L’hanno chiamata Operazione Hydra, come il mostro dalle molte teste della mitologia greca. Un nome non scelto a caso per un’inchiesta che ha svelato un’organizzazione tentacolare, capace di unire Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra in un unico sistema criminale con la sua sede centrale in Lombardia.
Scattata all’alba del 25 ottobre 2023, l’operazione, coordinata dalla pm Alessandra Cerreti della Direzione distrettuale antimafia di Milano e condotta dal Nucleo investigativo dei Carabinieri di via Moscova, ha portato a 11 arresti e 153 indagati, al sequestro di oltre 200 milioni di euro e a centinaia di perquisizioni tra Milano, Varese, Como e Monza.
Secondo la procura, dietro l’apparente frammentazione delle mafie al Nord si nascondeva una federazione stabile, un vero e proprio “Consorzio mafioso lombardo”, che riuniva sotto un’unica regia clan siciliani, calabresi e campani.
Una rivoluzione copernicana nella storia della criminalità organizzata.
“Qua è Milano!”: la prova dell’unità mafiosa
«Qua è Milano! Non ci sta Sicilia, non ci sta Roma, non ci sta Napoli, le cose giuste qua si fanno!».
A pronunciare la frase è Emanuele Gregorini, detto Dollarino, uomo del clan Senese, camorra romana, in un’intercettazione registrata dagli investigatori.
Dall’altra parte del tavolo c’è Gioacchino Amico, imprenditore siciliano trapiantato in Lombardia, vicino sia ai Senese che a esponenti di Cosa nostra palermitana e trapanese.
Le microspie piazzate negli uffici della Seven Space di Busto Garolfo documentano riunioni, pranzi, incontri e persino un matrimonio in cui — come osservano gli inquirenti — “si riuniscono siciliani, calabresi e napoletani”. È la fotografia perfetta del nuovo patto criminale, che i mafiosi stessi chiamano “il Consorzio”.
Cinque diramazioni, un’unica regia: la nascita di Hydra
Le indagini partono da un episodio di lupara bianca: la scomparsa di Gaetano Cantarella, detto Tanu u Curtu, legato ai Mazzei di Catania e ai calabresi della locale di Lonate Pozzolo.
Proprio da quella locale — storicamente legata al boss Vincenzo Rispoli, oggi detenuto — parte la ricostruzione della Dda: il gruppo di Massimo Rosi stava riattivando la struttura ‘ndranghetista, che nel frattempo aveva stretto alleanze operative con i siciliani dei Fidanzati e con i camorristi dei Senese.
Gli investigatori identificano cinque componenti principali del “Consorzio”:
- La componente palermitana, con Giuseppe e Stefano Fidanzati, eredi dello storico mandamento dell’Arenella;
- La componente trapanese, con Bernardo Pace e i figli Rosario e Giovanni Abilone, legati ai Messina Denaro di Castelvetrano;
- La componente calabrese, guidata da Massimo Rosi e dalla famiglia Crea (Santo e Filippo), collegata alla cosca Iamonte di Melito Porto Salvo;
- La componente campana-romana, capeggiata da Vincenzo Senese e dal suo braccio destro Dollarino Gregorini;
- La componente imprenditoriale lombarda, che fungeva da cerniera attraverso figure come Giancarlo Vestiti, imprenditore milanese descritto come “epicentro degli equilibri tra i gruppi”.
Insieme formavano la “Santa Alleanza delle mafie lombarde”, un’aggregazione “orizzontale” in cui le tre organizzazioni si coordinavano senza gerarchie apparenti ma con obiettivi economici comuni.
L’ombra di Messina Denaro
Uno dei legami più significativi emersi dalle indagini porta fino al defunto Matteo Messina Denaro.
La sua presenza aleggia nelle carte giudiziarie attraverso il suo uomo in Lombardia, Paolo Aurelio Errante Parrino, boss di Castelvetrano, imparentato con i Messina Denaro e considerato “il raccordo operativo” tra il sistema lombardo e la Sicilia.
Errante Parrino, titolare di attività ad Abbiategrasso, incontrava regolarmente Antonio Messina, detto l’Avvocato, uomo di fiducia dell’ex latitante.
Uno di questi incontri — il 2 febbraio 2020 — si tenne a Campobello di Mazara, a pochi metri da uno dei covi poi scoperti di Messina Denaro.
International Petroli Spa: la cassaforte del sistema
Al centro degli affari del Consorzio c’era una società petrolifera, la International Petroli Spa, formalmente con sede a Roma ma gestita da Milano e controllata dal gruppo degli Abilone.
