Giorgio Ambrosoli (Milano, 1933 – Milano, 1979) è stato un avvocato italiano il cui nome è indissolubilmente legato alla storia della lotta alla criminalità finanziaria e mafiosa in Italia. Commissario liquidatore della Banca Privata Italiana del mafioso e piduista Michele Sindona, ha pagato con la vita il suo impegno inflessibile per la verità e la giustizia, diventando un simbolo dell’altissimo senso del dovere – quello di una volta, dettato dal rigore e dall’impegno civile, che oggi sembra quasi un miraggio irraggiungibile.
Formazione e carriera di un “eroe borghese”
Nato in una famiglia milanese di solida impronta cattolica e conservatrice, Ambrosoli si laureò in giurisprudenza nel 1958. Dopo l’avvio della carriera professionale e il matrimonio con Annalori Gorla, da cui ebbe tre figli, iniziò a specializzarsi nel complesso settore delle liquidazioni coatte amministrative. La sua vita fu caratterizzata da una fede profonda e da una dedizione allo Stato intesa non come militanza politica di partito, ma come servizio ai valori civili.
Il crack della Banca Privata Italiana: un labirinto di illeciti
Nel settembre 1974, il governatore della Banca d’Italia Guido Carli affidò a Giorgio Ambrosoli l’incarico di commissario liquidatore della Banca Privata Italiana (BPI). L’istituto, nato dalla fusione – in gran parte formale – tra la Banca Unione e la Banca Privata Finanziaria, si trovava sull’orlo di un abissale crack finanziario a causa della gestione spericolata e criminale del banchiere siciliano Michele Sindona. Ma quello che inizialmente appariva come un complesso dissesto bancario si rivelò presto essere lo snodo cruciale di una rete di potere ben più vasta, che intrecciava l’alta finanza internazionale, la massoneria deviata, settori deviati dei servizi segreti e le organizzazioni mafiose.
Il compito di Ambrosoli fu quello di districare una matassa impenetrabile: Sindona aveva utilizzato la sua holding, la Fasco AG, al centro di una fitta costellazione di società off-shore, come uno schermo societario per drenare liquidità, operare falsificazioni contabili sistematiche e coprire avventure finanziarie transnazionali, come il disastroso fallimento della Franklin National Bank negli Stati Uniti. Il banchiere aveva di fatto trasformato le banche milanesi in una sorta di “bancomat” privato, svuotando i depositi dei correntisti per alimentare speculazioni che servivano a sostenere la sua ascesa e a consolidare legami con esponenti della politica e del malaffare. Alla fine del suo lavoro, Ambrosoli si trovò di fronte a un buco spaventoso, 1300 miliardi di lire, che calcolando il cambio e la rivalutazione monetaria, ammonterebbero più o meno a 5 miliardi di euro di oggi.
Nella sua prima, storica relazione del 1975, Ambrosoli mise a nudo con chirurgica precisione il sistema illegale creato dal finanziere. Non si limitò a descrivere le perdite, ma ricostruì i flussi di denaro che collegavano la finanza milanese a quella siciliana e internazionale, denunciando le connivenze di pubblici ufficiali e il sistema di scatole cinesi utilizzato per occultare le proprie responsabilità. Quel documento rappresentò la prima vera spina nel fianco per Sindona e per tutta la rete di poteri occulti che su di lui contava, segnando l’inizio di una persecuzione che avrebbe perseguitato Ambrosoli fino al giorno del suo assassinio.
I responsabili del crack
Il crack della Banca Privata Italiana non fu solo il fallimento di un istituto di credito, ma una gigantesca operazione di drenaggio di ricchezza pubblica e privata a favore di un sistema criminale integrato.
Carlo Bordoni, fiduciario storico di Sindona, fu l’uomo che gestiva materialmente i flussi verso i conti esteri, soprattutto in Svizzera, intascando proventi illeciti legati alla distrazione dei fondi. Al suo fianco operavano figure come Massimo Spada, amministratore dello IOR (l’Istituto per le Opere di Religione), coinvolto nelle complesse manovre finanziarie che legavano il Vaticano alle operazioni di Sindona.
