Operazione Eyphemos

(I PDF degli atti processuali collegati si trovano alla fine dell'articolo)

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L’operazione Eyphemos rappresenta una delle indagini più significative degli ultimi anni sui legami tra criminalità organizzata, politica e massoneria in Calabria. Avviata nel febbraio 2020 con l’arresto di 65 persone, l’inchiesta ha svelato la profonda infiltrazione della ‘ndrangheta non solo nel tessuto economico, ma anche nelle istituzioni e nelle dinamiche del potere. L’iter giudiziario che ne è scaturito si è rivelato lungo e complesso, caratterizzato da sentenze di primo e secondo grado che hanno trovato risvolti spesso inaspettati nelle aule della Cassazione e della Corte d’Appello.

L’operazione e i suoi protagonisti

L’indagine, coordinata dalla Procura Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, ha documentato l’esistenza di un’organizzazione mafiosa con la disponibilità di armi ad alto potenziale, tra cui un bazooka. L’obiettivo primario era il controllo totale del territorio, esercitato attraverso estorsioni a imprese edili e l’imposizione di manodopera e subappalti alle ditte vicine alla cosca. I vertici della ‘ndrangheta eufemiese e i loro alleati avrebbero inoltre gestito un lucroso traffico di droga.

I protagonisti dell’inchiesta si dividono tra figure criminali e personalità del mondo politico e istituzionale:

Cosimo Alvaro (“Pelliccia”): Considerato dalla Procura il capo assoluto della cosca Alvaro, una potente ‘ndrina con propaggini in tutta Italia e all’estero.

Domenico Laurendi (“Rocchellina”): Imprenditore e figura di primissimo piano del clan, ritenuto il fulcro dei rapporti con il mondo politico e massonico.

Domenico Creazzo: Sindaco di Sant’Eufemia d’Aspromonte e poi consigliere regionale eletto con Fratelli d’Italia, accusato di scambio elettorale politico-mafioso.

Antonino Creazzo: Fratello di Domenico, accusato di aver mediato gli accordi tra il politico e il clan.

Altri esponenti politici e funzionari: Figure come il vicesindaco Cosimo Idà e il presidente del Consiglio Comunale Angelo Alati, inizialmente arrestati e accusati di far parte della struttura criminale.

La struttura delle cosche: potere e spaccature

L’inchiesta ha dipinto un quadro dettagliato della ‘ndrangheta di Sant’Eufemia d’Aspromonte, un “locale” che, pur sottomesso gerarchicamente alla potente cosca degli Alvaro di Sinopoli, godeva di una certa autonomia. Al suo interno, gli inquirenti hanno documentato una vera e propria “guerra fredda” tra le fazioni guidate da Domenico Laurendi e Cosimo Idà, in lotta per il controllo e per le affiliazioni. Nonostante le tensioni, l’organizzazione era caratterizzata da una struttura rigida e quasi militare, con un forte senso di identità e una chiara gerarchia, scandita da riti arcaici e gradi quali “santa”, “vangelista” e “sgarrista”.

Un’ulteriore ombra è stata gettata sui presunti legami tra la cosca e la massoneria deviata. L’accusa sosteneva che Domenico Laurendi si servisse di “massoni amici” per riciclare i proventi illeciti del clan. Le indagini hanno anche citato l’appartenenza di Antonino Creazzo a una loggia massonica “regolare” del Grande Oriente d’Italia e il suo presunto intervento, proprio in virtù di questo legame, per dirimere una vicenda di estorsione ai danni di un “fratello”.

La politica sotto scacco: voti in cambio di favori

Secondo il Giudice per le indagini preliminari, la cosca Alvaro, tramite Domenico Laurendi, teneva “sotto scacco” il mondo politico, instaurando un vero e proprio “debito” di scambio. I politici, consapevoli della caratura criminale del Laurendi e della sua capacità di convogliare centinaia di voti, si sarebbero rivolti a lui in una “evidente e svilente posizione servente”, sapendo che la mafia non concede mai il proprio sostegno gratuitamente.