Secondo la Dda, la società era una macchina per riciclare e ripulire denaro illecito:
oltre 300 milioni di euro sarebbero stati iniettati nel capitale sociale attraverso un complesso sistema di 200 società cartiere, fittizie, italiane e straniere.
Gli Abilone, in accordo con i fratelli Pace, generavano crediti IVA falsi, che venivano poi trasferiti tramite una catena di società estere: una società americana, la Phoenix LLC, che controllava la londinese Sirio Group, proprietaria formale della International Petroli.
L’obiettivo era duplice:
Evadere l’IVA su grandi forniture di carburanti, e riciclare denaro mafioso in attività lecite, appalti e speculazioni immobiliari.
Come disse in un’intercettazione lo stesso Giovanni Abilone, vantandosi con i soci:
“Siamo gli unici in Italia a lavorare con 250 milioni di sospensione IVA. Il primo che sbaglia prende un colpo di pistola, non ci sono chiacchiere.”
La International Petroli Spa diventa così la cassaforte del sistema mafioso lombardo, una struttura capace di far circolare capitali sporchi con apparente legalità, garantendo liquidità al Consorzio e infiltrazioni in settori chiave come energia, edilizia, sanità e finanza.
Gli altri affari: sanità, appalti e parcheggi
Dalle carte emerge un mosaico di infiltrazioni impressionante:
Gli appalti sanitari durante la pandemia Covid, grazie ai contatti tra Gioacchino Amico e Monica Rizzi, ex assessore lombardo (non indagata);
La gestione di parcheggi presso ospedali pubblici e privati — Humanitas di Bergamo, ospedale di Desio, clinica Columbus di Milano;
Le infiltrazioni all’Ortomercato di Milano, dove Giancarlo Vestiti vantava amicizie con l’ex direttore Stefano Zani e persino rapporti con personaggi noti come Lele Mora e Marcello Dell’Utri.
L’indagine ha inoltre rivelato un vasto giro di truffe fiscali e frodi sui bonus edilizi (tra cui il Superbonus 110%), e persino progetti per appalti carcerari e ristrutturazioni popolari in Piemonte.
“Facce da matrimonio”: le prove sociali dell’alleanza
Gli investigatori non si limitano ai conti correnti.
A confermare la fusione tra le tre mafie ci sono anche eventi sociali, come il matrimonio dello stesso Gioacchino Amico, che diventa una sorta di summit mafioso.
Nella lista degli invitati compaiono esponenti dei Fidanzati, dei Romeo di San Luca, dei Senese, dei Crea e persino parenti dei Messina Denaro.
In un’intercettazione, Amico riassume con ironia e orgoglio la portata dell’evento:
“Minchia napoletana è! Calabrese è! Siciliana sei! Che minchia devo fare di più di questo? Con l’elicottero devono venire (le forze dell’ordine) questa giornata!”
Il gip dice no: “Non c’è la forza d’intimidazione”
Nonostante la mole di prove raccolte — oltre 5.000 pagine di atti, duemila di ordinanza, 21 summit documentati e milioni di euro tracciati — il giudice per le indagini preliminari Tommaso Perna ha respinto 142 delle 153 richieste di arresto, riconoscendo solo 11 provvedimenti.
Per il gip, mancava la prova della “forza d’intimidazione” tipica delle associazioni mafiose.
Una decisione che ha scatenato la reazione della Procura, che ha immediatamente presentato ricorso al tribunale del Riesame di Milano.
Il Riesame ha poi accolto la tesi accusatoria, riconoscendo l’esistenza di una “struttura confederativa di tipo mafioso”, confermata successivamente anche dalla Corte di Cassazione, aprendo la strada al maxiprocesso Hydra del 2025.
Dalla “Santa Alleanza” al maxiprocesso
Con 143 imputati e 92 capi d’imputazione, Hydra è diventato il più grande processo di mafia mai celebrato in Lombardia dai tempi di “Crimine-Infinito”.
Le udienze si tengono nell’aula bunker di Opera, davanti al gup Emanuele Mancini, con oltre 300 tra avvocati, magistrati e parti civili.
Per la prima volta nella storia giudiziaria italiana, la procura di Milano sostiene l’esistenza di una struttura mafiosa unitaria e confederata, dove Cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta agivano in simbiosi per controllare affari e potere nel Nord produttivo.
Come scrive la Dda:
“Il sistema mafioso lombardo rappresenta la nuova frontiera della criminalità organizzata: silenziosa, cooperativa, confederata. Una mafia 4.0 che si muove tra società, appalti e capitali internazionali, senza più bisogno di sparare.”

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