Il 2 novembre 2025 ricorre il cinquantenario dell’assassinio di Pier Paolo Pasolini (1922-1975). Poeta, scrittore, regista e lucidissimo osservatore, Pasolini fu l’ultimo vero intellettuale italiano a esprimere una critica radicale della società, dei suoi vizi e delle sue profonde mutazioni. La sua morte violenta segnò, simbolicamente, la fine di un’epoca in cui il valore dell’essere umano poteva ancora essere misurato dalla sua capacità, intelligenza, cultura e sensibilità, anziché dall’influenza e dal potere che questo esercita sugli altri.
Il mondo attuale, come Pasolini aveva amaramente pronosticato, è ormai amministrato da piccoli figuri smaniosi di lasciare una traccia negli annali della storia senza possederne alcun titolo. Nonostante il suo omicidio sia ancora avvolto nel mistero di depistaggi e trame occulte, non si può fare a meno di credere che i mandanti – chiunque fossero – abbiano agito non soltanto per cinica convenienza politica o economica, ma anche per profonda e insopportabile invidia.
Infatti, dopo decenni di menzogne, la memoria di Pier Paolo rimane viva e potente. La sua opera non è stata scalfita da decenni di fango come avrebbero voluto i suoi assassini. Lui è rimasto integro, mentre i suoi detrattori sono destinati all’oblio. E’ per questo che, in occasione della ricorrenza del 2 novembre, referio ha deciso di pubblicare gran parte del fascicolo riguardante l’omicidio di Pier Paolo Pasolini, che l’autore di questo articolo reputa essere uno dei più importanti italiani che la storia recente del nostro paese ci abbia consegnato.
Chi era Pasolini?
Pier Paolo Pasolini fu molto più di un poeta, scrittore e regista: fu un intellettuale totale e un profeta la cui opera e la cui morte sono indissolubilmente legate ai segreti più oscuri della Repubblica. La sua figura complessa, apertamente omosessuale e comunista, lo rese un bersaglio fin da subito, sia a destra che a sinistra. La sua arte, dai romanzi crudi come Ragazzi di vita e Una vita violenta ai film provocatori come Salò o le 120 giornate di Sodoma, fu sempre un atto di accusa contro il potere, l’ipocrisia borghese e l’omologazione della società dei consumi. Non solo. Negli ultimi anni della sua vita, con i suoi celebri “scritti corsari” sul Corriere della Sera, l’intellettuale svelava i complotti del potere che miravano ad assoggettare il popolo italiano al consumismo e al capitalismo, anticipando una vera e propria mutazione antropologica e un imbarbarimento del Paese che oggi si sono tristemente avverati.
L’Omicidio all’Idroscalo: Depistaggio e Silenzio Borghese
Pasolini fu brutalmente assassinato nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 all’Idroscalo di Ostia, all’epoca una baraccopoli popolata da sbandati e indigenti. Adescato, picchiato e poi schiacciato dalla sua stessa auto, il delitto venne rapidamente derubricato a una mera “lite tra froci”.
L’unico condannato fu il diciassettenne Pino Pelosi (“Pino la Rana”) che, fermato alla guida dell’auto della vittima sul lungomare di Ostia, raccontò di avere ucciso Pier Paolo per difendersi da un tentativo di violenza omosessuale. Ma il racconto di Pelosi risultò poco convincente sin dal principio, visto che il ragazzo era privo di tracce di sangue su corpo e vestiti, mentre il cadavere di Pasolini risultava essere stato orribilmente mutilato.
Inizialmente Pelosi non fu creduto e il Tribunale dei Minorenni sentenziò chiaramente che l’omicidio era avvenuto “in concorso con ignoti”. Poi, nei giudizi successivi gli ignoti scomparvero inspiegabilmente – e non furono più cercati. Tutto sommato, l’ipotesi della notte brava finita male fu accolta con sollievo e con un’adesione quasi totale da gran parte della classe dirigente e borghese, che preferì credere alla versione che dipingeva Pasolini come un pervertito che, per la sua sessualità, aveva fatto la fine che meritava. Per anni, l’establishment si rifiutò di fare piena chiarezza, perpetrando l’idea che la causa della sua morte fosse “morale” e non politica.
Questa versione però venne percepita come un goffo depistaggio dagli osservatori più accorti, come Oriana Fallaci. Pasolini era notoriamente nel mirino dei neofascisti (come testimoniato dalle numerose aggressioni subite in precedenza) e non solo, a causa delle sue denunce sui complotti del potere, del suo orientamento sessuale e della sua brillante analisi sociale.
