Torino non è un’isola felice e la criminalità organizzata di stampo mafioso non è un fenomeno confinato esclusivamente nei territori d’origine. A ricordarcelo con la forza dei fatti giudiziari è l’operazione “Big Bang”, l’inchiesta coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) e condotta con meticolosità dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Torino, che ha smantellato una pericolosa articolazione della ‘ndrangheta calabrese radicata e fortemente attiva nel capoluogo piemontese.
Le origini dell’indagine e il monitoraggio del traffico di droga
L’indagine prende ufficialmente le mosse nel giugno del 2014, diramandosi da un precedente procedimento in materia di stupefacenti condotto sempre dai Carabinieri del Reparto Operativo di Torino. Nel corso di quei monitoraggi, gli inquirenti iniziano a focalizzare l’attenzione sulle figure di CREA Aldo Cosimo e CREA Luigi, entrambi appartenenti a una storica famiglia originaria di Stilo, nella Locride, e già noti per i loro legami con la criminalità organizzata calabrese trapiantata in Piemonte.
Un episodio chiave che dà impulso operativo all’inchiesta si registra il 5 giugno 2014, quando i carabinieri predispongono un mirato servizio di osservazione, controllo e pedinamento (O.C.P.) in piazza Robilant a Torino, di fronte all’ingresso dell’agenzia Unicredit. In quell’occasione viene documentato un incontro tra Francesco Fiorito (ritenuto un emissario che agiva per conto di terzi), Pino Murano, Aldo Cosimo Crea e Luigi Crea. Le successive intercettazioni telefoniche confermano che il summit era finalizzato all’approvvigionamento di sostanze stupefacenti. Tuttavia, a causa della scarsa qualità della merce offerta dai venditori, le parti concordano un nuovo appuntamento per il giorno successivo, inaugurando una lunga e complessa stagione investigativa fatta di intercettazioni record.
La mappa criminale, il ruolo di Adolfo Crea e dei suoi familiari
Con il progredire delle attività investigative, condotte interamente con metodi tradizionali, intercettazioni telefoniche e ambientali e senza l’iniziale ausilio di collaboratori di giustizia, gli inquirenti intercettano oltre 263.000 telefonate. Emerge così la struttura gerarchica e l’operatività di una cellula della ‘ndrangheta dotata di totale autonomia e capacità d’azione. Al vertice della consorteria si ergono incontrastati i fratelli Adolfo e Aldo Cosimo Crea, considerati dai magistrati della DDA i veri e propri “padrini” della ‘ndrangheta reggina a Torino.
Per inquadrare correttamente la figura di Adolfo Crea, nato a Locri nel 1971, bisogna ricordare che egli deteneva all’interno della struttura criminale la carica apicale di “crimine” di Torino, inserito nella “società maggiore” con una dote superiore a quella di “padrino” e affiliato alla ‘ndrangheta almeno dal 2003. Insieme al fratello Aldo Cosimo (esponente del “crimine” con la dote di “padrino”), Adolfo rappresentava il fulcro dell’ala violenta e militare del clan nella città piemontese.
La famiglia Crea era emigrata nel 2000 da Stilo per sfuggire a una sanguinosa faida tra clan sulla costa ionica calabrese. Nonostante i due fratelli fossero già stati coinvolti, arrestati e condannati nel maxi-processo Minotauro dell’8 giugno 2011 per associazione mafiosa, non avevano affatto rinunciato alla loro indole criminale. Anche durante i periodi di detenzione, e soprattutto subito dopo le rispettive scarcerazioni — Aldo Cosimo torna in libertà il 24 febbraio 2015 e Adolfo il 26 giugno 2015 —, i due riprendono saldamente il controllo del sodalizio. Le indagini documentano come i capi riuscissero a impartire direttive strategiche persino dall’interno del carcere attraverso colloqui e “pizzini” cartacei scrupolosamente distrutti subito dopo la lettura.
