referio Corruzione,Cosa Nostra,Crimine Finanziario,Eversione,Fininvest e la Mafia - L'archiviazione di Firenze Memorie Corte, cortissime: perché l’archiviazione non cancella trent’anni di patti tra Fininvest e Cosa Nostra

Memorie Corte, Cortissime: Perché L’archiviazione Non Cancella Trent’anni Di Patti Tra Fininvest E Cosa Nostra

Omicidio di Stefano Bontate
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La grancassa della politica si è attivata a pochi minuti dal deposito della firma della GIP del Tribunale di Firenze, Patrizia Martucci. Da Giorgia Meloni ai figli di Silvio Berlusconi, fino ai vertici di Forza Italia, il coro è stato unanime: «L’archiviazione di Firenze dimostra l’assoluta inesistenza di rapporti tra Berlusconi e la criminalità organizzata. Una montagna di carta straccia».

Ma la giustizia è una cosa complessa, e la lettura politica dei decreti penali lo è ancora di più. Nel gioco della propaganda, un’archiviazione tecnica viene spacciata per un’assoluzione con formula piena capace di azzerare la storia. Il decreto firmato dalla GIP Martucci il 15 gennaio 2026 racconta però una verità diametralmente opposta.

L’archiviazione per le stragi del 1993-1994 non cancella affatto i legami mafiosi del duo Silvio Berlusconi-Marcello Dell’Utri. Al contrario, li circoscrive, li conferma nel loro assetto storico e spiega perché – tecnicamente – non sia possibile processarli per strage. Ma l’ombra del patto resta intatta.

Il “quadro indiziario significativo” che la politica finge di non vedere

Nel dispositivo del decreto, la GIP Martucci non usa mai formule che neghino i contatti. Parla esplicitamente di un «quadro indiziario significativo quanto alla posizione degli indagati». La Procura di Firenze ha scavato per anni (riaprendo il fascicolo per ben sei volte) per dimostrare se il centro di interessi economico-politico nato attorno a Forza Italia nel 1993 avesse “alimentato il convergente ed autonomo interesse criminale di cosa nostra” fino a spingere i corleonesi all’attacco stragista.

Gli elementi emersi fino all’ultimo – comprese le audizioni recentissime legate all’inchiesta milanese Equalize del 2024 e le informative del ROS sui pedinamenti a Berlusconi già nel 1992 – confermano che i canali di comunicazione c’erano.

Allora perché si è arrivati all’archiviazione? La risposta è nel codice di procedura penale:

«Non vi sono elementi che consentano di formulare una ragionevole previsione di esito sfavorevole per gli indagati, intesa come probabilità qualificata di condanna».

Tradotto dal linguaggio giuridico: a distanza di oltre trent’anni, manca la “pistola fumante”. Manca la prova penale, diretta e granitica, che Berlusconi o Dell’Utri abbiano esplicitamente ordinato o concordato le bombe di via dei Georgofili o di via Palestro per trarne un vantaggio politico. Nel diritto penale si condanna solo oltre ogni ragionevole dubbio. Le «mere possibilità», scrive la GIP, non bastano per un processo per strage ed eversione. Ma la mancanza di prove per la strage non equivale a un certificato di verginità.

La verità scolpita: la condanna definitiva del 2014

L’equivoco su cui gioca il centrodestra è confondere il reato di Strage (art. 422 c.p.) con quello di Concorso Esterno in Associazione Mafiosa (art. 416-bis).

Se le stragi di Firenze, Milano e Roma rimangono senza mandanti occulti accertati, la Cassazione ha già stabilito in via definitiva nel 2014 che Marcello Dell’Utri è stato il garante e il mediatore di un accordo di protezione tra Silvio Berlusconi e i vertici di Cosa Nostra (Stefano Bontate e Mimmo Teresi). Un patto siglato nel 1974 e alimentato da cospicui passaggi di denaro da Fininvest alle casse della mafia almeno fino al 1992.

Quella sentenza è passata in giudicato. È storia d’Italia. È la stessa sentenza che ricorda come ad Arcore, per anni, abbia vissuto il boss Vittorio Mangano (definito da Dell’Utri “un eroe a modo suo” per non aver mai parlato con i magistrati). L’archiviazione del 2026 non tocca minimamente questo pilastro giudiziario.

I 42 milioni di euro: il “debito di riconoscenza” sotto la lente

La dimostrazione che la partita non sia affatto chiusa sta nel nuovo filone d’indagine aperto alla fine del 2024 dalla stessa Procura di Firenze, che ha chiesto il rinvio a giudizio per Dell’Utri e la moglie per trasferimento fraudolento di valori e mancata comunicazione delle variazioni del reddito.

Sotto la lente dei magistrati ci sono gli oltre 42 milioni di euro che Berlusconi ha versato a Dell’Utri nel corso degli anni (a cui si aggiunge il legato testamentario di 30 milioni di euro del 2023). Per gli inquirenti, quella pioggia di denaro non è generosità tra amici, ma un vero e proprio “debito di riconoscenza”. Il prezzo pagato da Berlusconi per garantire il silenzio dell’ex senatore sui reali rapporti commerciali e personali intrattenuti dal fondatore di Fininvest con gli ambienti palermitani prima delle stragi.

La lezione di Firenze: la memoria corta di un Paese anestetizzato

I decreti di archiviazione non sono trattati di assoluzione storica. La GIP di Firenze ha semplicemente ammesso la resa dello Stato davanti all’impossibilità tecnica di dimostrare il legame causale tra i soldi di Arcore e il tritolo mafioso del 1993. Ma le stesse carte ribadiscono che quel legame economico e societario tra la galassia berlusconiana e i boss è esistito per vent’anni. Festeggiare l’archiviazione come la fine di un incubo giudiziario è legittimo per i legali degli indagati; spacciarla per la prova di un’inesistente vicinanza alla mafia è, semplicemente, una truffa culturale ai danni dei cittadini.

Ma ormai nell’opinione pubblica sembra essere passato il messaggio che chi grida più forte abbia ragione, a scapito di elementi di prova, testimonianze e del semplice raziocinio. Era già evidente a tutti nel 2001, quando Forza Italia sbancò la Sicilia conquistando un matematicamente perfetto 61 a 0 nei collegi uninominali: un cappotto elettorale storicamente inspiegabile senza l’appoggio, totale e incondizionato, dell’organizzazione criminale egemone sull’isola.

Vale la pena, allora, ricordare ai lettori che cos’è Cosa Nostra. Non parliamo di un gruppo di truffatori, ladri o semplici approfittatori. Si tratta di un’organizzazione parassitaria che disprezza la vita stessa; una struttura che, sin dai suoi albori, non si è mai tirata indietro davanti all’uccisione crudele e violenta di bambini, donne e uomini innocenti per soddisfare la propria sete di potere e denaro. È disonorevole, anticristiana, blasfema e ingiusta. Alimenta povertà, dolore, ignoranza e sottosviluppo.

Per dirla con le parole definitive di Peppino Impastato, la mafia è «una montagna di merda». E coloro che la appoggiano, la legittimano o si prestano a fare da ponte ai suoi interessi – pur senza aver partecipato direttamente alle sue violenze – hanno mani che grondano dello stesso sangue.

Stefano Bontate
Stefano Bontate

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