La triste parabola di Giuseppe Pelosi (che anni dopo l’arresto ritrattò la confessione iniziale, dichiarando di essere stato minacciato e di avere assistito da spettatore al massacro compiuto da altri) fu la chiave per tornare a cercare la verità, ormai troppo lontana nel tempo. Nonostante i ritardi e le amnesie investigative, tutte le indagini e le analisi successive, in particolare quelle sul DNA, hanno provato che la “squadra della morte” era composta da più persone, confermando che i fatti non andarono come raccontò inizialmente “Pino la Rana”. L’omicidio fu un agguato di gruppo, probabilmente orchestrato per sembrare un crimine passionale, e la sessualità di Pasolini ne era solo l’esca.
Il Filo Nero del Petrolio: ENI, Mattei e De Mauro
Negli anni, molti si sono convinti che la verità sul movente più profondo di questo agguato risiedesse nel lavoro a cui Pasolini si stava dedicando negli ultimi anni della sua vita: l’indagine sull’ENI e la stesura del suo romanzo-inchiesta, Petrolio. L’opera era un romanzo a chiave – criptico e oltremodo grafico – che svelava tra le suo confuse righe un “unico disegno eversivo” del potere italiano. Questa scritto, benché incompiuto, lega Pasolini indissolubilmente a due personaggi chiave.
Enrico Mattei: Il Corsaro Scomodo
Enrico Mattei (1906-1962) fu un imprenditore e il potente presidente dell’ENI, divenuto una delle figure chiave del dopoguerra italiano. La sua ascesa fu rapida: da operaio divenne direttore, per poi essere nominato commissario liquidatore dell’Agip nel 1945. Invece di smantellare l’ente, come richiesto, lo trasformò nel pilastro dell’ENI (fondata nel 1953). Promosse un’audace politica di indipendenza energetica per l’Italia, stringendo accordi vantaggiosi con Paesi africani e mediorientali. Questa strategia si poneva in netta opposizione alle grandi compagnie petrolifere internazionali, note come le “Sette Sorelle”, e minacciava gli interessi strategici degli Stati Uniti. La politica di Mattei, che mirava a un ruolo autonomo per l’Italia, lo rese un pericolo per gli equilibri internazionali e ne provocò la condanna a morte.
Mattei morì il 27 ottobre 1962, quando il suo aereo precipitò a Bascapè (Pavia), mentre viaggiava da Catania a Milano. L’inchiesta iniziale archiviò la morte come un incidente, ma le indagini successive, in particolare quelle condotte dal PM Vincenzo Calia nei primi anni 2000, stabilirono che a bordo vi era stato collocato un congegno esplosivo, confermando che la sua eliminazione fu un omicidio mirato. L’ipotesi ventilata da diversi studiosi della materia è che Mattei fu tradito da figure interne alla stessa ENI. Tra i presunti complici figurano Eugenio Cefis (chiamato Troya in Petrolio di Pasolini), il suo successore all’ENI e uomo legato agli ambienti americani e alla P2, e Graziano Verzotto, funzionario ENI in Sicilia legato ad ambienti DC e alla mafia.
Mattei era nel mirino anche di gruppi internazionali, come l’OAS (Organisation de l’Armée Secrète), un’organizzazione paramilitare clandestina francese di estrema destra nazionalista che lottava contro l’indipendenza dell’Algeria. Mattei, infatti, si apprestava a firmare un contratto di sfruttamento del petrolio algerino con l’allora presidente Ahmed Ben Bella a condizioni paritarie per le due nazioni, un affronto che le “Sette Sorelle” e l’OAS non potevano permettere. Tragicamente, Ben Bella fu spodestato solo tre anni dopo la morte di Mattei da un colpo di stato (1965), che riportò l’Algeria ad allinearsi, seppur indirettamente, al volere delle potenze economiche globali. Il famoso contratto di collaborazione fu immediatamente cestinato dal successore di Mattei, Eugenio Cefis.
Mauro De Mauro: Il Giornalista Scomparso
Mauro De Mauro (1921-1970) fu un noto giornalista de L’Ora di Palermo. Ex fascista della X Mas di Junio Valerio Borghese, forse coinvolto direttamente nell’eccidio delle Fosse Ardeatine, aveva cominciato una nuova vita in Sicilia nel dopoguerra e si era convertito alla cronaca d’inchiesta con grande impegno, sagacia e sprezzo del pericolo.
Il 16 settembre 1970 De Mauro fu sequestrato da Cosa Nostra e fatto sparire, un mistero mai risolto. Nel momento della sua scomparsa, De Mauro lavorava per conto del regista Francesco Rosi, che gli aveva commissionato una meticolosa indagine sulle ultime 48 ore di vita di Mattei, propedeutica alla realizzazione del film Il caso Mattei (uscito poi nel 1972 senza il contributo di De Mauro).
