Il 24 dicembre del 2024 si è avuta notizia che un permesso premio di sei ore è stato concesso nei mesi scorsi all’ergastolano Domenico Pace, 58 anni, di Palma di Montechiaro, detenuto da 35 anni per aver fatto parte del commando della Stidda che uccise il giudice Rosario Livatino. Il Tribunale di sorveglianza di L’Aquila ha valutato che non ci siano più legami attuali con la criminalità organizzata e ha considerato positivamente la revisione critica del suo passato, pur in assenza di collaborazione con la giustizia. Questo giudizio ha permesso a Pace di partecipare a percorsi di giustizia riparativa e a convegni dedicati alla memoria di Livatino, nonostante Pace non abbia mai collaborato con la giustizia per fare luce sull’uccisione del giudice “ragazzino.”
Rosario Angelo Livatino: Vita e morte di un giudice martire
Rosario Angelo Livatino (Canicattì, 3 ottobre 1952 – Agrigento, 21 settembre 1990) è stato un magistrato italiano, assassinato dalla Stidda su una strada provinciale di Agrigento. Il delitto ebbe un testimone oculare, Piero Nava, le cui dichiarazioni permisero di individuare gli esecutori. La sua beatificazione, approvata da papa Francesco, è stata celebrata nel 2021.
Biografia
«Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili.» (Rosario Livatino)
Rosario Livatino era figlio di Vincenzo Livatino, impiegato dell’esattoria comunale, e di Rosalia Corbo. Dopo aver conseguito la maturità presso il liceo classico Ugo Foscolo e partecipato all’Azione Cattolica, si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza di Palermo, dove si laureò cum laude nel 1975.
Tra il 1977 e il 1978 prestò servizio come vicedirettore in prova presso l’Ufficio del Registro di Agrigento. Nel 1978 entrò in magistratura, classificandosi tra i primi al concorso, e fu assegnato al tribunale di Caltanissetta.
Le indagini come sostituto procuratore
Nel 1979 diventò sostituto procuratore presso il tribunale di Agrigento, carica che ricoprì fino al 1989, quando divenne giudice a latere. Durante questo periodo investigò sulla criminalità mafiosa, le tangenti e la corruzione. Tra i suoi casi più importanti vi fu un’indagine sulle cooperative giovanili di Porto Empedocle e un’inchiesta su un giro di fatture false per miliardi di lire, che coinvolse imprenditori come Giuseppe Calafato e Salvatore Riggio, collegati alla costruzione di opere pubbliche. Livatino portò avanti anche indagini contro Antonio Ferro, sospettato di essere un intermediario tra politica e mafia, e contro Carmelo e Giovanni Restivo, accusati di frodi fiscali.
Livatino utilizzò strumenti innovativi, come la confisca dei beni ai mafiosi, per contrastare la mafia. Fu uno dei primi magistrati a proporre un approccio sistematico alle indagini patrimoniali, che colpivano il cuore economico delle organizzazioni mafiose.
Il maxiprocesso di Agrigento
Negli anni ’80 contribuì alla prima grande indagine sulla mafia agrigentina, che portò al maxiprocesso “Ferro Antonio + 43”. Questo processo, tenuto nell’aula bunker di Villaseta, si concluse con quaranta condanne. Livatino interrogò anche politici locali, come l’allora consigliere comunale Pasquale Messina e l’ex assessore Salvatore Sciortino, sui loro rapporti con la mafia.
I motivi dell’omicidio
L’assassinio di Rosario Livatino fu deciso per fermare il suo lavoro incessante contro la criminalità organizzata. La Stidda, un’organizzazione mafiosa emergente, percepiva il magistrato come una minaccia diretta ai propri affari e alla propria sopravvivenza. La sua determinazione nell’applicare misure patrimoniali contro i clan mafiosi, unite alla sua imparzialità e al coraggio nel portare avanti indagini che coinvolgevano anche personaggi influenti, lo avevano reso un bersaglio inevitabile. Livatino rappresentava un ostacolo per la Stidda, decisa a riaffermare il proprio potere con un atto dimostrativo.
L’omicidio del giudice Livatino
Il 21 settembre 1990, Livatino fu assassinato mentre si recava in tribunale. I killer, membri della Stidda, lo speronarono sulla SS 640 e lo inseguirono attraverso i campi dopo che tentò una fuga a piedi. Ferito, fu raggiunto e ucciso a colpi di pistola. La dinamica del delitto fu brutale: Livatino, dopo essere stato ferito, cercò di proteggersi con un rosario che teneva sempre con sé, un gesto che rimase impresso nella memoria collettiva. Sul luogo del delitto fu trovata anche la sua agenda, in cui annotava con rigore i suoi appunti e riflessioni personali.
Il delitto fu un segnale inequivocabile del potere della criminalità organizzata in quel periodo e della sua spietatezza nel colpire chiunque minacciasse i suoi interessi. Le indagini successive portarono all’arresto dei responsabili grazie anche alla testimonianza coraggiosa di Piero Nava, un cittadino che assistette all’omicidio e decise di collaborare con le autorità, entrando poi in un programma di protezione testimoni.
Le reazioni all’assassinio
La morte di Livatino suscitò polemiche sull’abbandono dei magistrati impegnati nella lotta alla mafia. Otto mesi dopo, il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga pronunciò dichiarazioni vergognose: “Possiamo continuare con questo tabù, che poi significa che ogni ragazzino che ha vinto il concorso ritiene di dover esercitare l’azione penale a diritto e a rovescio, come gli pare e gli piace, senza rispondere a nessuno?” disse Cossiga. “Non è possibile che si creda che un ragazzino, solo perché ha fatto il concorso di diritto romano, sia in grado di condurre indagini complesse contro la mafia e il traffico di droga. Questa è un’autentica sciocchezza! A questo ragazzino io non gli affiderei nemmeno l’amministrazione di una casa terrena, come si dice in Sardegna, una casa a un piano con una sola finestra, che è anche la porta”.
Papa Giovanni Paolo II, nel 1993, lo proclamò “martire della giustizia e indirettamente della fede”, un titolo che preluse alla beatificazione avvenuta nel 2021.
L’eredità di Rosario Livatino
Livatino rimane un simbolo di integrità e dedizione al servizio pubblico. La sua vita e il suo martirio continuano a ispirare nuove generazioni di magistrati e cittadini nella lotta contro le ingiustizie e la criminalità organizzata.

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Omicidio Livatino Assise Caltanissetta 04 04 1998 Rgnr 27-1996