Accanto ad Adolfo opera attivamente il figlio Luigi Crea (nato a Soverato nel 1994), il quale funge da braccio destro operativo: fa da tramite tra le direttive impartite dal padre Adolfo e dallo zio Aldo Cosimo (comunicate anche durante i colloqui in cella), cura la costante presenza nei luoghi di ritrovo degli affiliati e gestisce la disponibilità delle armi.
Il blitz dei Carabinieri e gli arresti del 14 gennaio 2016
Il cerchio investigativo si stringe inesorabilmente all’inizio del 2016. Sulla base delle articolate informative della DDA di Torino, il Giudice per le Indagini Preliminari, dottoressa Anna Ricci, emette un’ordinanza di custodia cautelare in carcere (RG.NR 14024/14, RG. GIP 1797/14) che fotografa una rete criminale tentacolare.
Tra la notte e le prime ore del 14 gennaio 2016, i Carabinieri del Comando Provinciale di Torino eseguono il maxi-blitz battezzato “operazione Big Bang” — dal nome di uno dei locali utilizzati come base logistica e di ritrovo. Vengono arrestate complessivamente 20 persone tra Torino, la provincia e la Calabria.
Contestualmente ai provvedimenti restrittivi personali, i militari dell’Arma eseguono 41 perquisizioni domiciliari e sequestri patrimoniali preventivi ingenti: vengono confiscate 7 unità immobiliari, 6 automezzi, 11 rapporti bancari, 2 cassette di sicurezza, licenze commerciali e società con tre sedi operative. L’indagine svela un giro d’affari illecito stratosferico, stimato intorno ai 100.000 euro mensili, denaro sporco ricavato da estorsioni, usura, bische e traffico di droga che serviva a mantenere gli affiliati in un costante e ostentato lusso fatto di abiti di alta griffe e auto potenti.
Una mafia sfrontata dedita a estorsioni e usura
L’operazione Big Bang scardina definitivamente il falso mito di una criminalità organizzata settentrionale silenziosa e mimetizzata. La cellula dei Crea si muoveva con estrema sfrontatezza alla luce del sole, eleggendo a quartier generale i dehor di bar e locali pubblici nel quartiere San Paolo di Torino, come il bar Gran Galà e il circolo Big Bang. In pieno giorno, davanti a passanti e avventori, gli affiliati riscuotevano le rate del pizzo e pianificavano le azioni delittuose.
Il core business del clan era costituito da un sistema asfissiante di usura ed estorsioni ai danni di piccoli commercianti, artigiani, imprenditori e soggetti indebitati nelle bische clandestine gestite dalla stessa organizzazione. Tra le vittime individuate e protette dalle imputazioni figurano nomi come Longato Simon Marco, Hu Zhencai, Correnti Rosario, Mauro Pietro, Cascino Carmelo, Fasone Pietro, Muraca Michele, Di Fato Francesco e Nettis Angelo. Per costringerli a pagare, il clan non indietreggiava davanti a nulla, alternando minacce esplicite a spedizioni punitive e metodi mafiosi dal sapore arcaico ma di dirompente efficacia intimidatoria.
Le teste di maiale e il muro di omertà delle vittime
La violenza psicologica e fisica esercitata dal clan Crea raggiunge valli di inaudita gravità attraverso intimidazioni dirette e plateali. A una delle vittime che ritardava il pagamento delle tangenti estorsive nel Chierese, i sodali recapitano una testa di maiale mozzata e un ritaglio di stoffa modellato a forma di bara, accompagnati dal biglietto minatorio esplicito: “la prossima volta ci mettiamo la tua”. Altri imprenditori subiscono visite intimidatorie sul posto di lavoro, schiaffi, strattonamenti e minacce verbali del calibro di “tu non sai chi sono io, qui comandiamo noi”.
Nonostante la ferocia dei metodi e la platealità delle condotte, il dato più drammatico che emerge dall’inchiesta e che viene sottolineato con forza dalla Procura di Torino è l’assoluto muro di omertà: all’epoca dei fatti, nessuna delle circa venti vittime individuate dai carabinieri aveva trovato spontaneamente il coraggio di denunciare i propri estorsori. Un assoggettamento totale alimentato dal terrore e dalla consapevolezza della forza militare e mafiosa dei imputati.