Secondo le testimonianze di colleghi e famigliari, De Mauro scoprì e registrò su un nastro magnetico dettagli cruciali non solo sul viaggio di Mattei, ma anche sul coinvolgimento della mafia nell’organizzazione e nell’esecuzione dell’attentato a Bascapè. Il giornalista aveva probabilmente ricostruito i contatti tra i vertici dell’ENI, gli ambienti politici e la criminalità organizzata che portarono alla condanna di Mattei.
Una figura centrale in questo contesto era Vito Guarrasi, un noto mediatore e faccendiere siciliano, legato a politici di alto livello (DC), a Cosa Nostra e agli americani (tra i documenti allegati a questo articolo c’è anche un documento a sostegno di questa circostanza).
Secondo le rivelazioni di Tommaso Buscetta e Francesco Marino Mannoia, il sequestro e l’omicidio di De Mauro sarebbero stati eseguiti su ordine dei capi mafiosi, probabilmente dietro pressione di mandanti esterni, per evitare che il nastro registrato e le sue scoperte portassero alla luce l’intera rete di complicità che legava l’attentato di Mattei ai segreti inconfessabili dello Stato italiano. Come Pasolini anni dopo, De Mauro fu eliminato perché si era “avvicinato troppo” a una verità in grado di destabilizzare il sistema politico-economico italiano. La sua indagine e la sua morte sarebbero quindi direttamente collegate alla necessità del potere di insabbiare il complotto che riportò l’Italia sotto la ‘protezione’ statunitense dalla quale Mattei si voleva affrancare.
L’Amara Profezia di Pasolini
Pasolini era dunque nel mirino non solo per come viveva la sua vita e la sua arte, ma anche per la sua inchiesta. Con Petrolio e i suoi scritti corsari, aveva intuito e denunciato, in anticipo sulla Commissione Stragi, l’esistenza di un disegno eversivo unitario che governava il Paese dalla fine della guerra.
Il rifiuto dell’establishment di fare chiarezza sul suo omicidio, preferendo la versione che lo dipingeva come un pervertito che aveva fatto la fine che meritava, è un simbolo della cinica capacità dello Stato di delegittimare e silenziare chi mette a nudo le sue colpe – una pratica ormai diffusa e sdoganata al livello globale. La sua morte, come quella di Mattei e De Mauro, fu l’atto punitivo definitivo contro chi osava sfidare quel “filo nero” di corruzione, servizi segreti deviati e potere economico che legava la nostra società a doppio filo con i nostri nuovi padroni.
Oggi, il mondo descritto da Pasolini si è tragicamente materializzato: il trionfo del consumismo, l’omologazione culturale e la persistente opacità sui meccanismi che governano le nostre vite si sono irrimediabilmente cristallizzati. Pasolini non fu solo una vittima, ma un profeta che pagò con la vita la sua lucidità e il suo coraggio.
Il 14 novembre del 1974, Pasolini scrisse quello che chiamò il romanzo delle stragi:
“Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori dì golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia, infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969), e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci e della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il 1968, e, in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del referendum.
Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neofascisti, anzi neonazisti (per creare in concretò la tensione anticomunista) è infine ai criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista).
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi bruciavano), o a dei personaggi grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killers e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti questi fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che rimette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il “progetto di romanzo” sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il 1968 nonè poi così difficile…”.
Voglio inoltre riportare quanto scritto dall’avvocato Guido Calvi nel 1976, quando scelse di ritirarsi dalle parti civili nel processo per l’omicidio di Pasolini:
“…non bisogna necessariamente essere intellettuali e romanzieri per acquisire le stesse consapevolezze che armavano quel giorno la penna di Pasolini, dal momento che milioni di italiani “sanno” e manifestano ogni giorno nelle piazze, nelle fabbriche, nelle scuole, ovunque, un dissenso che è il frutto di questa consapevolezza. Allo stesso modo noi sappiamo chi sono, tra le quinte di questo apologo, i mandanti e gli esecutori “ideali” dell’assassinio di Pasolini, come lo sapeva quella folla di romani che lo ha salutato, con dolore e con rabbia, per l’ultima volta nella camera ardente a Campo de’ Fiori. Quella folla così eterogenea, così “romanesca” e “inattendibile” perché così popolare, sapeva e sa.
Ma come noi non ha le prove. Solo qualche indizio.”

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Vito Guarrasi Fotocopia Rapporto Nester 04 06 1972