L’operazione “Piccolo Carro” ha svelato un complesso e inquietante intreccio di potere, criminalità e servizi deviati che ha scosso la Calabria e il mondo politico romano. Al centro di questa vicenda c’è la figura di Giovanni Zumbo, un commercialista e presunta “talpa” che, secondo le indagini della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Reggio Calabria, agiva come un informatore cruciale per la ‘ndrangheta, tessendo legami tra il mondo criminale e quello delle istituzioni.
Il depistaggio dell’auto-arsenale e l’arresto di Demetrio Praticò
L’indagine ha avuto inizio con l’arresto, nel settembre 2010, di Demetrio Domenico Praticò, accusato di associazione mafiosa e detenzione di armi ed esplosivi. La sua cattura era collegata al ritrovamento di una Fiat Marea imbottita di armi ed esplosivo, parcheggiata in via Ravagnese, sulla strada che avrebbe percorso l’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in visita a Reggio Calabria.
Tuttavia, come emerso dalle indagini e confermato dal procuratore Giuseppe Pignatone, il ritrovamento dell’auto fu una farsa, un vero e proprio depistaggio orchestrato da Zumbo. Lo scopo era di accreditarsi come “fonte fiduciaria” presso i Carabinieri, offrendo loro una “bella operazione di servizio”. Le armi, in gran parte inefficienti, e l’esplosivo a bassa potenza testimoniano la natura teatrale dell’evento. Questa messinscena, secondo gli inquirenti, servì a Zumbo e a Giovanni Ficara per stringere un’alleanza con il boss Giuseppe Pelle di San Luca e per danneggiare un cugino di Ficara, con cui vi erano stati dei dissidi per il controllo degli “affari” della cosca. L’episodio ha rivelato l’esistenza di sofisticate strategie di contro-intelligence da parte della ‘ndrangheta.
Giovanni Zumbo: Il commercialista vicino ai servizi
Giovanni Zumbo, un professionista stimato con un passato da amministratore giudiziario di beni confiscati alle mafie, era, secondo gli inquirenti, molto più che un semplice informatore. Le intercettazioni hanno catturato Zumbo a casa del boss Giuseppe Pelle, dove, con l’aiuto di Giovanni Ficara, forniva notizie riservatissime sulle indagini in corso. Zumbo stesso, intercettato, si vantava di “fare parte di un sistema che è molto, molto più vasto di quello che…”.
Questa frase ha sollevato inquietanti domande sul ruolo di Zumbo e sulla sua presunta contiguità con i servizi segreti, un legame che lui stesso rivendicava parlando di “pezzi grossi da Roma” e di contatti con membri dei Ros dei Carabinieri. Nonostante la DDA avesse richiesto una conferma ufficiale del suo ruolo negli apparati di sicurezza, nessuna agenzia ha confermato un suo coinvolgimento. Eppure, la sua capacità di ottenere informazioni delicate su inchieste di Reggio Calabria e Milano, e il suo passato da collaboratore di un’agenzia informativa, restano punti oscuri. Un dettaglio inquietante emerso durante le indagini è che un Giovanni Zumbo veniva indicato, in un documento dell’organigramma della cosca Latella, con il grado di “sgarrista”, anche se non è chiaro se si trattasse di un caso di omonimia.
Le dichiarazioni esplosive e i dubbi irrisolti
Al momento del suo arresto, nel luglio 2010, Zumbo rilasciò dichiarazioni spontanee che hanno gettato ulteriore luce sulla complessità della sua figura. In queste dichiarazioni, rese ai Carabinieri, Zumbo si definiva uno “stupido” per aver collaborato senza ricevere denaro, sostenendo che un non specificato “loro” lo aveva “inquietato” e costretto a collaborare all’inizio del 2010.
L’aspetto più clamoroso fu la sua affermazione che se si fosse pentito, le sue dichiarazioni avrebbero “scosso l’intera città”. Queste parole, insieme ai suoi messaggi ambigui, sono state interpretate come un “sos” o un avvertimento a “loro”, un gruppo di “pupari” di cui lui sarebbe stato solo una pedina. Questo ha alimentato il sospetto che dietro l’apparente ruolo di “eminenza grigia” del commercialista ci fossero figure di potere ancora più elevate e sconosciute.
Le condanne in appello, seppur ridotte (11 anni per Zumbo, 8 anni e 2 mesi per Ficara e 11 anni per Praticò), hanno sostanzialmente confermato l’impianto accusatorio. Zumbo è tornato un uomo libero nel 2019, ma i dubbi sollevati dalla sua vicenda rimangono. L’operazione “Piccolo Carro” è un caso emblematico di come la ‘ndrangheta si avvalga di professionisti e di sofisticate manovre di contro-intelligence per infiltrarsi nelle istituzioni e influenzare il processo investigativo e giudiziario.

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Op Piccolo Carro Sentenza Cassazione 07 01 2016 Rgnr 36406-2015