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Operazione Maglio 3: La ‘Ndrangheta In Liguria

(I PDF degli atti processuali collegati si trovano alla fine dell'articolo)

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L’alba del 27 giugno 2011 segnò un punto di rottura per la percezione della criminalità organizzata in Liguria. L’operazione, condotta dai Carabinieri del ROS sotto il coordinamento della DDA di Genova, non fu un evento isolato ma il risultato di una mappatura capillare iniziata con l’indagine reggina “Il Crimine” del 2010. Le forze dell’ordine delinearono una struttura criminale non più basata su semplici “infiltrazioni” temporanee, ma su veri e propri “Locali” (Genova, Ventimiglia, Lavagna e Sarzana) che fungevano da proiezioni operative delle più potenti cosche calabresi. Tra i gruppi coinvolti emersero i Piromalli della Piana di Gioia Tauro, considerati l’élite economica della ‘ndrangheta, insieme agli Iamonte di Melito Porto Salvo, ai Raso-Gullace-Albanese di Cittanova e ai Raso-Careri di Rosarno. Altri legami significativi furono individuati con gli Accorinti del vibonese, i Rodà di Condofuri e i Longo-Versace di Polistena, a dimostrazione di come la Liguria fosse diventata un crocevia per diverse influenze della “casa madre” calabrese.

L’Indagine: Intercettazioni e Politica

Il cuore pulsante dell’attività investigativa fu il negozio di frutta e verdura di Domenico “Mimmo” Gangemi, situato in piazza Giusti a Genova. Le microspie piazzate tra le casse di agrumi registrarono conversazioni fondamentali che svelarono la gerarchia del sodalizio: in particolare, un colloquio registrato in un agrumeto tra Gangemi e il boss calabrese Domenico Oppedisano confermò il ruolo di vertice del commerciante genovese. Le indagini si allargarono rapidamente al mondo della politica locale, documentando un summit tenutosi il 16 marzo 2010 all’Hotel Ambra di Lavagna, organizzato da Paolo Nucera. In questo contesto, emerse l’interesse dell’organizzazione per le elezioni regionali del 2010. Gli inquirenti notarono il sostegno attivo a candidati come Ezio Praticò (Forza Italia) e il consigliere regionale Alberto Saso (Popolo delle Libertà), entrambi in rapporti con Gangemi. Emblematico fu il caso di Praticò, che perse le elezioni per soli 500 voti nulli nonostante le accurate “istruzioni di voto” circolate tra gli affiliati. La riservatezza dell’indagine fu però compromessa da un clamoroso incidente: un giornalista de Il Secolo XIX rinvenne “casualmente” un’informativa del ROS dimenticata in una fotocopiatrice della Procura e pubblicò i nomi dei sospettati, costringendo le forze dell’ordine ad accelerare l’arresto di Gangemi nel luglio 2010.

L’Iter Processuale: Dalle Assoluzioni alla Condanna Storica

Il percorso giudiziario di Maglio 3 è stato un labirinto di interpretazioni giuridiche durato otto anni. In primo grado, il 9 novembre 2012, il GUP Silvia Carpanini assolse tutti gli imputati (coloro che avevano scelto il rito abbreviato) con la formula “il fatto non sussiste”. Secondo il giudice, nonostante fosse provata l’appartenenza formale alla ‘ndrangheta e il rispetto dei riti di affiliazione, non vi era prova che gli imputati avessero esercitato concretamente la “forza di intimidazione” prevista dall’articolo 416 bis sul territorio ligure. Questa tesi fu inizialmente confermata in appello il 19 febbraio 2016, sollevando un acceso dibattito sulla cosiddetta “mafia silente”, ovvero quella mafia che non spara e non compie atti eclatanti ma che basa il suo potere sul solo prestigio criminale. La svolta arrivò nel 2017, quando la Corte di Cassazione, recependo i principi già applicati nel processo “Albachiara” in Piemonte, annullò le assoluzioni sostenendo che il marchio della ‘ndrangheta è di per sé mafioso. Nel nuovo processo d’appello dell’ottobre 2018, si giunse finalmente a una condanna storica per nove imputati: Onofrio Garcea, Lorenzo Nucera, Rocco Bruzzaniti, Raffaele Battista, Antonino Multari, Michele Ciricosta, Benito Pepè, Fortunato Barillaro e Francesco Barilaro. Per la prima volta, una sentenza riconobbe l’esistenza della ‘ndrangheta organizzata in Locali sul suolo genovese.

L’Eredità: L’Operazione Sidera (2019)

L’epilogo giudiziario di Maglio 3 non ha fermato l’attenzione dello Stato, che nel 2019 ha lanciato l’operazione Sidera. Quest’ultima è nata con l’intento specifico di “attualizzare” i risultati della vecchia inchiesta, monitorando come i soggetti contigui alla ‘ndrangheta si fossero riorganizzati dopo gli scossoni processuali. Gli investigatori notarono che, mentre alcuni leader storici erano finiti in carcere o mantenevano un profilo basso per “attendismo” giudiziario, l’attività di spaccio di stupefacenti era diventata il motore economico principale del gruppo. L’indagine Sidera ha messo in luce un livello superiore di criminalità, dove figure come Domenico Torbolino e Domenico Calabrese operavano come grossisti di cocaina, hashish e marijuana, arrivando a pianificare importazioni dirette dal Sudamerica. Sebbene questa inchiesta si sia concentrata maggiormente sui reati di droga, la contiguità di indagati come Nicola Megna, Daniele Melis e Daniele Ranieri con gli ambienti di Maglio 3 ha confermato che la rete relazionale della ‘ndrangheta ligure rimane una struttura fluida, capace di passare dal condizionamento politico ai mercati illeciti globali a seconda della convenienza del momento.

Domenico Gangemi
Domenico “Mimmo” Gangemi

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