Operazione Aspromonte: I Soldi Dei Sequestri Investiti Nella Droga

Pietra Cappa, Aspromonte
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In data 17 settembre 1993, il Giudice per le Indagini Preliminari di Reggio Calabria emetteva il decreto che disponeva il rinvio a giudizio innanzi al Tribunale di Locri di oltre quaranta imputati, segnando l’atto formale d’avvio del dibattimento scaturito dalla vasta inchiesta nota come operazione Aspromonte. Tra i soggetti tratti a giudizio figuravano esponenti storici delle cosche della Locride, come Francesco Barbaro classe 1927 detto il Castano, Pasquale Barbaro, Rocco Papalia, Antonio Papalia, Giuseppe Morabito detto Tiradritto, Antonio Pelle detto Gambazza e numerosi altri affiliati appartenenti alle famiglie Barbaro, Pelle, Giorgi, Trimboli, Romeo, Strangio, Nirta e Mammoliti. L’imponente impianto accusatorio formulato dall’Ufficio di Procura non contestava singoli episodi isolati, bensì i reati di associazione di stampo mafioso, associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, traffici specifici di droga e detenzione e porto illegale di armi da guerra e comuni da sparo, offrendo al vaglio del Tribunale la realtà di una complessa mega-struttura ‘ndranghetistica unitaria.

La svolta investigativa attraverso l’analisi dei sequestri di persona

L’ampiezza delle contestazioni giudiziarie trovava il proprio fondamento storico nell’osservazione sistematica e comparata delle modalità di esecuzione di un rilevante numero di sequestri di persona commessi nel territorio dello Stato nel corso di oltre un decennio. Per la prima volta, gli inquirenti avevano superato la frammentazione dei singoli procedimenti per concentrarsi sui dati unificanti e sulle similitudini non casuali che caratterizzavano i rapimenti attribuiti all’area aspromontanea del triangolo formato da Platì, San Luca e Natile, con le propaggini di Africo. Le indagini avevano dimostrato che l’esecuzione dei reati rispondeva a disposizioni unitarie e coordinate tra i vari locali di ‘ndrangheta, i quali avevano unificato la direzione e la gestione di quella redditizia fonte di guadagno attraverso accordi intercorsi tra i rispettivi capi e la partecipazione organica delle varie famiglie.

La cronologia e la geografia criminale dei rapimenti

La mappa dei sequestri esaminati nel procedimento prendeva le mosse dal 1979 con il rapimento di Marco Flora, per poi intensificarsi drammaticamente nel 1981 con il sequestro di Tullio Fattorusso a Sant’Ilario, i cui riscatti venivano pagati allo Zomaro ad Agro di Platì con il successivo coinvolgimento di Francesco Strangio e Francesco Barbaro. Il fenomeno criminoso aveva registrato un’impennata nel 1985 con il rapimento di Giandomenico Amaduri a Bovalino, custodito nelle campagne di San Luca, e si era moltiplicato nel 1987 con i casi di Domenico Romeo a Siderno, Domenico Varacalli ad Ardore, Mario Gallo a Locri e Giuseppe Catanese a Bovalino. L’anno cruciale era stato il 1988, caratterizzato da una sequenza impressionante di sequestri ininterrotti tra cui quelli di Diego Cuzzocrea a Bianco, Cesare Casella rapito a Pavia e tenuto prigioniero nei covi di Platì fino al 1990, Claudio Marzocco autoliberatosi a Santa Cristina d’Aspromonte, Carlo Celadon prelevato ad Arzignago, e Alberto Minervini. La strategia del terrore era proseguita nel biennio 1990-1991 con i rapimenti di Domenico Paola, il tragico tentativo ai danni di Antonella Dellea a Germignano costato la vita a quattro sequestratori in uno scontro a fuoco, il sequestro del medico Agostino De Pascale a Benestare, e le azioni ai danni di Giuseppe Longo, Errante e Domenico Gallo, per concludersi nell’aprile del 1992 con il sequestro di Giovanni Zappia a Bovalino Superiore.

Il controllo militare del territorio e la logistica dei covi

Il tratto comune di tutti questi eventi criminosi risiedeva nell’assoluta tranquillità con cui le cosche gestivano la prigionia degli ostaggi all’interno della roccaforte montana compresa tra San Luca, Platì e Natile di Careri, protette da un completo asservimento omertoso del territorio. Nonostante i massicci rastrellamenti effettuati dalle Forze dell’Ordine lungo l’intera fiancata ionica dell’Aspromonte, i responsabili riuscivano a spostare i prigionieri diurna e notturnamente sfruttando la profonda conoscenza dei nascondigli naturali offerti dalla montagna. Luoghi di pagamento dei riscatti e di rilascio degli ostaggi coincidevano regolarmente con la medesima area geografica, mentre i rifugi, ricavati in zone impervie come le Rocce dell’Agonia, le Rocce degli Smaledetti e i Lacchi di Torno, venivano riutilizzati o alternati dai diversi gruppi familiari in virtù di un accordo preventivo che regolava l’intera fase della custodia e della gestione materiale degli ostaggi.

