L’operazione Lupus in Fabula, iniziata nel 2013, ha fatto luce sulle attività criminali di soggetti legati alla cosca Pesce e sul loro uso di tecnologie moderne, come le chat criptate, per pianificare omicidi e traffici di armi.
Nel novembre del 2013, i carabinieri del ROS e del Comando provinciale di Reggio Calabria eseguirono un decreto di fermo di indiziato di delitto nei confronti di tre soggetti ritenuti affiliati alla cosca Pesce: Biagio Arena (31 anni), Rosario Rao (32 anni) e Vincenzo Cannatà (38 anni). I tre erano accusati di associazione di tipo mafioso, tentato omicidio aggravato dalle modalità mafiose e detenzione e porto di armi da guerra, tra cui un fucile Kalashnikov, una pistola semiautomatica Glock e una mitragliatrice Uzi. Alcune di queste armi erano state manomesse per aumentarne la potenzialità offensiva.
Gli arresti furono il risultato di complesse attività investigative, che includevano intercettazioni telefoniche e informatiche. I tre indagati avevano scelto di comunicare tramite chat criptate, convinti di sfuggire ai controlli delle forze dell’ordine, e durante queste conversazioni furono intercettate immagini relative alla cessione delle armi e alla loro pianificazione di azioni criminali.
Dal punto di vista familiare e di affiliazione alla cosca, i tre fermati erano già noti agli inquirenti: Biagio Arena era figlio di Domenico Arena, 59 anni, ex latitante e già condannato per appartenenza alla cosca Pesce con una pena di 8 anni nell’ambito del processo All Inside. Biagio Arena e il cugino Rosario Rao erano inoltre nipoti del boss detenuto Vincenzo Pesce, detto “U pacciu”, 54 anni, figura di vertice della cosca, già condannato a 16 anni di reclusione nel medesimo processo. Vincenzo Cannatà, infine, aveva legami di parentela con Saverio Marafioti, 48 anni, indicato come il “bunkerista” della cosca, e con Antonio Pronestì, già condannato a un anno e otto mesi di reclusione per aver favorito il reggente della cosca, Francesco Pesce, detto “Cicciu Testuni”.
Aprile 2014: chiusura delle indagini
Il 17 aprile 2014, i sostituti procuratori Alessandra Cerreti e Paolo Sirleo della DDA di Reggio Calabria chiusero le indagini relative all’operazione Lupus in Fabula. La chiusura delle indagini fu prodromica alla richiesta di rinvio a giudizio e si basava su elementi concreti raccolti durante i mesi precedenti, inclusi sequestri di armi, intercettazioni e verifiche sui legami familiari degli indagati con membri di vertice della cosca.
Ottobre 2014: rito abbreviato
Nel corso dell’udienza preliminare del 3 ottobre 2014, Biagio Arena e Vincenzo Cannatà optarono per il rito abbreviato, presentandosi davanti al GUP del Tribunale di Reggio Calabria, Karin Catalano. L’udienza rivelò ulteriori dettagli sulle modalità operative della cosca: i due erano stati pizzicati a contrattare la cessione di armi da guerra modificate, come la mitragliatrice Uzi e la pistola semiautomatica Glock, appositamente alterata per esplodere colpi a raffica.
Un difetto di notifica dell’avviso di conclusione delle indagini comportò che gli atti relativi a Vincenzo Cannatà tornarono inizialmente in Procura, mentre l’iter giudiziario per gli altri due proseguì. Questo procedimento evidenziò come la cosca non solo detenesse armi micidiali, ma pianificasse anche possibili omicidi con grande attenzione ai dettagli e con l’illusione di sfuggire ai controlli investigativi grazie all’uso della tecnologia.
Le prime condanne e il ribaltamento in Appello
Il 27 marzo 2015 il GUP di Reggio Calabria condannava in primo grado Biagio Arena a 16 anni, Rosario Rao a 12 anni e 4 mesi e Vincenzo Cannatà a 11 anni. Tuttavia, nel 2017, la Corte di Appello di Reggio Calabria (Gaeta Presidente) riformava totalmente la sentenza: Vincenzo Cannatà veniva assolto da tutti i reati, mentre Biagio Arena e Rosario Rao venivano assolti dalle accuse di associazione mafiosa e tentato omicidio. La condanna rimase solo per i reati concernenti le armi, con l’esclusione dell’aggravante mafiosa (art. 7), rideterminando le pene in 4 anni e 8 mesi per Arena e 6 anni per Rao.
Il verdetto definitivo: La Cassazione
Il processo si concluse definitivamente il 20 febbraio 2019, quando la prima sezione penale della Suprema Corte di Cassazione dichiarò inammissibili i ricorsi presentati dai difensori di Arena e Rao, confermando le condanne emesse in Appello.
La sentenza di legittimità ha fissato dei punti cardine che chiudono la vicenda “Lupus in Fabula”:
- La legittimità dei BlackBerry: La difesa ha tentato di invalidare le intercettazioni sostenendo che, essendo i server di BlackBerry all’estero, fosse necessaria una rogatoria internazionale. La Cassazione ha però stabilito che l’intercettazione è valida perché i messaggi sono stati scambiati in Italia e “decriptati” con la collaborazione (spontanea) della società estera, senza violare la sovranità straniera.
- Identità confermata dai GPS: Nonostante l’uso di nickname (TUPAC per Arena, NIKI per Rao), gli investigatori sono riusciti a provare l’identità degli utilizzatori. In un caso specifico, il BlackBerry di “TUPAC” si muoveva verso Viterbo esattamente in contemporanea con il telefono personale di Biagio Arena, che si stava recando in carcere per un colloquio con il parente detenuto Pesce Vincenzo.
- Armi “virtuali” ma reali: La Cassazione ha confermato che si può essere condannati per armi anche senza il loro sequestro fisico. I dialoghi intercettati, in cui si parlava esplicitamente di “pistola a raffica” o “Kal”, e l’invio di fotografie degli arsenali tramite chat, sono stati considerati prove inequivocabili della materiale disponibilità di armi da guerra. In particolare, è stata confermata la cessione della mitragliatrice Uzi da Rao ad Arena.
Con questa decisione, la giustizia ha messo la parola fine a un’indagine che ha dimostrato come, nonostante il crollo delle accuse di mafia nel caso specifico, la pericolosità bellica dei soggetti coinvolti fosse reale e supportata da una gestione tecnologica all’avanguardia.

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Lupus In Fabula Sentenza Reggio Calabria GIP GUP 26 03 2015 Riforma Rgnr 3418-2013