L’operazione Erinni ha svelato la duplice anima di una delle ‘ndrine più potenti della ‘ndrangheta: la cosca di Oppido Mamertina. Avviata nel 2011 e culminata con 20 arresti e il sequestro di beni per un valore di oltre 70 milioni di euro, l’indagine ha gettato luce su un’organizzazione che non solo non ha mantenuto la sua natura brutale, ma ha anche sviluppato una sofisticata vocazione imprenditoriale, estendendo il suo raggio d’azione ben oltre i confini della Calabria.
Faide, vendette e orrori indicibili
L’inchiesta è stata innescata dalla ripresa di una violenta faida tra le cosche rivali dei Mazzagatti-Polimeni-Bonarrigo e dei Ferraro-Raccosta, una guerra che ha rotto una tregua precedentemente sancita dal matrimonio tra Francesco Raccosta e Giuseppina Mazzagatti. Poi, tra marzo e maggio 2012, una serie di omicidi ha nuovamente insanguinato il territorio. Tra le vittime, lo stesso Francesco Raccosta e il cognato Carmine Putrino, che secondo le accuse furono pestati a sangue e dati in pasto ai maiali mentre erano ancora in vita. Le indagini si sono basate in gran parte sulle intercettazioni di Simone Pepe, un giovane imputato che si autoaccusava degli omicidi, descrivendo l’atroce fine delle vittime. Tuttavia, le sue dichiarazioni, che tanto clamore hanno suscitato, non sono state ritenute credibili dai tribunali.
Il volto imprenditoriale: da Oppido a Roma, da Milano al mondo
L’operazione ha rivelato che la cosca di Oppido non era solo radicata nel suo territorio, ma aveva esteso la sua influenza a livello nazionale e internazionale. A capo dell’organizzazione c’era Rocco Mazzagatti, ritenuto un personaggio di “altissima levatura criminale”. La sua leadership ha portato la ‘ndrina ad affiancare alla violenza una complessa rete di affari, muovendosi con agilità tra la Calabria e altre regioni. Un ruolo chiave lo ha giocato il suo braccio destro, Domenico Scarfone, incensurato ma considerato il “referente” per gli investimenti a Roma e nel Lazio.
Gli affari gestiti dai due spaziavano dall’acquisizione di un distributore di benzina a Catanzaro a una società di riciclo a Milano. Erano particolarmente abili nell’uso dell’intestazione fittizia dei beni, con Scarfone che si definiva l’emblema di questa pratica con il motto “è il mio, ma non è il mio”. Le indagini hanno svelato che l’organizzazione si infiltrava nel tessuto economico e istituzionale, sfruttando le aste giudiziarie e corrompendo figure come i curatori fallimentari per acquisire beni immobili a prezzi vantaggiosi. Oltre ai confini nazionali, le intercettazioni hanno documentato trattative con investitori russi e la presenza di conti correnti all’estero, a testimonianza della dimensione globale dei loro affari.
La fitta rete di alleanze e le “talpe” nelle istituzioni
La cosca di Oppido aveva un’influenza tale da stringere alleanze con le più potenti famiglie di ‘ndrangheta, tra cui gli Alvaro di Sinopoli e i Pelle di San Luca. L’indagine ha svelato la fitta rete di parentele e legami che univano la cosca ai Mammoliti, ai Lobello di Catanzaro e persino ai Casamonica a Roma. Questo potere si estendeva anche al controllo dei locali di ‘ndrangheta nel nord Italia, come quello di Bresso, confermando il principio dell’unitarietà dell’organizzazione.
L’operazione ha anche messo in luce un altro, drammatico, aspetto: la corruzione. Le intercettazioni hanno rivelato che gli indagati avevano una “talpa” all’interno delle forze dell’ordine che li informava in tempo reale sulle indagini. Un fatto che lo stesso Procuratore capo di Reggio Calabria, Federico Cafiero De Raho, ha denunciato come una delle ragioni della crescita del potere mafioso.
L’esito giudiziario: dal primo grado al crollo in Appello
Il lungo percorso giudiziario ha avuto un esito che ha parzialmente ridimensionato il successo investigativo:
Primo Grado (settembre 2016): La Corte d’Assise di Palmi ha inflitto pesanti condanne, pur rigettando le richieste di ergastolo. Rocco Mazzagatti è stato condannato a 20 anni di carcere, mentre Domenico Scarfone ha ricevuto una pena di 10 anni.
Appello (settembre 2018): La Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria ha ribaltato il verdetto, portando a una serie di assoluzioni e a una sostanziale riduzione delle pene. Il processo è “naufragato” su molti punti, incluso l’omicidio di Francesco Raccosta, poiché le dichiarazioni di Simone Pepe non sono state ritenute credibili. Domenico Scarfone è stato assolto da ogni accusa, e la pena di Rocco Mazzagatti è stata ridotta a 19 anni e 4 mesi.
L’operazione Erinni ha fornito uno spaccato unico di una ‘ndrangheta che sa essere tanto feroce quanto astuta e imprenditoriale, ma ha anche messo in luce le difficoltà del sistema giudiziario nel provare la complessità di una rete criminale che opera in ogni settore della società. Questo accade sempre più spesso, soprattutto da quando il sistema giudiziario è stato indebolito da una serie di riforme “garantiste”, il cui unico scopo sembra essere quello di salvare il fondoschiena dei “colletti bianchi” e dei “politici”, ma che hanno anche garantito l’impunità di violenti e prepotenti.

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Op Erinni Fermo Sequestro 21 11 2013 Rgnr Dda 3546-2012