Operazione “Perfido”: ‘Ndrangheta In Trentino E La Negazione Della Realtà

Operazione Perfido
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Una recente delibera del Consiglio Superiore della Magistratura ha tracciato una geografia della criminalità organizzata che confina il fenomeno mafioso quasi esclusivamente ai territori del Mezzogiorno. Roba da stropicciarsi gli occhi. Ma la storia giudiziaria del Nord Italia fornisce la smentita più netta e brutale di questa impostazione. La sentenza definitiva della Corte di Cassazione del febbraio 2026, che ha confermato le condanne per l’inchiesta “Perfido”, non è solo un atto giudiziario: è il certificato di morte – uno dei tanti – di una visione “archeologica” delle mafie, ormai incapace di cogliere la metamorfosi profonda di organizzazioni che non cercano più solo il controllo militare delle piazze, ma il dominio silenzioso sui consigli di amministrazione e sulle leve della politica.

Il risveglio brutale 12 anni fa: il caso Hu Xupai

Tutto è iniziato con una violenza che non poteva essere ignorata. Il 2 dicembre 2014, in un cantiere di Lona Lases, l’operaio cinese Hu Xupai si era presentato per reclamare una spettanza di oltre 34.000 euro. Ad attenderlo non trovò una discussione sindacale, ma un’imboscata. Hasani Selman e Mustafa Arafat, titolari di una ditta locale, lo sequestrarono, picchiandolo con una torcia e trafiggendogli una gamba con una punta metallica.

L’inchiesta, condotta dal ROS dei Carabinieri di Trento sotto la guida dell’allora maggiore Alexander Platzgummer, rivelò che i macedoni agivano su preciso mandato di una ‘locale’ di ‘ndrangheta. Il pestaggio era una lezione di disciplina criminale: serviva a dimostrare ai lavoratori del settore del porfido che il dominio mafioso non ammetteva insubordinazioni.

L’operazione “Perfido”, messa in atto nel 2020, ha squarciato quel velo di omertà che per decenni ha avvolto il Trentino. L’infiltrazione ha avuto come epicentro la Val di Cembra, dove la ‘Ndrangheta, attraverso la “locale” di Lona Lases — emanazione diretta della potente cosca Serraino di Cardeto — ha trasformato l’estrazione del porfido in un business criminale. Il controllo è stato esercitato tramite figure chiave come Innocenzio Macheda, leader della struttura, Giovanni Alampi e il braccio destro di Macheda, Domenico Morello, responsabile dei legami con i vertici calabresi — personaggi del calibro di Antonino Paviglianiti e Giuseppe Crea,. La loro strategia non era quella di una mafia da film, ma di un’azienda spietata: Macheda, pur muovendosi come un imprenditore, non esitava a passare alle vie di fatto, come dimostrato dall’impiego di bastoni e violenze fisiche per intimidire i lavoratori.

Il sistema Battaglia e il controllo del potere politico

Ma il vero salto di qualità dell’infiltrazione è avvenuto grazie al coinvolgimento dei fratelli Giuseppe e Pietro Battaglia, capaci di trasformare la presenza criminale in un asset politico-amministrativo. Giuseppe Battaglia, all’epoca assessore del Comune di Lona Lases, ha agito come il vero architetto della infiltrazione, orientando le delibere comunali verso gli interessi del clan. Pietro Battaglia, in qualità di consigliere del demanio civico, presidiava invece le autorizzazioni estrattive. Insieme a loro, la rete societaria si è allargata fino a condizionare aziende come la Anesi Srl e la Cava Porfidi Saltori Srl. Il sistema era alimentato da un modello di sfruttamento brutale della manodopera, composto in larga parte da cittadini macedoni e lavoratori stranieri, costretti ad aprire partite IVA per eludere i contratti collettivi e le norme di sicurezza. La violenza di questo meccanismo è emersa chiaramente nel caso di Hu Xupai, un episodio che ha reso evidente come il “quadrilatero del porfido” fosse diventato un Far West sotto scacco mafioso.

