decidendo come gestire partite di olio scadente non accettate dai clienti esteri.
La frutta e i vestiti
Parallelamente, Antonio Piromalli aveva interessi anche nel mercato ortofrutticolo di Milano, dove esercitava un controllo diretto sulle forniture e sulle condizioni di vendita, e nella realizzazione di negozi di abbigliamento a marchio “Jennifer” in Lombardia, intestati formalmente a prestanome ma in realtà gestiti dal boss. Vi era inoltre un progetto di centro commerciale/outlet nei pressi dello svincolo autostradale di Gioia Tauro, con Antonio Piromalli direttamente coinvolto nella scelta del terreno e della società estera che avrebbe curato l’inserimento dei grandi marchi.
La fine del sogno
Il 26 gennaio 2017, il ROS eseguì 33 arresti, colpendo i vertici e gli affiliati della cosca, e sequestrò beni per un valore stimato di circa 40 milioni di euro, tra cui società, complessi immobiliari e disponibilità finanziarie. Gli indagati erano accusati di associazione mafiosa, traffico internazionale di stupefacenti, autoriciclaggio, intestazione fittizia di beni e altri reati aggravati dalle modalità mafiose. Tra gli arrestati spiccavano Antonio Piromalli, Girolamo e Teodoro Mazzaferro, Pasquale Guerrisi, Francesco Cordì, Giuseppe Barbaro, Carmine Alvaro, Alessandro Pronestì e altri esponenti di rilievo. Le indagini hanno evidenziato come i Mazzaferro gestissero operazioni immobiliari e commerciali in Calabria, spesso attraverso intimidazioni o prestiti usurari, mentre Pasquale Guerrisi fungeva da interfaccia calabrese di Antonio Piromalli, curando gli affari illeciti in linea con le direttive ricevute da Milano.
La Lombardia
I collegamenti con la Lombardia erano gestiti anche dai cognati Francesco Cordì e Francesco Sciacca, tramite un sistema di pizzini che permetteva una comunicazione costante e criptica tra il capoluogo lombardo e Gioia Tauro. Le donne della famiglia, tra cui mogli e figlie dei boss, svolgevano un ruolo fondamentale nella trasmissione delle informazioni e nel coordinamento con Giuseppe “Facciazza”, che, nonostante la detenzione al 41-bis, continuava a impartire ordini e influenzare le decisioni della cosca.
Il porto
Il clan Piromalli manteneva anche il controllo del porto di Gioia Tauro e dei traffici di cocaina, entrando in conflitto con la cosca Molè, in particolare con Domenico Stanganelli, per la gestione dei gruppi specializzati nella movimentazione delle partite di droga. I contrasti avevano portato a attentati a colpi d’arma da fuoco contro affiliati e collaboratori della cosca Piromalli, mentre i vertici, tra cui Girolamo Mazzaferro e Francesco Cordì, avevano costituito un gruppo di fuoco e pianificato omicidi, poi sventati dalle forze dell’ordine e dall’arresto degli esecutori. Oltre alle attività criminali tradizionali, la cosca estendeva la propria influenza al tessuto economico legale, condizionando il mercato agroalimentare calabrese, soprattutto la filiera degli agrumi, e attraverso imprese riconducibili alla cosca in Italia e negli Stati Uniti perpetuava frodi alimentari e operazioni di riciclaggio.
Il processo
Il percorso giudiziario dell’operazione “Provvidenza” è stato lungo e complesso. Nel gennaio 2018, 19 imputati furono rinviati a giudizio davanti al Tribunale di Palmi, mentre altri 25 optarono per il rito abbreviato davanti al GUP di Reggio Calabria. Il processo di primo grado, conclusosi nel dicembre 2020, portò a cinque condanne, tra cui quella di Antonio Piromalli a 12 anni, e a venti assoluzioni. Alcune società e somme sequestrate furono restituite agli imputati assolti. Nel marzo 2022, ulteriori indagini patrimoniali portarono al sequestro di beni per circa un milione di euro ad Antonio Piromalli, comprendenti tre complessi aziendali e disponibilità finanziarie, concentrandosi in particolare sul controllo della filiera agricola e sul mercato ortofrutticolo di Milano. Nel ottobre 2022, la Corte di Cassazione annullò parte delle condanne, tra cui quelle di Antonio Piromalli e Carmine Alvaro, rinviando il processo alla Corte d’Appello di Reggio Calabria.
L’assoluzione in Appello
Nel novembre 2023 il nuovo giudizio di secondo grado della Prima Sezione penale della Corte d’Appello di Reggio Calabria – presieduta da Giancarlo Bianchi con a latere le consigliere Elisabetta Palumbo e Cristina Foti – ha ribaltato in modo significativo l’esito del primo grado, pronunciando l’assoluzione dei principali imputati legati alla famiglia Piromalli. L’appello, segnato da un’istruttoria complessa e dalla ri-escussione dei collaboratori di giustizia Marcello Fondacaro, Arcangelo Furfaro, Antonio Russo e Piero Mesiani Mazzacuva su richiesta del sostituto procuratore generale Maria Pellegrino, ha ritenuto insufficienti o non più attendibili le ricostruzioni accusatorie formulate in primo grado. La sentenza del Tribunale di Palmi del 2020, che aveva condannato alcuni imputati, è stata così superata dall’analisi della Corte d’Appello.
‘Ndrangheta: moderna e resiliente
L’operazione “Provvidenza” ha messo in luce la capacità della cosca Piromalli di operare come una vera e propria organizzazione imprenditoriale, capace di integrare attività criminali tradizionali con operazioni economiche legittime su scala nazionale e internazionale. Il controllo del mercato ortofrutticolo milanese, della filiera agricola calabrese e della distribuzione di olio negli Stati Uniti dimostra la trasformazione della ‘ndrangheta in una struttura multidimensionale, in grado di permeare settori economici diversi e di adattarsi alle dinamiche globali del mercato. Nonostante gli arresti, i sequestri e i processi, la cosca continua a esercitare un’influenza significativa nella Piana di Gioia Tauro, confermando la resilienza e la complessità delle organizzazioni mafiose calabresi.

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