Roma, 11 luglio 2025 – Un maxi-blitz condotto dai Carabinieri del ROS, denominato “Operazione Anemone”, ha inferto un duro colpo alla ‘Ndrangheta, portando all’arresto di 28 persone tra italiani e albanesi, gravemente indiziate di far parte di un’associazione criminale di matrice ‘ndranghetista con base a Roma e ramificazioni su tutto il territorio nazionale. L’operazione, scattata l’8 luglio 2025 su disposizione della Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Roma, ha rivelato la pervasiva influenza del clan Marando, in particolare nella zona di San Basilio, e la sua capacità di gestire un imponente traffico internazionale di stupefacenti.
Al centro dell’inchiesta c’è la figura di Rosario Marando, 57enne calabrese, già noto alle forze dell’ordine per la sua appartenenza alla ‘Ndrangheta e ritenuto un elemento apicale della “locale” di Volpiano (TO), promanazione di quella di Platì (RC). Trasferitosi a Roma all’inizio degli anni 2000, Marando avrebbe assunto il controllo dell’area di San Basilio, promuovendo la nascita di un’associazione criminale che vedeva coinvolti anche i suoi tre figli.
Un’alleanza strategica per il narcotraffico
Le indagini hanno evidenziato come il clan Marando avesse stabilito legami solidi con una paritetica struttura criminale albanese. Questa alleanza si è rivelata fondamentale per la gestione logistica del traffico di droga, dall’estrazione dei carichi dai porti spagnoli e olandesi al successivo trasporto e smercio del narcotico in altre zone della Capitale. La cocaina, proveniente dal Sud America, giungeva in Europa tramite container, sbarcando in porti spagnoli, a Rotterdam (Olanda) e a Gioia Tauro (RC), anche grazie all’interazione con altri broker calabresi, per poi raggiungere il mercato romano.
L’operazione ha permesso di contestare agli indagati circa 80 capi di imputazione relativi al traffico di oltre una tonnellata di cocaina (1019 kg) e 1497 kg di hashish. Tra i reati contestati spicca un raccapricciante episodio di tortura aggravata dal metodo mafioso, in cui quattro esponenti del gruppo sono accusati di aver sequestrato e picchiato per ore uno spacciatore. Le torture sono state riprese con un telefonino per diffondere il video, con l’obiettivo di instillare paura, omertà e assoggettamento al volere del gruppo dei Marando tra la vittima e gli altri pusher di San Basilio.
L’inchiesta ha inoltre rivelato l’uso sistematico di criptofonini, dispositivi difficilmente intercettabili, per le comunicazioni operative. Una vera e propria centrale di smistamento di questi telefoni criptati è stata individuata a Roma, gestita da un 46enne albanese. L’estesa cooperazione internazionale, che ha visto il coinvolgimento di diverse polizie estere, della Direzione Centrale per i Servizi Antidroga (DCSA), del Servizio di Cooperazione Internazionale di Polizia (SCIP), Interpol (progetto I-CAN), @ON Network, Europol e Eurojust, ha permesso di localizzare e arrestare in Spagna cinque latitanti per reati legati agli stupefacenti.
La “legge dei Marando” e l’infiltrazione su Roma
L’indagine ha confermato l’infiltrazione della ‘Ndrangheta nel territorio romano e l’ormai strutturale alleanza tra clan calabresi e albanesi. Questa sinergia garantisce canali alternativi di approvvigionamento e la possibilità di utilizzare porti stranieri per diversificare le rotte del narcotraffico, con il porto di Gioia Tauro che mantiene un ruolo centrale per le importazioni di cocaina. L’inchiesta ha anche evidenziato l’esistenza di accordi tra organizzazioni criminali di diversa matrice per la spartizione delle più redditizie aree di smercio del narcotico nella Capitale, e l’utilizzo sistemico di strumenti tecnologici evoluti per le comunicazioni operative.
