“...eravamo io, lo Spatuzza, Giacalone Luigi e Lo Nigro Cosimo. Eravamo comunque…non avevamo né macchine rubate, né motociclette, niente di tutto questo, eravamo con le macchine…una era di disponibilità del Giacalone, un BMW, e una Renault 5 di proprietà del Cosimo Lo Nigro. Scese Spatuzza dalla macchina del Lo Nigro, perché Spatuzza era con Lo Nigro ed io ero con Giacalone. Il primo ad arrivare fu lo Spatuzza, ricordo che il padre si stava accingendo ad aprire il portone di casa, lo Spatuzza si ci affiancò, perché il padre aveva un borsello, gli mise la mano nel borsello e gli disse: padre, questa è una rapina…il padre neanche si era accorto di me…, fu una cosa questa qui che non posso dimenticare, perché ogni volta che penso a questo episodio mi viene in mente questa visione del padre che sorrise, non capii se fu un sorriso ironico o sorrise ….sorrise e gli disse allo Spatuzza “me l’aspettavo”. Allorchè io gli sparai un colpo alla nuca e il padre morì sul colpo senza neanche accorgersene di essere stato ucciso”
– Salvatore Grigoli
E’ il 15 settembre 1993, il giorno del 56mo compleanno di Don Pino Puglisi. Un solo colpo, di 7,65 silenziato alla nuca non lascia scampo al sacerdote. Ma non si tratta di una rapina. E’ un’esecuzione. Un’esecuzione vigliacca e disonorevole, alle spalle, in pieno stile mafioso, decisa dal boss di Brancaccio Giuseppe Graviano, organizzata da Antonino Mangano, Lo Nigro e Giacalone ed eseguita da Spatuzza e Grigoli.
Perché don Puglisi dava fastidio
Giuseppe ‘Pino’ Puglisi era un prete “scomodo”. Nato a Palermo nel quartiere di Brancaccio il 15 settembre del 1937 e ordinato sacerdote all’età di 22 anni, a Brancaccio Puglisi aveva costruito una rete educativa e sociale che cercava di offrire ai giovani un’alternativa alla strada e alla criminalità. Togliere manovalanza alla mafia equivaleva a minarne il potere. Era questo che dava fastidio a Giuseppe Graviano, il boss di Brancaccio: un sacerdote che, con mezzi pacifici, ma determinati, spezzava la catena del consenso mafioso. Era, in fondo, una rivoluzione silenziosa e concreta, che puntava dritto al cuore del sistema. Puglisi era stato minacciato di morte diverse volte, ma non ne aveva mai parlato con nessuno, e non aveva indietreggiato di un solo passo. E per questo, per la mafia, doveva morire.
La strategia stragista e il messaggio alla Chiesa
Ma al netto delle dichiarazioni del mafioso Salvatore Grigoli, l’omicidio di don Puglisi si inserisce in un contesto ben più ampio. Il 1993 è l’anno delle stragi sul continente: Roma, Firenze, Milano. È l’anno del fallito attentato allo Stadio Olimpico, dell’inizio della seconda fase della trattativa tra Stato e mafia, ed è anche l’anno in cui Giovanni Paolo II, ad Agrigento, pronuncia un durissimo anatema contro Cosa nostra. Quel “Convertitevi!” gridato pubblicamente da Wojtyla rappresenta uno smarcamento forte da parte della Chiesa nei confronti della criminalità organizzata. La mafia, che in passato aveva trovato nella Chiesa silenzi, connivenze o ambiguità, si sente tradita e reagisce.
