All’alba del 20 aprile 2009 si mosse una delle più massicce operazioni antimafia condotte nella Piana di Gioia Tauro: l’operazione “Artemisia”. Più di duecento carabinieri, appartenenti al Comando Provinciale di Reggio Calabria e al G.O.C., agirono simultaneamente in Calabria, Piemonte e Lombardia, eseguendo trentacinque provvedimenti restrittivi emessi dal GIP distrettuale di Reggio Calabria. Le accuse principali erano quelle di associazione mafiosa (art. 416-bis), omicidio, tentato omicidio, porto e detenzione di armi clandestine, estorsione, favoreggiamento e intestazione fittizia di beni. Tra gli arrestati figuravano figure storiche della ‘ndrangheta locale e anche sette donne, tra cui Caterina Caia, Donatella Garzo e Domenica Caia, coinvolte nell’attività di raccordo, copertura e comunicazione tra i membri maschili della cosca.
L’indagine, partita dopo l’omicidio del boss Domenico Gaglioti nel dicembre 2006, fu diretta dal procuratore aggiunto Michele Prestipino e dal sostituto procuratore Roberto Di Palma. Le intercettazioni ambientali, le conversazioni carcerarie registrate e l’attività di osservazione sul territorio svelarono una rete di controllo mafioso radicata e operativa nella zona di Seminara, con estensioni economiche e logistiche che superavano il perimetro del piccolo comune.
La faida infinita di Seminara
La contrapposizione tra i ‘ndoli, fedeli alla famiglia Gioffrè, e gli ‘ngrisi, legati al fronte Caia–Laganà–Gioffré, non era un conflitto improvvisato ma un antagonismo storico, iniziato negli anni ’70 e mai realmente sopito. La causa principale non era un semplice rancore familiare ma il controllo dei canali di potere: dall’imposizione del pizzo sulle attività agricole e commerciali della zona alla gestione degli appalti legati ai frantoi oleari, dall’influenza politica nel Comune di Seminara alla regolamentazione del traffico di armi e stupefacenti. Nel linguaggio mafioso, Seminara non era territorio da sfruttare economicamente, ma territorio da possedere simbolicamente. Prestipino lo definì un “marcatore di potere”: chi dominava Seminara era riconosciuto come autorità legittima negli equilibri di ‘ndrangheta a scala più ampia.
Le indagini fecero emergere che molte delle decisioni relative agli omicidi furono prese addirittura durante i colloqui carcerari tra membri detenuti e familiari, sfruttando un regime di sorveglianza percepito come meno rigido. Il tentato omicidio di Luigi Tripodi nel febbraio 2008, il ferimento di Vittorio Vincenzo Gioffrè nell’ottobre 2007, l’agguato ad Antonio Caia e Carmelo Romeo nel giorno successivo, il ferimento di Giuseppe Vincenzo Gioffrè nel novembre 2008 e soprattutto l’omicidio di Silvestro Luigi Galati nel marzo 2008 costituivano tappe di una spirale omicida gestita con modalità paramilitari. È emerso inoltre che le armi utilizzate — tra cui pistole clandestine e fucili a canna liscia modificati — venivano nascoste in casolari di campagna e trasferite rapidamente tra i membri della cosca.
Il contesto non riguardava solo la violenza diretta. L’influenza criminale si esercitava anche tramite intimidazioni sistematiche verso imprenditori agricoli, controllo delle assunzioni stagionali nella raccolta delle olive e pressione su figure politiche locali. La già verificata infiltrazione mafiosa nel Comune di Seminara, che portò allo scioglimento del consiglio comunale nel 2007, fu un elemento decisivo per comprendere la profondità di questa struttura di potere.
Il ruolo di Rocco Antonio Gioffrè, detto “Ùndolo”
La figura di Rocco Antonio Gioffrè, detto “‘Ùndolo”, era centrale. Egli veniva riconosciuto come capo del “locale” di Seminara e referente del territorio all’interno delle riunioni di vertice della ‘ndrangheta. La sua partecipazione al summit di Polsi del 2007, all’indomani della strage di Duisburg, lo collocava tra le figure di maggior peso all’interno della mappatura delle cosche calabresi. Le accuse su di lui comprendevano associazione mafiosa aggravata, direzione di organizzazione criminale, detenzione di armi, condotte estorsive e partecipazione decisionale a operazioni omicidiarie della faida.
Arrestato nel 2007 nell’operazione “Topa”, Gioffrè morì sotto custodia il 30 gennaio 2011. Due anni più tardi, la DIA confiscò alla famiglia un patrimonio considerevole, comprendente terreni, aziende agricole e immobili rurali. Il sequestro di beni per cinque milioni di euro segnò un passaggio decisivo: il colpo ai ricavi e agli asset mobili e immobili della cosca ebbe un impatto sulla sua sostenibilità strategica a lungo termine.
Il processo: le condanne
Il processo Artemisia, celebrato in primo grado nel 2011 davanti alla Corte d’Assise di Palmi, si concluse con condanne pesanti, in particolare nei confronti di Pietro Lombardo e Antonino Tripodi, per i quali fu riconosciuta la responsabilità dell’omicidio di Galati e decretato l’ergastolo. Le imputazioni a loro carico comprendevano omicidio aggravato dal metodo mafioso, porto abusivo d’armi e partecipazione all’associazione criminale. Alla base dell’accusa, vi erano ricostruzioni tecniche degli spari, testimonianze indirette, tracce genetiche e un quadro probatorio ricavato da intercettazioni ambientali.
Gli altri imputati, tra cui Antonino, Domenico e Vincenzo Gioffrè, furono condannati per partecipazione all’associazione mafiosa e per coinvolgimento diretto o indiretto negli episodi violenti della faida. Caterina Caia fu condannata a due anni con sospensione della pena per concorso esterno e favoreggiamento. Nel frattempo, l’amministrazione comunale di Seminara rimaneva commissariata, confermando l’impatto politico-sociale della presenza mafiosa.
La Corte d’Appello intervenne riequilibrando alcune posizioni. Alcuni imputati videro ridurre le pene in seguito alla rimodulazione dell’imputazione di associazione mafiosa o per attenuanti riconosciute, mentre altri ottennero l’assoluzione piena, come nel caso di Rocco e Fabio Gioffrè, a carico dei quali non furono ritenuti sufficienti gli elementi di prova per l’affiliazione mafiosa. La famiglia Santaiti fu totalmente assolta per insussistenza del fatto, evidenziando come non tutte le attribuzioni di presenza criminale fossero fondate.
La Suprema Corte confermò definitivamente gli ergastoli e la quasi totalità delle condanne, chiudendo definitivamente un percorso giudiziario durato oltre tre anni. Alcuni reati furono dichiarati estinti per morte dell’imputato, come nel caso di Giuseppe Vincenzo Gioffrè, mentre una sola posizione, quella di Antonino Schiavone, venne rinviata per ulteriori pronunce.
Un territorio soffocato dalla ‘ndrangheta
L’operazione Artemisia non solo documentò un conflitto pluri-generazionale che insanguinava Seminara, ma svelò l’organigramma reale della locale dei Gioffrè, il ruolo occulto delle donne, il modo in cui il potere mafioso permeava le istituzioni e condizionava il sistema socio-economico. La morte di “‘Ùndolo”, la confisca dei beni e la detenzione dei principali protagonisti della faida costituirono il punto di svolta di un processo di smantellamento strutturale.

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Op Artemisia Sentenza Assise Reggio Calabria 21 06 2011 Rgnr Dda 5503-2007