Oltretutto, la banca era diventata il centro di riciclaggio per i proventi del traffico di eroina e dei sequestri di persona. Oltre al boss di Cosa Nostra Stefano Bontate, che beneficiò del network per ripulire il denaro sporco del suo clan, un ruolo centrale fu giocato da Rosario Spatola, imprenditore edile legato alla mafia palermitana, le cui attività furono massicciamente finanziate attraverso il drenaggio di fondi operato da Sindona.
La sottrazione di risorse dal sistema messo in piedi da Sindona fu resa possibile da una classe politica che garantì coperture in cambio di finanziamenti occulti. Tra i nomi che emersero come beneficiari di questo rapporto simbiotico vi furono esponenti di spicco della Democrazia Cristiana. Figure come Vito Ciancimino, protagonista della speculazione edilizia a Palermo, utilizzarono i canali finanziari di Sindona per gestire il patrimonio illecito accumulato, mentre le connivenze ai vertici del Banco di Roma – come quella di Mario Barone – assicurarono che l’istituto non venisse commissariato finché il drenaggio non fu completo.
L’appartenenza di Sindona alla P2 (tessera 501) non fu solo formale. Il banchiere mise a disposizione i suoi capitali illeciti per finanziare i progetti eversivi di Licio Gelli. Molti imprenditori iscritti alla Loggia, come Umberto Ortolani, beneficiarono del sistema di “finanziamenti facili” che erano, di fatto, donazioni a fondo perduto prelevate dai risparmi dei cittadini italiani.
In questo schema, mentre Sindona e i suoi complici – dai vertici della finanza vaticana alla mafia palermitana – si spartivano la ricchezza liquida, il costo della bancarotta fu scaricato interamente sulla collettività e sui correntisti, che non solo persero i risparmi di una vita, ma videro lo Stato costretto a coprire i buchi neri di una gestione criminale. L’integrità di Giorgio Ambrosoli si scontrò proprio contro questo muro di interessi trasversali: non indagava solo contro un banchiere, ma contro un sistema di potere che aveva fatto del crack una fonte inesauribile di arricchimento illecito.
Le intimidazioni di Giacomo Vitale: le rivelazioni di Angelo Siino
Per anni, l’avvocato ricevette telefonate anonime intimidatorie da un interlocutore che Ambrosoli soprannominò convenzionalmente il “picciotto”, a causa del suo marcato accento siciliano. Il mistero su chi si celasse dietro quelle minacce di morte fu sciolto solo nel 1997, nel corso del processo al senatore Giulio Andreotti a Palermo. Fu grazie alle rivelazioni del collaboratore di giustizia Angelo Siino che venne identificato il colpevole: si trattava di Giacomo Vitale, massone e uomo d’onore, nonché cognato del boss mafioso Stefano Bontate. Siino confermò il ruolo di Vitale anche nei pedinamenti preparatori all’omicidio, rivelando la fitta trama criminale che circondava l’avvocato.
L’omicidio di Ambrosoli, ormai deciso, fu perfino annunciato dallo stesso Sindona durante un incontro a New York con Enrico Cuccia, patron di Mediobanca, che si guardò bene dall’infomare le autorità o il diretto interessato – un vero cuor di leone.
L’omicidio dell’11 luglio 1979
Il killer di Ambrosoli arrivò a Milano dagli Stati Uniti qualche giorno prima e prese una camera all’Hotel Splendido, nei pressi della stazione centrale. Il suo nome era William Joseph Aricò, ma si presentava con un passaporto falso a nome di Robert McGovern. La mattina dell’11 luglio Aricò noleggiò una Fiat 127 rossa e poi sostò per ore nei pressi dell’abitazione dell’avvocato. Quella sera Ambrosoli era uscito a cena con degli amici, poi erano tornati insieme alla sua abitazione in Via Morozzo della Rocca per assistere in TV alla finale del titolo europeo dei pesi massimi di pugilato – tra Lorenzo Zanon e Alfio Righetti. L’incontro durò 12 riprese e finì in parità, poi Ambrosoli uscì di casa insieme agli amici per accompagnare due di loro. Al suo ritorno venne fermato da Aricò: “Signor Ambrosoli?” “Sì”, rispose l’avvocato. “Mi scusi, signor Ambrosoli”, disse Aricò, prima di esplodere quattro colpi di Magnum .357 contro l’avvocato.