A sostegno di questa tesi, il GIP ha evidenziato i risultati elettorali ottenuti dai candidati supportati dal clan:

Il senatore Marco Siclari, nelle elezioni politiche del marzo 2018, ottenne una percentuale di voti del 46,10% a Sant’Eufemia d’Aspromonte e del 63,41% a Sinopoli, risultando primo eletto con centinaia di voti di scarto rispetto ai suoi avversari.

Domenico Creazzo, nelle elezioni regionali del gennaio 2020, risultò il primo eletto in assoluto nella sua lista, con 776 preferenze a Sant’Eufemia e 884 a Delianuova.

Il “prezzo” di questo sostegno non era scontato: mentre per Siclari si accertò un’utilità parziale legata allo spostamento di una dipendente di Poste Italiane, nel caso di Creazzo l’accordo era ancora più delicato, arrivando a prevedere un “aggiustamento” del processo “Xenopolis” per favorire la cosca, oltre alla messa a disposizione del politico per le “esigenze” del clan.

L’iter processuale: tra assoluzioni, condanne e annullamenti

Il percorso giudiziario dell’operazione “Eyphemos” ha avuto esiti complessi e in parte contrastanti nei diversi gradi di giudizio, a seconda dei riti processuali scelti dagli imputati (abbreviato e ordinario).

Rito abbreviato: la sentenza della Cassazione (dicembre 2024)

La Sesta Sezione della Corte di Cassazione ha accolto pienamente le tesi difensive, disponendo l’annullamento senza rinvio della condanna a 15 anni per associazione mafiosa di Cosimo Alvaro, che è stato assolto “per non aver commesso il fatto”. La Corte ha inoltre ordinato la sua immediata scarcerazione.

È stato annullato senza rinvio anche il capo d’accusa relativo a reati di droga per Sarino Antonio Carbone, che è stato immediatamente liberato.

Per numerosi altri imputati, tra cui Domenico Laurendi, Natale Lupoi, Pasquale Cutrì e altri, la Cassazione ha disposto l’annullamento con rinvio a un nuovo giudizio d’appello su vari capi d’accusa, riconoscendo le “gravi lacune” dell’impianto accusatorio su alcune posizioni.

Rito ordinario: la sentenza d’appello (luglio 2025)

La Corte d’Appello di Reggio Calabria ha ribaltato il verdetto di primo grado, condannando a 10 anni di reclusione per voto di scambio politico-mafioso l’ex consigliere regionale Domenico Creazzo, che era stato assolto in primo grado. L’accusa si è focalizzata in particolare sulla promessa di voti fatta dal boss Domenico Laurendi.

La stessa pena è stata inflitta a suo fratello Antonino Creazzo, per gli stessi reati.

La condanna di Domenico Alvaro (cl. ’77) è stata ridefinita in 20 anni e 6 mesi.

Nello stesso processo, Salvatore Alvaro è stato assolto “per non aver commesso il fatto”.

La Corte d’Appello ha confermato le assoluzioni già disposte in primo grado per l’ex presidente del Consiglio Comunale Cosimo Idà e il medico Giuseppe Antonio Galletta.

Sono state confermate le condanne per altre 15 persone, con pene che variano da 1,4 a 14 anni.

In sintesi, mentre il troncone del rito abbreviato si è concluso con l’annullamento delle condanne per alcuni degli imputati più noti, compreso il presunto boss Cosimo Alvaro, il processo con rito ordinario ha visto la clamorosa condanna di Domenico Creazzo, figura politica chiave dell’inchiesta, a ribaltare completamente l’esito di primo grado.

Ultima considerazione: La complessità dei verdetti del caso Eyphemos riflette un sistema giudiziario in piena crisi, ormai falcidiato dalle picconate inferte a ogni round di riforme della giustizia da parte della nostra politica cialtrona (di qualsiasi estrazione essa sia). Certo, i partiti si preoccupano di mettere al sicuro amici e affiliati, ma così facendo depotenziano la giustizia e affidano il paese nelle mani delle mafie a scapito dei cittadini onesti.

Domenico Laurendi
Domenico Laurendi (“Rocchellina”)

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