Secondo gli inquirenti, Rosario Marando, nonostante fosse agli arresti domiciliari, sarebbe stato in grado di “riavviare” la piazza di spaccio a San Basilio a partire dall’estate del 2020. L’egemonia dei Marando era tale che, ben consapevoli di dominare e condizionare il mercato della droga romano, avrebbero utilizzato metodi mafiosi per raggiungere i loro obiettivi e consolidare il monopolio delle vendite. La vasta organizzazione criminale garantiva ai suoi adepti introiti in denaro considerevoli, con profitti che crescevano proporzionalmente ai ruoli ricoperti all’interno della struttura piramidale.
I Marando: Un excursus nella storia della ‘Ndrina
La ‘ndrina Marando è un nome storico e temuto nel panorama della ‘Ndrangheta calabrese, originaria di Platì, un feudo della criminalità organizzata in provincia di Reggio Calabria. La loro storia è intrisa di traffici illeciti, faide sanguinose e una costante espansione territoriale.
Anni ’80: Eroina e sequestri
Già negli anni ’80, i Marando si distinguevano per il controllo del traffico di eroina proveniente dal Pakistan. In questo periodo si registrano anche sequestri di persona, come quello di Marcellino Talladira nel 1979 e di Lorenzo Crosetto nel 1981, quest’ultimo tragicamente conclusosi con la morte dell’impresario stradale nonostante il pagamento di un riscatto. Francesco Marando, figura di spicco del clan, fu arrestato nel 1984 per possesso di ingenti quantitativi di eroina.
Anni ’90: La sanguinosa faida di Volpiano
Gli anni ’90 sono stati segnati da una violenta faida tra i Marando di Volpiano (TO), guidati da Pasqualino Marando, e le cosche liguri, in particolare gli Stefanelli. La contesa, scaturita da una partita di droga, portò a una serie di omicidi efferati. Nel 1993, a Volpiano, venne scoperto un vasto traffico internazionale di droga che coinvolgeva anche la malavita turca, criminali portoghesi e pachistani. La faida culminò con la morte di Francesco Marando nel 1996, trovato carbonizzato, e con gli omicidi di Antonio e Antonino Stefanelli e del loro guardaspalle Francesco Mancuso nel 1997, per i quali Domenico Marando, fratello di Pasquale, fu condannato a 30 anni di carcere. Solo nel 2013, Rosario Marando rivelò di aver aiutato a seppellire i corpi delle vittime nei boschi di Condove.
Anni 2000: Operazione Igres e l’espansione a Roma
Nel 2002, l’operazione “Igres” portò all’arresto di esponenti dei Marando per traffico internazionale di droga, in collaborazione con i Trimboli, il trafficante Roberto Pannunzi e Cosa Nostra. È in questi anni che i Marando iniziano a consolidare la loro presenza a Roma. Pasquale Marando, dopo essere stato condannato a 30 anni di carcere nel processo “Riace” e aver beneficiato di un cavillo processuale, si trasferì a Roma nel quartiere San Basilio, da cui riprese a gestire il traffico internazionale di droga.
L’operazione Minotauro e il dominio a San Basilio
Nel 2012, i Marando sono stati coinvolti nell’operazione “Minotauro”, che ha fatto luce sulle strutture e le attività della ‘Ndrangheta in Piemonte. Nel 2014, Rosario Marando è stato assolto dall’accusa di riciclaggio di 33 milioni di euro, frutto di sequestri di persona e traffico di droga, ma il processo è stato rinviato.
Più recentemente, il 17 febbraio 2022, un’operazione ha portato all’arresto di 65 persone per spaccio di droga a San Basilio (Roma). Si è scoperto che il traffico, del valore di 200 milioni di euro, era gestito da Alfredo e Francesco Marando (nipoti dei boss Marco Marinsaldi e Luigi Marando, figli di Rosario), con la collaborazione di un giovane esponente noto come AK. Il loro raggio d’azione si estendeva dal Lazio al resto d’Europa, fino al Marocco e all’America Latina, con contatti primari albanesi e camorristi. Il processo “Coffee Bean” ha confermato nel marzo 2024 le condanne a 14 anni di carcere per Alfredo e Francesco Marando.
Oggi
L’operazione “Anemone” rappresenta l’ennesima dimostrazione della capacità della ‘ndrina Marando di adattarsi, stringere nuove alleanze e mantenere un ferreo controllo sul territorio e sul lucroso mercato della droga, confermando la loro posizione di spicco nel panorama criminale italiano.

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