L’omicidio avvenne poche ore prima che l’avvocato potesse firmare una dichiarazione formale che avrebbe chiuso definitivamente il cerchio attorno alle responsabilità di Sindona. Dopo la sua morte, la liquidazione della BPI fu affidata a tre nuovi commissari (Vittorio Coda, Giovanni Rubboli e Adolfo Dolmetta) e sparì dai titoli dei giornali. Venne chiusa il 7 febbraio 1989 con risarcimenti simbolici e la certificazione dell’esborso per la collettività.
A meno di 48 ore dall’omicidio di Ambrosoli veniva ucciso per mano delle Brigate Rosse il tenente colonnello dei Carabinieri Antonio Varisco, comandante del Nucleo Traduzioni di piazzale Clodio a Roma, che era in confidenza con Carmine Pecorelli, direttore di Osservatore Politico, anch’egli ucciso il 20 marzo precedente. Pecorelli aveva pubblicato alcuni documenti sui finanziamenti di Sindona alla Democrazia Cristiana di Giulio Andreotti, nonché una lista di 496 esportatori di valuta, tutti clienti della Finabank, istituto di credito svizzero di Sindona. Il 21 luglio veniva poi ucciso il capo della squadra mobile di Palermo Boris Giuliano, che aveva collaborato con Ambrosoli.
L’inchiesta giudiziaria e la condanna dei mandanti
Aricò venne arrestato l’8 dicembre successivo mentre rapinava una gioielleria a New York. Tra gli effetti personali che gli furono sequestrati, c’era una mappa di Milano dov’era indicata a penna Via Maggiolini, la strada dove abitava Enrico Cuccia, forse la prossima vittima designata da Sindona. Il killer fu messo a tacere nel febbraio del 1984, quando “cadde” dal muro di cinta del carcere di Manhattan durante un’improbabile evansione.
Nel frattempo le indagini italiane, condotte dai giudici Gherardo Colombo e Giuliano Turone, portarono a scoprire non solo i legami tra Sindona e il suo killer, ma anche i fili che univano questi eventi al faccendiere Licio Gelli. Da lì la decisione di perquisire la villa di Gelli ad Arezzo, perquisizione che fece emergere le liste segrete della loggia Propaganda 2, la P2. 963 affiliati, metà dell’Italia che contava in quel momento – e che ancora conta.
Nel 1986, Michele Sindona e Robert Venetucci, un trafficante di eroina che aveva messo in contatto Sindona con Aricò, furono condannati all’ergastolo. Restarono invece nell’ombra i mandanti politici, come al solito.
La fine di Michele Sindona
La parabola giudiziaria del banchiere mafioso si concluse bruscamente poco dopo la sentenza di condanna all’ergastolo per l’omicidio di Ambrosoli. Il 22 marzo 1986, appena due giorni dopo la lettura del verdetto, Michele Sindona morì nel carcere di Voghera, avvelenato da un caffé al cianuro. Assurdamente, si propese per l’ipotesi del suicidio – ma questa è l’Italia. Sindona portò con sé definitivamente i segreti sui suoi complici e mandanti di alto livello, che continuarono a tramare ai danni degli italiani.
L’eredità di Giorgio Ambrosoli
Durante le sue indagini, Ambrosoli subì tentativi di corruzione e minacce esplicite. Nonostante fosse consapevole dei rischi, non cedette mai. Qualche tempo dopo la sua morte, la moglie Annalori trovò una lettera del marito, datata 25 febbraio 1975:
“Anna carissima, sono pronto per il deposito dello stato passivo della BPI, atto che non soddisferà molti e che mi è costato una bella fatica. Non ho timori per me, ma il fatto di dover trattare con gente di ogni colore e risma non tranquillizza affatto. E’ indubbio che in ogni caso pagherò a molto caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il Paese. Qualunque cosa succeda, comunque tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai farlo benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori in cui abbiamo creduto.”

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Ambrosoli Sentenza Assise Milano 25 03 1988 Rg 79-1986