Gaetano Costa (Caltanissetta, 1º marzo 1916 – Palermo, 6 agosto 1980) è stato un magistrato italiano assassinato dalla mafia. Alle 19.30 del 6 agosto 1980, mentre passeggiava da solo nei pressi della sua abitazione, fu avvicinato da uno o più killers – forse a bordo di una motocicletta, oppure su una A112 trovata bruciata poco lontano – che gli spararono sei colpi di pistola P38 alle spalle, come usa fare Cosa Nostra.
Costa aveva studiato giurisprudenza all’università di Palermo e aveva superato con successo il concorso in magistratura poi, con l’inizio della guerra, era stato arruolato nell’aviazione, dove aveva conseguito due croci di guerra. Successivamente era partito per la Val di Susa per unirsi ai partigiani che vi combattevano contro gli invasori tedeschi. Finita la guerra, Costa era stato immesso in servizio in magistratura presso il tribunale di Roma. Poi, su sua richiesta, trasferito a Caltanissetta, sua città natale, dove era rimasto dal 1944 al 1978.
Fu prima sostituto e poi procuratore. Sin dagli anni sessanta, come risulta dalla sua deposizione alla prima Commissione Antimafia, Costa comprese che Cosa Nostra si era trasformata, puntando al controllo delle pubbliche amministrazioni per pilotarne gli appalti e le assunzioni. Più volte chiese strumenti legislativi che gli consentissero di indagare sui patrimoni dei mafiosi per poterli colpire nell’unico loro punto debole, il denaro. Non fu mai accontentato.
Nel gennaio del 1978, Costa fu nominato Procuratore della Repubblica di Palermo, ma la reazione del “Palazzo” fu, in larga misura, negativa, vista la sua simpatia per il partito comunista.
A Palermo, Costa puntò subito i riflettori sull’imprenditore e boss mafioso Rosario Spatola, le cui ditte erano assegnatarie di appalti miliardari, incaricando il colonnello della Guardia di Finanza Marino Pascucci di svolgere accertamenti al riguardo. Durante le indagini, Costa incontrava in segreto il suo collega e amico Rocco Chinnici (anch’egli poi ucciso da Cosa Nostra) nell’ascensore bloccato tra un piano e l’altro della procura. I due condividevano così i risultati delle corrispettive indagini lontani da orecchie indiscrete.
Ma qualcuno nel palazzo riuscì comunque a sentire, o almeno a capire. Pascucci venne minacciato di morte, poi trasferito altrove, insieme ad altri collaboratori del magistrato. Secondo l’allora colonnello della GdF Elio Pizzuti, i trasferimenti furono richiesti da membri della loggia massonica P2.
Dopo l’uccisione del capitano dei Carabinieri Emanuele Basile il 4 maggio del 1980, vi era stata una retata che aveva portato in carcere 55 affiliati alle famiglie Spatola, inzerillo e Gambino, oltre ad alcuni costruttori a loro asserviti. Nessuno nel palazzo di giustizia di Palermo, con l’eccezzione di Vincenzo Geraci, aveva il coraggio di convalidare gli arresti, compreso Giusto Sciacchitano e Pietro Grasso (nel 2012 i due si ritroveranno ad essere numero uno e numero due della Direzione Nazionale Antimafia – ma questa è un’altra storia). Sciacchitano arrivò addirittura ad organizzare una riunione con gli altri sostituti senza informarne Costa. Ancora una volta, l’emarginazione del coraggioso di turno era il segnale che Cosa Nostra attendeva per colpire.
Dopo la morte di Costa, a seguito di un’interrogazione parlamentare presentata da Leonardo Sciascia e da altri deputati, il Consiglio Superiore della Magistratura aprì un’indagine interna sulle vicende interne al palazzo di giustizia di Palermo, ma questa fu immediatamente archiviata.
Ad oggi nessuno è stato condannato per l’omicidio di Gaetano Costa. La Corte di Assise di Catania, mentre assolveva il presunto esecutore materiale dell’omicidio, si lasciava scappare la seguente considerazione: “E’ aleggiata su alcuni episodi (e ciò dicasi per i continui avvicendamenti ai vertici della Guardia di Finanza di Palermo) l’ombra nefasta della P2 di Licio Gelli. […] ritiene la Corte di non essere assolutamente nelle condizioni di potere affermare che il primo (convalida degli arresti) costituisca il vero ed esclusivo movente dell’omicidio e di potere escludere che sussista altro movente alternativo o concorrente.”

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Gaetano Costa Secondo Grado