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Operazione Mandamento Jonico: Il Cuore Della ‘ndrangheta

(I PDF degli atti processuali collegati si trovano alla fine dell'articolo)

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Il 4 luglio 2017, all’alba, oltre mille carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Reggio Calabria, affiancati da elicotteri, unità cinofile e militari specializzati nella ricerca di bunker, hanno dato esecuzione a un provvedimento della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria. L’operazione, denominata “Mandamento Jonico”, portò a 116 fermi e all’iscrizione di altri 175 indagati a piede libero. Le accuse spaziavano dall’associazione mafiosa all’estorsione, dal traffico di armi alla truffa, fino al trasferimento fraudolento di valori, tutte aggravate dall’agevolazione mafiosa.

Il blitz colpì quello che gli investigatori hanno definito il “cuore pulsante” della ‘ndrangheta, ossia il mandamento jonico, da sempre centrale nelle dinamiche della criminalità calabrese e punto di riferimento delle articolazioni extraregionali e internazionali. Le indagini ricostruirono gli organigrammi di ventitré cosche e individuarono i responsabili di estorsioni, danneggiamenti e infiltrazioni sistematiche in appalti pubblici e privati.

Le carte dell’inchiesta: appalti, scuole e la lettera del quindicenne al boss

Nelle tremila pagine dell’ordinanza spicca un episodio emblematico: la lettera scritta da un ragazzo di quindici anni ad Antonio Cataldo, detto “Papuzzella”, consegnata tramite la figlia del boss. «Vorrei mettermi a disposizione per Voi e per la Vostra famiglia», scriveva il giovane, segno della profonda contaminazione culturale che porta persino adolescenti a vedere nei boss un modello da imitare. I magistrati sottolinearono come tale richiesta fosse veicolata proprio attraverso la scuola, trasformata in strumento di legittimazione mafiosa.

Le intercettazioni confermarono l’infiltrazione capillare delle cosche in ogni appalto della Locride. I boss erano riusciti a mettere le mani sui lavori di costruzione del nuovo Tribunale di Locri e sull’Ostello della Gioventù realizzato in un immobile confiscato agli stessi Cataldo, imponendo all’impresa Scali Srl un “pizzo” compreso tra gli ottanta e i centomila euro. La loro influenza si estendeva anche al polo archeologico di Locri Epizefiri, al ripristino della rete idrica a Natile di Careri, alla tratta ferroviaria di Condofuri, all’adeguamento della Statale 112, alla costruzione del collettore fognario in diversi comuni e perfino alla realizzazione del centro di solidarietà Santa Marta della diocesi di Locri-Gerace. Inoltre, la famiglia Cataldo aveva il controllo diretto su alcuni alloggi popolari a Locri.

Secondo i verbali, era Giuseppe Pelle, detto “Gambazza”, a garantire il rispetto delle regole negli appalti. In caso di ritardi nei pagamenti, le soluzioni erano brutali: sequestri lampo e riscatti immediati per “punire la trascuratezza”. Non c’era appalto o paese della Locride che sfuggisse al condizionamento mafioso. Le cosche usavano ditte intestate a prestanome per intercettare fondi regionali, statali e comunitari. Parallelamente, vennero alla luce truffe agricole: tra il 2009 e il 2013 i clan Perre-Barbaro di Platì percepirono indebitamente contributi europei e previdenziali tramite finte assunzioni di braccianti agricoli.

L’“apparato giurisdizionale” della ‘ndrangheta

L’inchiesta documentò anche l’esistenza di un vero tribunale interno, articolato su tre livelli – Consiglio Locale, Consiglio direttivo e “Provincia” – incaricato di giudicare affiliati accusati di trascuratezze o violazioni del codice d’onore. Le sentenze potevano portare a sanzioni che andavano dall’isolamento alla sospensione di intere locali, fino all’eliminazione fisica degli affiliati.