La ragnatela di relazioni: dai colletti bianchi ai tavoli che contano

Il radicamento non sarebbe stato possibile senza una “zona grigia” di altissimo livello, tessuta sapientemente dal faccendiere Giulio Carini – Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana nel 2018 – originario di Reggio Calabria ma attivo ad Arco. Attraverso le sue famigerate “cene di capra”, Carini ha trasformato la convivialità in strumento di potere, attirando nella sua rete personaggi di spicco dell’establishment trentino. Le intercettazioni hanno documentato rapporti opachi con il presidente del Tribunale di Trento Guglielmo Avolio, con il magistrato della Procura Generale Giuseppe De Benedetto e con il consigliere provinciale autonomista Michele Dalla Piccola. La trama si estendeva anche verso settori nevralgici: si facevano allusioni a contatti con primari dell’ospedale Santa Chiara e ufficiali delle forze dell’ordine. Politicamente, il clan ha cercato di posizionarsi con estrema flessibilità, tentando influenze su esponenti locali e provinciali, come nel caso di Mauro Ottobre, esponente politico del Basso Sarca, in un continuo scambio di favori mirato a garantire l’impunità operativa alle cave del clan.

Ambizioni nazionali e fallimenti istituzionali

L’ambizione criminale non conosceva confini provinciali. Domenico Morello aveva strutturato progetti per connettere il Trentino alla criminalità romana, cercando alleanze con Fortunato Mangiola e tentando di avvicinarsi all’orbita di influenze legate a Massimo Carminati. Parallelamente, il flusso di denaro era incessante: capitali provenienti dalla Calabria venivano riciclati in Trentino tramite massicce acquisizioni di cave, un’operazione che la Procura ha documentato come una vera e propria pulizia di denaro sporco. Nonostante il coraggio di figure come il segretario comunale Marco Galvagni — che per anni ha denunciato il malaffare scontrandosi con il silenzio delle autorità — il sistema ha continuato a operare fino al 2020.

Il CSM e la negazione della realtà

La recente delibera del CSM incide direttamente sulle procedure di nomina dei procuratori aggiunti: l’esperienza maturata nelle Direzioni Distrettuali Antimafia (DDA) viene infatti valorizzata con un punteggio aggiuntivo soltanto se prestata presso le Procure situate nelle aree del Mezzogiorno ufficialmente classificate come ad alta densità mafiosa. Una lettura paradossale, tanto che nel suo rapporto 2024, la DIA aggiorna la diagnosi sulla presenza criminale nel Settentrione, passando dalla definizione di ‘infiltrazione’ a quella di ‘radicamento stabile’, confermando che la mafia — in primis la ‘ndrangheta — ha ormai stabilmente occupato il tessuto economico e sociale del Nord.”

Ma il CSM nega l’esistenza di questo spaccato di storia criminale. E lo fa consapevolmente, visto che sarebbe assurdo pensare che non sia al corrente delle operazioni mastodontiche che le DDA del Nord hanno portato avanti negli ultimi decenni. Quindi c’è da chiedersi il perché di questa scelta.

La nostra conclusione

Secondo noi, la delibera del CSM è un disincentivo alla lotta contro le mafie al Nord. Il magistrato che punta a incarichi di prestigio (come procuratore aggiunto) percepirà come un “investimento” meno fruttuoso operare nel contrasto alle mafie nelle regioni settentrionali, poiché quell’esperienza, ai fini della valutazione tecnica del CSM, varrebbe meno rispetto a un analogo percorso svolto in una procura del Sud. Dopotutto ha un senso: al Nord ci sono i soldi e gli interessi dei potenti, che in un mondo dove si sta radicando la globalizzazione del sopruso, diventano asset intoccabili, perfino per le istituzioni.

Giulio Carini
Giulio Carini

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