L’operazione “Ares” rappresenta una delle più imponenti e complesse azioni di contrasto alla ’ndrangheta condotte negli ultimi anni nella Piana di Gioia Tauro. Coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia (Dda) di Reggio Calabria, guidata dal Procuratore Giovanni Bombardieri, l’indagine ha progressivamente smantellato la storica alleanza, poi trasformatasi in faida sanguinaria, tra le cosche Cacciola e Cacciola-Grasso di Rosarno.
Un’epopea criminale fatta di quintali di cocaina importati dal Sudamerica, bombe usate come strumento di estorsione, il ruolo centrale di insospettabili professionisti e, soprattutto, la scoperta di una clamorosa e sistematica corruzione interna alle forze dell’ordine.
Il “Sistema Gioia Tauro” e il tradimento dell’ex poliziotto
Il capitolo forse più inquietante dell’intera inchiesta si è chiuso nell’ottobre del 2020 con l’arresto di Gianluca Castagna, 45 anni, ex sovrintendente della Polizia di Frontiera Marittima operante proprio nel porto di Gioia Tauro. Per gli inquirenti, Castagna era la talpa del clan, conosciuto tra i trafficanti con il dispregiativo di “Il Porco”.
L’ex poliziotto era una pedina fondamentale per l’organizzazione:
L’accesso ai container: Consentiva clandestinamente l’accesso al porto ai membri del clan per prelevare i carichi di droga.
Le rotte e i controlli: Forniva dati sensibili presi dai sistemi informatici della Polizia sulle movimentazioni delle navi.
I finti allarmi bomba: Quando un container “caldo” rischiava di essere ispezionato, Castagna simulava un allarme esplosivi in un’altra area dello scalo per dirottare le forze dell’ordine.
A tradire Castagna è stato un SMS inviato alle 23:51 dell’8 luglio 2018 a un numero fittizio intestato a un inesistente cittadino cinese, ma in uso a Rosario Grasso, rampollo dell’omonima cosca:
“Amore farà caldo stanotte non so se anche da te, bacio”.
Era il segnale in codice. Poche ore dopo sarebbe scattato il blitz “Ares”. Grazie a quella soffiata, Grasso e altri sei esponenti di spicco riuscirono a sfuggire temporaneamente alla cattura, dando il via a una latitanza durata mesi. Per i suoi servigi, l’ex poliziotto riceveva uno stipendio fisso, pretendendo di essere pagato – come emerso dalle intercettazioni – anche quando gli affari di droga fallivano.
Le origini dell’indagine: sangue e polvere da sparo
L’inchiesta, avviata nel 2017 e culminata nella maxi-retata dell’estate 2018 con ben 45 arresti, ha ridisegnato la mappa criminale di Rosarno. La storica compattezza del clan Cacciola si era infatti sgretolata nel 2013 dopo la scomparsa per “lupara bianca” del boss Domenico Cacciola, ucciso dai suoi stessi sodali per lavare l’onta di una relazione extraconiugale con Francesca Bellocco (assassinata a sua volta dal proprio figlio, Francesco Barone).
Questo vuoto di potere ha scatenato la violenza delle giovani leve. Il culmine della tensione fu raggiunto il 16 settembre 2017 nel centro di Rosarno, con il tentato sequestro e omicidio di Salvatore Consiglio, esponente emergente dei Grasso, scampato alla morte solo rispondendo al fuoco dei killer.
I clan non gestivano solo il pizzo sul territorio (come l’estorsione documentata ai danni dell’Upim di Amantea), ma erano dei veri e propri colossi del narcotraffico: quintali di cocaina purissima al 95% importati dalla Colombia e tonnellate di hashish dal Marocco attraverso la Spagna, destinate a rifornire le piazze di spaccio di Lombardia, Piemonte e Sicilia. Per gli attentati esplosivi, le cosche si affidavano a Domenico Ursetta, un imprenditore pirotecnico del vibonese che fabbricava ordigni talmente potenti “da far tremare i paesi”.
Donne e professionisti al servizio della ‘ndrangheta
Dalle carte dell’operazione “Ares” è emerso anche il ruolo attivo di quattro donne della cosca, incaricate di veicolare i messaggi dei detenuti all’esterno e di gestire le attività commerciali fittizie avviate per riciclare il denaro sporco.
Inoltre, l’indagine ha scoperchiato un sistema di connivenze che coinvolgeva professionisti legali e medici. Tra i 77 indagati iniziali figurava la criminologa Angela Tibullo, accusata di concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo l’accusa, la Tibullo si spendeva per far ottenere benefici penitenziari e scarcerazioni ai suoi assistiti attraverso perizie false e corrompendo i periti d’ufficio. In un caso emblematico, il medico legale Antonio De Santis è stato accusato di aver falsificato una perizia per il boss Rosario Grasso in cambio di serate con escort pagate dalla stessa criminologa.
Il conto con la giustizia: condanne e confische milionarie
L’impianto accusatorio della Dda di Reggio Calabria ha retto fermamente davanti ai giudici:
Le condanne del 2020: Il processo celebrato con rito abbreviato si è concluso con 54 condanne e sole 5 assoluzioni. I vertici del clan (tra cui Giovanni Battista Cacciola, Domenico Grasso, Rosario Grasso e Giuseppe Di Marte) hanno incassato la pena massima di 20 anni di reclusione a testa. Il medico legale De Santis è stato condannato a 6 anni e 8 mesi.
I sequestri finanziari: Già nel 2019, i Carabinieri avevano sequestrato beni per 3,5 milioni di euro all’imprenditore Giuseppe Nasso, ritenuto affiliato al clan; durante la perquisizione nel suo negozio di ferramenta, i militari trovarono un milione di euro in contanti confezionato sottovuoto nel controsoffitto.
Le confische nel 2025: Gli strascichi patrimoniali sono proseguiti fino a maggio del 2025, quando la Corte d’Appello di Reggio Calabria ha decretato la confisca definitiva di beni per 600.000 euro (compresi 14 terreni e un’azienda agrumicola) a carico di Pietro Raso. Raso, arrestato nel 2018 in una dependance d’albergo ad Aspromonte mentre era latitante, è stato condannato in appello a 8 anni e 6 mesi.

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Op Ares Informativa CC Reggio Calabria 17 03 2017 Rgnr 66-2015