Coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria — con il lavoro incisivo dei magistrati Giuseppe Pignatone, Michele Prestipino, Alessandra Cerreti e Roberto Di Palma —, l’operazione All Inside ha preso ufficialmente forma all’alba del 29 aprile 2010. L’intervento congiunto dei Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria, del ROS e della Polizia di Stato ha portato all’esecuzione di decine di provvedimenti di fermo, mirati a disarticolare i vertici e le cellule operative della cosca Pesce, radicata a Rosarno ma con ramificazioni tentacolari in tutto il territorio nazionale.
L’intera indagine e la conseguente disarticolazione temporanea del clan traggono origine da un contesto di sangue e di profondo controllo militare del territorio: l’omicidio di Domenico Sabatino, figura organica al sodalizio criminale, assassinato l’8 ottobre 2006. Per fare luce su quel delitto e comprendere le dinamiche interne alla consorteria, gli investigatori hanno avviato un’intensa attività di monitoraggio sui principali esponenti della famiglia, molti dei quali già detenuti. Questo “ascolto” prolungato ha permesso agli inquirenti di penetrare nel tessuto mafioso, registrando in diretta le logiche, le spartizioni di potere e i progetti criminosi alla base dell’associazione mafiosa, dimostrando come la reazione dello Stato sia nata proprio dalla necessità di smantellare un sistema criminale impermeabile e violento.
Le accuse: associazione mafiosa, armi, estorsioni e messaggi cifrati in radio
Le accuse mosse contro gli indagati nell’ambito dell’operazione “All Inside” delineano un quadro criminale di assoluta gravità, che spazia dall’associazione di stampo mafioso alla detenzione e al porto illegale di armi, dal riciclaggio all’intestazione fittizia di beni, fino al controllo asfissiante delle attività economiche locali. Tra gli episodi più singolari emersi durante le indagini figura l’uso spregiudicato di Radio Olimpia, un’emittente privata sequestrata nel corso del blitz che la cosca utilizzava come canale di comunicazione cifrata. Attraverso la programmazione mirata di specifici brani musicali, i fiancheggiatori a piede libero trasmettevano messaggi in codice ai boss detenuti nei penitenziari, ricevendo in cambio risposte e direttive (un “sì” o un “no”) sulla gestione degli affari illeciti.
Le accuse non risparmiavano neppure il tessuto sociale e sportivo della città: la squadra di calcio della Rosarnese, militante nel campionato Interregionale, risultava sotto il diretto controllo della cosca, con il latitante Francesco Pesce investito della carica di presidente onorario, mentre il presidente ufficiale Domenico Varrà figurava tra le persone fermate nel corso del blitz. Il quadro accusatorio ha così restituito l’immagine di un clan capace di infiltrarsi in ogni settore della vita civile, economica e sportiva, piegando il territorio alle proprie logiche di potere.
La galassia criminale: i Pesce, i Bellocco e le famiglie alleate
Per comprendere la portata dell’operazione bisogna inquadrare la spessore criminale della famiglia Pesce. Storicamente guidata da “don Peppino Pesce” e successivamente ereditata da Antonino Pesce (detto “Testuni”, condannato all’ergastolo e detenuto ininterrottamente per oltre venticinque anni), la cosca ha visto emergere nuove leve come il figlio Francesco Pesce (classe 1978) e il capo strategico Marcello Pesce (detto “u ballerinu”). Insieme all’altra storica cosca dei Bellocco, i Pesce costituivano il baricentro criminale ed economico di Rosarno e dell’intera Piana di Gioia Tauro. Intorno a questi due poli gravitavano diverse “famiglie” satelliti, legate non solo da vincoli di parentela ma anche da cointeressenze affaristiche, come i clan Ascone e Sabatino.
Un ruolo cruciale nel delineare questo organigramma è stato giocato anche dall’interno della stessa famiglia grazie alle dichiarazioni di Giuseppina Pesce, figlia del boss Salvatore Pesce, la quale, decidendo di collaborare con la giustizia, ha offerto agli inquirenti una mappa dettagliata delle gerarchie, delle faide e delle attività illecite gestite dal clan.
I patrimoni accumulati: il maxisequestro e l’impero economico del clan
La potenza della cosca Pesce non poggiava unicamente sulla forza militare e sull’intimidazione, ma su un immenso impero economico costruito nel corso decenni attraverso il reinvestimento di capitali illeciti. In parallelo all’inchiesta principale, un filone investigativo patrimoniale denominato “All Clean” e condotto dalla Guardia di Finanza ha permesso di portare alla luce e sequestrare beni per centinaia di milioni di euro. Gli inquirenti hanno colpito al cuore la capacità finanziaria del clan, confiscando non solo società e attività commerciali come il supermercato “A&G discount”, ma estendendo i provvedimenti anche al mondo dello sport attraverso la confisca di squadre di calcio quali la Rosarnese, l’Interpiana e il Sapri Calcio. Questo imponente apparato economico dimostrava come la cosca fosse riuscita a infiltrarsi profondamente nell’economia legale, alterando la concorrenza e riciclando proventi illeciti su scala nazionale.
La conclusione del processo e l’esito delle condanne
L’iter giudiziario scaturito dall’operazione “All Inside” si è snodato attraverso lunghi anni di dibattimenti, suddivisi tra riti abbreviati e giudizi ordinari, segnati da sentenze storiche e numerosi ricorsi in Cassazione. Una pietra miliare fu posta il 22 settembre 2011 dal GUP di Reggio Calabria, Roberto Carrelli Palombi, che inflisse condanne pesantissime — tra cui venti anni di reclusione ciascuno a Marcello Pesce e a Francesco Pesce “Ciccio Testuni” (catturato nell’agosto del 2011 all’interno di un bunker sotterraneo dotato di ogni comfort a Rosarno) — e dispose un risarcimento record di 50 milioni di euro al Comune di Rosarno, oltre a 10 milioni di euro ciascuno per la Regione Calabria e il Ministero dell’Interno.
Nel corso degli anni, le pronuncie della Suprema Corte hanno rideterminato diverse posizioni processuali. Ad esempio, nel giugno del 2017 la Cassazione ha corretto il calcolo della pena per Francesco Pesce (classe 1978), riducendola a otto anni e dieci mesi di reclusione per effetto dello sconto del rito abbreviato e dell’assoluzione da alcuni reati fine. Ulteriori interventi si sono registrati nel novembre del 2022, quando la Cassazione ha annullato parzialmente alcune sentenze d’Appello per vizi motivazionali legati all’aggravante della recidiva, ordinando nuovi giudizi per imputati come Francesco D’Agostino, Giuseppe Filardo, Domenico Fortugno, Domenico Leotta e Rocco Rao, e sancendo la prescrizione per il reato di intestazione fittizia a carico di Giuseppe Mazzeo. Nonostante i vari ricorsi e le rimodulazioni delle pene, il procedimento ha definitivamente certificato la responsabilità penale dei vertici della cosca, infliggendo un colpo formidabile alla struttura di potere dei Pesce.

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Op All Inside Fermo Indiziati Delitto Reggio Calabria 28 04 2010 Rgnr 4302-2006