Il blitz
Era il 3 novembre 2010 quando un imponente blitz dei carabinieri del Ros, coordinato dalla Direzione distrettuale antimafia di Catania – guidata allora dal procuratore capo Vincenzo D’Agata e dai magistrati Giuseppe Gennaro, Agata Santonocito, Antonino Fanara e Iole Boscarino –, scosse profondamente le istituzioni e il tessuto economico siciliano.
L’operazione, denominata Iblis, portò all’arresto di 47 persone tra presunti affiliati ai clan, imprenditori e amministratori pubblici collusi. Sotto la lente della Dda finirono le dinamiche della mafia catanese, svelando un sistema radicato di infiltrazioni negli appalti pubblici. Le accuse spaziavano dall’associazione mafiosa all’omicidio, passando per estorsioni, rapine e trasferimento fraudolento di valori. Per il comandante dei Ros Giampaolo Ganzer, l’intervento riuscì a decapitare i vertici di diverse cosche storiche. L’inchiesta toccò anche il governatore siciliano Raffaele Lombardo – per i suoi rapporti con il boss Rosario Di Dio (clan Santapaola) – il quale non fu tuttavia colpito da alcun provvedimento giudiziario.
Tra i primi provvedimenti restrittivi figurarono quelli emessi contro il consigliere della Provincia di Catania dell’Udc Antonino Sangiorgi, l’assessore del Comune di Palagonia Giuseppe Tomasello e l’imprenditore nonché assessore al Comune di Ramacca Francesco Ilardi.
Il sistema delittuoso e i gruppi criminali coinvolti
L’inchiesta mise in luce le nuove strategie operative di Cosa nostra, capace di imporre la propria leadership attraverso il condizionamento delle principali vicende imprenditoriali. L’organizzazione garantiva l’aggiudicazione diretta o il subappalto di opere pubbliche ad aziende amiche, incassando ingenti somme attraverso la “messa a posto” (calcolata nella misura del 2-3% dell’importo dei lavori).
Al rappresentante provinciale Enzo Aiello era demandata la cura dei bandi d’appalto e dei rapporti con gli imprenditori, e tutte le somme riscosse confluivano nella cosiddetta “bacinella grossa”, affiancata da una dettagliata “carta delle imprese”. L’operazione azzerò i vertici non solo della famiglia Santapaola-Ercolano di Catania, ma anche di clan influenti operanti nei territori di Ramacca, Caltagirone, Palagonia e Misterbianco. Numerosi furono gli esponenti mafiosi colpiti dai provvedimenti e dalle successive condanne, tra cui Alfio Maria Aiello, Bernardo Cammarata, il capocosca Vincenzo Aiello (detenuto a Parma), il reggente Santo La Causa (che ha poi scelto di collaborare con la giustizia), Graziano Massimiliano Lo Vortico, Antonino Sorbera, Liborio Oieni, Girolamo Gabriele Marsiglione e Mariano Cono Incarbone, oltre a figure storiche come Mario Ercolano e Pietro Guglielmino.
Gli intrecci con la politica, l’imprenditoria e i grandi affari
Uno degli aspetti dirompenti dell’inchiesta fu la fitta rete di connivenze tra la criminalità organizzata e i colletti bianchi. Tra i politici coinvolti spiccava il nome di Fausto Fagone, all’epoca deputato regionale dei “Popolari Italia domani” (Pid), ex Udc e già sindaco di Palagonia, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Sul fronte economico, il blitz sequestrò ben 105 aziende, 522 immobili e 137 veicoli o attrezzature industriali, per un valore complessivo stimato attorno ai 400 milioni di euro. Sotto la lente degli inquirenti finirono figure imprenditoriali di primo piano come Santo Massimino, Giuseppe Sandro Monaco, Giovanni D’Urso e Rosario Ragusa.
Al centro degli affari illeciti vi erano colossali operazioni immobiliari e commerciali, come la compravendita dei terreni e l’iter delle concessioni per la costruzione del centro commerciale “La Tenutella” a Misterbianco, ma anche la realizzazione in mezza Sicilia di impianti eolici e fotovoltaici, il business delle gru e del movimento terra, l’affare per la costruzione del parco tematico di Regalbuto e il complesso giro di estorsioni e riciclaggio tra le province di Catania ed Enna.
L’omicidio di Angelo Santapaola e il contributo dei pentiti
Le fondamenta dell’impianto accusatorio si sono avvalse del contributo cruciale di collaboratori di giustizia chiave, tra cui il sicario Maurizio Avola (esponente dei Santapaola autoaccusatosi di oltre 50 omicidi) e il “colletto bianco” Eugenio Sturiale.
Nelle pieghe dell’inchiesta e nei successivi tronconi processuali sono riemersi drammatici episodi legati ai contrasti interni a Cosa nostra, come l’omicidio di Angelo Santapaola (cugino di ‘Nitto’) e di Nicola Sedici, per volere del proprio nipote, Vincenzo “Enzo” Santapaola (detto ‘u nicu’), maturati in un clima di tensioni e di guerre di mafia sfiorate con il clan rivale dei Cappello.
Un contributo determinante è arrivato anche dalle dichiarazioni di Santo La Causa, reggente della famiglia Santapaola-Ercolano dal 2006 al 2009 e arrestato dai carabinieri del Ros nel 2009 in un casolare di Belpasso, le cui rivelazioni hanno permesso di tracciare l’organigramma criminalee i legami con il mondo economico e politico. Tra i testi chiave sfilati davanti alla terza sezione penale del Tribunale figurano inoltre Antonino Bergamo e Francesco Arcidiacono (detto “Francu ùsalaru”, ritenuto il cassiere della cosca).
L’iter giudiziario: dal Tribunale della Libertà all’appello ter in Cassazione
A sedici anni di distanza dal blitz, le aule di giustizia continuano a scrivere capitoli fondamentali su Iblis. Già nel novembre 2010 il Tribunale della Libertà di Catania aveva confermato l’impianto accusatorio, rigettando le richieste di annullamento e confermando i provvedimenti per figure come Mario Ercolano, Graziano Lo Vortico e Pietro Guglielmino, pur annullando la custodia per Sebastiano Rampulla (fratello del boss della strage di Capaci Pietro).
Dopo le pesanti condanne in abbreviato nel 2011 e nel 2012, l’iter ha fatto registrare ulteriori svolte: la Corte di Cassazione si è pronunciata sul filone riguardante l’ex deputato Ars Fausto Fagone. Dopo ben cinque gradi di giudizio e una condanna a cinque anni rimediata in un appello bis nel 2024 , la Suprema Corte ha clamorosamente annullato con rinvio la sentenza, disponendo un “appello ter” che riaprirà il dibattimento presso il palazzo di giustizia di piazza Verga a Catania. Nello stesso verdetto, la Cassazione ha invece reso definitiva la condanna a cinque anni per concorso esterno nei confronti dell’imprenditore acese Santo Massimino, rinviando a Catania unicamente la parte relativa alla confisca delle sue società.

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Op Iblis Sentenza Catania 09 05 2014 Rgnr 13850-2004