Il pentimento di Max Ungaro e il quadro dei reati contestati
Un tassello fondamentale che va a consolidare l’impianto accusatorio costruito dalla Procura nel corso della complessa istruttoria è rappresentato dal contributo di un collaboratore di giustizia: Max Ungaro, ex lavandaio della Gran Madre e affiliato di primo piano del sodalizio, che decide di saltare il fosso e iniziare a collaborare con la giustizia. Le sue dichiarazioni confermano e cristallizzano millimetricamente l’architettura accusatoria mossa nei confronti degli imputati, svelando dinamiche interne, ruoli operativi e gerarchie familiari.
Nel capo d’imputazione complessivo della misura cautelare confluirono reati gravissimi: dall’associazione di stampo mafioso ex articolo 416-bis (aggravata dall’essere l’associazione armata e dal finanziamento delle attività economiche con i profitti delittuosi) alla gestione di bische clandestine e bische protette (articoli 718, 719 e 721 del codice penale); da una fitta sfilza di estorsioni e tentate estorsioni aggravate dal metodo mafioso (articoli 110, 629 del codice penale e articolo 7 del decreto legge 152/1991) fino alla detenzione illegale di armi clandestine e alterate — come pistole semiautomatiche con matricola abrasa e canna filettata per l’innesto di silenziatori, revolver Magnum e munizionamento pesante — e al traffico e detenzione di sostanze stupefacenti tra hashish e marijuana.
Il giudizio di primo grado e la prima stangata in tribunale
La risposta dello Stato nelle aule di giustizia non si fa attendere e si concretizza con la celebrazione del processo di primo grado, celebrato sotto la direzione dell’accusa sostenuta dal pubblico ministero Paolo Toso. Il 16 maggio 2017, il Tribunale di Torino emette la sentenza che chiude il cerchio sul primo grado del processo Big Bang.
Il verdetto infligge una vera e propria stangata giudiziaria alla cupola mafiosa torinese: vengono pronunciate 26 condanne per altrettanti imputati, per un totale complessivo che sfiora i 140 anni di reclusione. Le pene più pesanti colpiscono inevitabilmente i vertici della famiglia: Aldo Cosimo Crea viene condannato a 14 anni e 10 mesi di reclusione, il fratello Adolfo Crea a 10 anni e 4 mesi, mentre al giovane erede Luigi Crea (figlio di Adolfo) i giudici infliggono 9 anni e 6 mesi di carcere. La sentenza sancisce giudiziariamente la supremazia criminale della famiglia di Stilo e certifica l’efficacia delle indagini dei Carabinieri nel fotografare la mutazione genetica della ‘ndrangheta piemontese, non più silente ma spregiudicata e predatoria.
La Corte d’Appello e l’applicazione del regime di 41 bis
L’iter processuale prosegue approdando in secondo grado davanti alla Corte d’Appello di Torino, che si pronuncia con sentenza il 17 luglio 2018. In questa sede, i giudici accolgono parzialmente le argomentazioni sollevate dai collegi difensivi (rappresentati tra gli altri dagli avvocati Giuseppe Del Sorbo e Mauro Ronco), applicando la cosiddetta continuazione giuridica dei reati con le precedenti sentenze già passate in giudicato, prima fra quella del maxi-processo Minotauro.
A seguito del ricalcolo e della rideterminazione delle pene, la condanna complessiva per Adolfo Crea sale a 16 anni, 5 mesi e 20 giorni di reclusione, mentre quella per Aldo Cosimo Crea viene rideterminata in 19 anni di carcere. Nel frattempo, considerata la pericolosità sociale inalterata dei due fratelli e le loro continue velleità di comando anche dallo stato detentivo, su specifica richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Torino e del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP), i fratelli Crea vengono sottoposti dall’aprile del 2018 al regime di detenzione speciale del carcere duro ex articolo 41 bis, isolandoli ermeticamente dai contatti esterni e suggellando la ferma risposta dello Stato contro i vertici della ‘ndrangheta sabauda.

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