Chiesa e mafia: una relazione storicamente ambigua
Per comprendere la portata di quel gesto, bisogna fare un passo indietro. Per decenni, i rapporti tra la Chiesa – o almeno alcuni suoi apparati – e ambienti criminali si sono intrecciati. Basti pensare allo IOR, alla gestione del cardinale Paul Marcinkus, agli scandali del Banco Ambrosiano, alla loggia P2, al ruolo di figure come Licio Gelli e Michele Sindona. Tutti nodi di un sistema che, in piena Guerra Fredda, riciclava denaro sporco per finanziare iniziative anticomuniste in America Latina e in Europa dell’Est, incluso il sindacato polacco Solidarnosc. Un sistema che ha goduto a lungo di protezioni e che aveva bisogno del silenzio. Quando Wojtila rompe quel silenzio, la mafia reagisce.
La mafia sfida il Vaticano
Le bombe alle basiliche romane, a Firenze, a Milano, poi l’omicidio di un prete di frontiera e sei mesi dopo, quello di Don Giuseppe Diana per mano della Camorra: non sono solo atti di violenza mafiosa. Sono atti di “politica mafiosa”, messaggi chiari a chi si stava mettendo di traverso. In questo caso, alla Chiesa e al Papa. Francesco Marino Mannoia, collaboratore di giustizia, lo dirà con chiarezza già nel 1993: “La Chiesa era intoccabile. Ora si attacca anche la Chiesa perché si esprime contro la mafia”. Totò Riina, intercettato in carcere anni dopo, lo confermerà: non perdonava al Papa le parole di Agrigento.
La strategia occulta e le convergenze esterne
Gli atti stragisti del ’93 non servivano solo a intimidire lo Stato o la Chiesa. Alcuni documenti della Dia dell’epoca ipotizzano che l’obiettivo fosse ben più ampio: ristrutturare i rapporti di potere nel Paese, trovare nuovi referenti politici. Secondo alcune ricostruzioni giudiziarie, i fratelli Graviano – protagonisti della stagione delle bombe – erano anche al centro di una nuova alleanza politica, che troverà sbocco nel 1994 con la nascita di Forza Italia. Spatuzza racconterà anni dopo che gli fu detto: “Ci siamo messi il Paese nelle mani”. In quei giorni, un fallito attentato all’Olimpico e poi l’arresto dei Graviano sembrano chiudere una stagione. Ma non le sue ombre.
Il nodo dei mandanti esterni
Nel 2020, durante un processo, Giuseppe Graviano afferma di aver avuto rapporti economici con Silvio Berlusconi, sostenendo persino di averlo incontrato personalmente durante la latitanza. Verità? Menzogna? La magistratura indaga ancora su quello che viene chiamato il “buco nero” delle stragi, cioè i mandanti esterni. L’omicidio di don Puglisi potrebbe dunque inserirsi in questo disegno più ampio, come un messaggio trasversale, una vendetta, una forma di pressione su chi – come Giovanni Paolo II – stava rompendo equilibri consolidati.
Un martire della giustizia e della fede
Padre Puglisi è oggi Beato della Chiesa cattolica. È il simbolo di un’altra Sicilia, di un’altra Italia: quella che non scende a patti con la mafia. Ucciso nel giorno del suo compleanno, mentre rientrava a casa, è diventato una figura di riferimento per chi lotta con coraggio e senza armi contro le ingiustizie. A distanza di oltre trent’anni, il suo sacrificio interroga ancora. Non solo per la brutalità dell’omicidio, ma per tutto ciò che esso nasconde e rivela: un intreccio oscuro di interessi, ricatti e silenzi.
Le parole che ancora fanno paura
Giovanni Paolo II aveva rotto un tabù. Papa Francesco, anni dopo, lo ribadirà con altrettanta fermezza: “I mafiosi sono scomunicati, non sono in comunione con Dio”. Ma non basta una frase per cambiare il corso della storia. Servono gesti concreti, scelte di campo. Come quelle di don Puglisi, di don Peppe Diana e di tanti sacerdoti, operatori e missionari che ancora oggi scelgono di non tacere. Non è solo una questione di fede. È una questione di giustizia.

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Omicidio Pino Puglisi Sentenza Appello Palermo 13 02 2001 Rgnr 724-1994