La transizione economica dal sequestro al narcotraffico

L’enorme liquidità accumulata attraverso il monopolio dei sequestri di persona non veniva dispersa, ma costituiva il capitale primitivo destinato a essere convertito in nuove e più redditizie attività illecite, inaugurando la transizione delle cosche verso i mercati internazionali della droga. Le indagini hanno svelato che i medesimi gruppi criminali che gestivano i rapimenti figuravano tra i protagonisti del moderno narcotraffico, finanziando l’acquisto all’ingrosso di ingenti partite di cocaina ed eroina con i proventi dei riscatti messi in comune e trasferiti ad Africo. Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, tra cui Leonildo Serpi e Saverio Morabito, hanno confermato che i summit decisionali avvenivano nei banchetti organizzati nella zona Bosco di Bovalino, dove i rappresentanti delle cosche pianificavano il reimpiego dei capitali illeciti, trovando riscontro anche nei procedimenti scaturiti dal duplice omicidio Artuso-Mezzatesta e nelle dichiarazioni di soggetti come Antonino Gamberale, i quali confermavano che la gestione dei traffici di droga rispondeva a logiche di compartecipazione societaria per quote di capitale.

Il riciclaggio transnazionale e i canali esteri

Il denaro contante ricavato dai riscatti veniva immesso in un sofisticato circuito di riciclaggio finanziario che univa la Calabria ai mercati internazionali e alle regioni del Nord Italia. Un riscontro probatorio fondamentale è emerso dal fermo del cittadino andorrano Fortuni Soler Jordy, trovato in possesso di centinaia di milioni di lire provenienti dai sequestri Cuzzocrea, Del Tongo, Bulgari, Armellini, Celadon e Casella. Quel denaro, transitando attraverso conti correnti svizzeri e società fittizie ad Andorra, era destinato direttamente in Colombia per finanziare l’acquisto di stupefacenti. Accanto a questo imponente riciclaggio internazionale, operava un capillare sistema di riciclaggio minore sul territorio nazionale, documentato dal sequestro di banconote provenienti dai riscatti Gallo, Fiore, Varacalli e Casella depositate presso istituti di credito locali come la Carical e il Banco di Napoli da parte di prestanome e fiancheggiatori, i cui movimenti finanziari confermavano l’origine unitaria della massa di denaro liquido.

La proiezione al Nord e l’asse con la Lombardia

La struttura criminale aspromontana manteneva un legame inscindibile e fortemente gerarchizzato con le propaggini territoriali radicate nel Nord Italia, in particolare nell’hinterland milanese. Famiglie come i Papalia, stanziali a Buccinasco e Corsico, operavano in stretta sinergia con i vertici calabresi, fungendo da terminali logistici avanzati per l’individuazione degli ostaggi e per la gestione del riciclaggio. Le indagini hanno documentato incontri di altissimo livello operativo, come i summit svoltisi presso il Bar Lyon a Buccinasco, alla presenza di esponenti di primo piano come Giuseppe Morabito, Antonio e Rocco Papalia, accompagnati da emissari e corrieri inseriti in contesti di traffico internazionale di droga. Le risultanze investigative e le dichiarazioni dei pentiti hanno confermato che i gruppi trapiantati in Lombardia, pur godendo di margini operativi autonomi, erano rigorosamente subordinati alla casa madre calabrese, conservando intatta la propria identità e le gerarchie originarie anche all’interno delle strutture carcerarie.

Lo scambio di uomini e la cooperazione tra le famiglie

Un elemento distintivo della mega-struttura mafiosa emerso dal dibattimento era la mobilità delle risorse umane e la prassi dello scambio di uomini tra i diversi paesi e le differenti famiglie dell’Aspromonte. Per l’esecuzione dei sequestri e la gestione della cattività non agiva mai un unico clan isolato, ma venivano selezionati gli elementi più affidabili e qualificati provenienti da Platì, San Luca, Natile, Careri, Africo, Samo e Casignana, sulla base di accordi preventivi stabiliti dai capi società. Questa logica di mutuo soccorso criminale comportava l’assunzione di una responsabilità collettiva e unitaria da parte di tutte le cosche dell’area ionica, le quali si riconoscevano organicamente subordinate a direttive strategiche comuni. Testimonianze chiave, rese da collaboratori di giustizia del calibro di Filippo Barreca e Ubaldo Giacomo Lauro, hanno ulteriormente validato questo impianto accusatorio, confermando che figure storiche come Antonio Pelle detto Gambazza, Francesco Barbaro detto il Castano e Giuseppe Morabito detto Tiradritto esercitavano un’autorità indiscussa e riconosciuta, capace di coordinare l’intera galassia criminale aspromontana in un blocco monolitico e impenetrabile.

Francesco Barbaro
Francesco “Castano” Barbaro

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