I centri nevralgici: Locri, Africo, Platì, Careri e Ardore

A Locri emersero le attività delle cosche Cataldo e Cordì, che dopo una pacificazione tornarono a gestire estorsioni e appalti, compreso quello del nuovo Palazzo di giustizia. Ad Africo, invece, fu individuato come capo locale Rocco Morabito, fratello del boss “Tiradritto”. A Platì e Natile di Careri le cosche Barbaro e Ietto-Cua-Pipicella monopolizzavano gli appalti e organizzavano le truffe agricole. Ad Ardore, con la creazione della struttura denominata “Corona”, emerse la figura di Francesco Pangallo della cosca Latella-Ficara, in contatto con ambienti giudiziari tramite l’amministratore Giovanni Zumbo.

Il rinvio a giudizio del 2018

Il 4 maggio 2018 i pm Antonio De Bernardo, Simona Ferraiuolo e Francesco Tedesco chiesero il rinvio a giudizio per 215 indagati. Le accuse riguardavano l’associazione mafiosa e la truffa aggravata per il conseguimento illecito di fondi pubblici, in particolare i contributi comunitari all’agricoltura erogati dall’Arcea. Le indagini avevano consentito di individuare le gerarchie e gli organigrammi di ventitré consorterie criminali della Locride, strutturate in senso piramidale.

Dagli atti emerse in modo particolare il ruolo della famiglia Pelle-Gambazza e del boss Giuseppe Pelle, considerato non solo punto di riferimento del mandamento ionico ma anche figura di vertice a livello “provinciale”. Pelle veniva consultato per le decisioni riguardanti la concessione di “doti” e cariche, la risoluzione di dissidi interni, singole attività estorsive e infiltrazioni negli appalti. Era lui, secondo gli inquirenti, il garante degli equilibri spartitori tra le varie famiglie di ‘ndrangheta. La parola passò quindi al gup Filippo Aragona, che fissò l’udienza preliminare per il 21 maggio.

Il processo e le condanne del 2022

Il 16 aprile 2022, la Corte d’Appello di Reggio Calabria concluse uno dei filoni principali del processo, celebrato con rito abbreviato. Il bilancio fu di ventinove condanne e quattro assoluzioni. Francesco Cataldo venne condannato a 25 anni e 2 mesi, mentre Antonio Cataldo, sessantaseienne, ricevette una pena di 20 anni e 8 mesi. Rocco Morabito venne condannato a 14 anni, mentre per gli altri imputati le pene variavano da cinque mesi e dieci giorni fino a oltre dieci anni di reclusione.

Tra gli assolti figuravano l’avvocato Pino Mammoliti, Pasquale Barbaro, Giovanni Andrea Cuzzilla e Lorenzo Domenico Stelitano. Le accuse confermate includevano associazione mafiosa, tentato omicidio, sequestro di persona, traffico di droga, rivelazione di segreto d’ufficio, abuso d’ufficio, frode e turbativa d’asta.

Conclusioni

L’operazione Mandamento Jonico ha rappresentato una delle più vaste inchieste contro la ‘ndrangheta del nuovo millennio, seconda per impatto solo a “Il Crimine” del 2010. Ha decapitato i vertici delle cosche joniche, ricostruito i meccanismi interni dell’organizzazione e documentato l’infiltrazione capillare negli appalti pubblici e privati, dal tribunale di Locri fino agli ostelli della gioventù e ai fondi comunitari.

Il rinvio a giudizio del 2018 ha confermato la solidità dell’impianto investigativo, con l’emersione del ruolo di Giuseppe Pelle come arbitro degli equilibri interni e garante delle spartizioni tra famiglie. A distanza di cinque anni, le condanne del 2022 hanno consolidato ulteriormente il quadro, mostrando come la ‘ndrangheta, pur radicata profondamente nel tessuto sociale della Locride, possa essere smascherata e colpita quando lo Stato concentra risorse e investigazioni in modo coordinato.

Giuseppe Pelle, detto 'Gambazza'
Giuseppe Pelle, detto ‘Gambazza’

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