Le stragi di Capaci e di via D’Amelio rappresentano due cicatrici indelebili nella storia repubblicana italiana. A distanza di oltre tre decenni, la verità completa ancora non è emersa, ma è intuibile, come già lo era allora: i due magistrati sono stati uccisi dal connubio Stato-Mafia-Massoneria-Imprenditoria che, pur di proteggere i propri sporchi interessi e mantenere inalterato lo status quo, non ha esitato a tradire e sacrificare chi per l’Italia aveva dato tutto, condannando la penisola a ulteriori decenni di soprusi, ruberie e malaffare che hanno generato la desolazione socio-economico-culturale che si staglia tristemente davanti ai nostri occhi oggi.
Chi ha ucciso i due giudici è quindi colpevole di un attacco contro tutti gli italiani, ed è per questo che la verità intorno ai loro omicidi fa tanta paura. Soprattutto perché su quelle morti c’è chi ha costruito fortune che ancora oggi tengono al giogo il popolo italiano intero.
L’attacco al cuore dello Stato
Capaci (23 maggio 1992): Alle ore 17:58, sull’autostrada A29, all’altezza dello svincolo per Capaci, una carica di 500 chilogrammi di tritolo esplode al passaggio di una colonna di tre auto blindate. Nell’attentato perdono la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Falcone, l’uomo che aveva istruito il “Maxiprocesso”, veniva eliminato da quelle “menti sopraffine” che definire Mafia è a dir poco riduttivo.
Via D’Amelio (19 luglio 1992): Cinquantasette giorni dopo, un’autobomba parcheggiata in via Mariano D’Amelio a Palermo dilania il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Cosina e Claudio Traina. Borsellino si era recato a casa della madre; il tempo di scendere dall’auto e l’esplosione segnò la fine di quello che, insieme a Falcone, era il nemico numero uno del malaffare politico-mafioso in Italia.
Il dossier “Mafia e Appalti”
Oggi assistiamo a un goffo tentativo di riscrivere la storia di quelle morti da parte della Procura di Caltanissetta. Un tentativo che si incentra sulla riesumazione di un filone di indagine già percorso e vagliato all’epoca: quello del dossier “Mafia e Appalti”.
Per anni considerato un filone secondario, la pista del dossier – caldamente suggerita dal generale Mario Mori, lo stesso che si dimenticò di perquisire il covo di Salvatore Riina dopo il suo arresto – è oggi al centro di una nuova attenzione della Procura di Caltanissetta. Quest’ultima fa di tutto per qualificarlo come unico motivo per l’uccisione dei giudici, in un puerile tentativo di semplificazione la cui genesi può essere razionalmente riconducibile solo a una clamorosa svista o, peggio, a un vergognoso scambio di favori.
Fortunatamente, il GIP della Procura di Caltanissetta, Graziella Luparelli, ha più volte respinto al mittente i tentativi di archiviazione del procedimento da parte della Procura, chiedendo ulteriori indagini sulla componente più oscura di quelle trame: quella che mette insieme interessi politici, economici e i “lacché” neri e mafiosi di chi quegli interessi portava avanti.
Il nodo del depistaggio e i processi in corso
Non è la prima volta che si tenta di imbrogliare le carte. Infatti la ricerca della verità è stata ostacolata per decenni da alcuni dei più gravi depistaggi giudiziari della storia italiana.
Il depistaggio di via D’Amelio: Il falso pentito Vincenzo Scarantino, imbeccato da esponenti infedeli delle forze dell’ordine, ha deviato le indagini per anni. Oggi, la giustizia sta cercando di individuare le responsabilità individuali di chi orchestrò quella menzogna.
Nuove incriminazioni: Nel novembre 2024, il GUP di Caltanissetta ha rinviato a giudizio quattro poliziotti, ex membri del gruppo “Falcone-Borsellino”, con l’accusa di depistaggio per aver reso false dichiarazioni.
Le figure di vertice: Sebbene i boss di Cosa Nostra siano stati condannati in via definitiva, restano aperte le domande sui cosiddetti “mandanti occulti”. Le inchieste su figure esterne a Cosa Nostra (politici, apparati deviati dello Stato, esponenti di organizzazioni criminali non siciliane) sono state numerose, ma molte si sono concluse con archiviazioni o prescrizioni, lasciando un senso di incompiutezza in gran parte dell’opinione pubblica.
Una ferita che resta aperta
Nel 2026, la memoria delle stragi non è solo un atto commemorativo, ma un cantiere aperto. Il fatto che ancora oggi, a 34 anni di distanza, vengano alla luce prove documentali dimenticate o si aprano nuovi procedimenti per depistaggio, testimonia come il “sistema” che ha permesso le stragi sia stato complesso e stratificato.
La verità su quelle stragi non è solo una ricostruzione storica, ma un atto di giustizia dovuto alle vittime e al Paese, affinché non restino zone d’ombra su come la mafia sia riuscita, con complici interni ed esterni, a colpire la giustizia nel suo momento di massima espressione, riportandoci tutti indietro di trent’anni.

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Stragi Nota Scarpinato 13 01 2022 Procuratore Nazionale Antimafia
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