referio La Stidda L’ascesa della Stidda e il processo Akragas

L’ascesa Della Stidda E Il Processo Akragas

(I PDF degli atti processuali collegati si trovano alla fine dell'articolo)

L’ascesa della Stidda e il processo Akragas post thumbnail image

Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, la provincia di Agrigento fu teatro di una guerra senza quartiere tra due potenti organizzazioni mafiose: Cosa Nostra e la nascente cosca della Stidda. Questo conflitto segnò una delle fasi più cruente della storia mafiosa siciliana, con due poteri criminali in lotta per il controllo del territorio e degli affari illeciti. Cosa Nostra, allora in fase di trasformazione grazie all’ascesa dei corleonesi, cercava di mantenere la propria supremazia, mentre la Stidda, un’alleanza di gruppi mafiosi, tentava di infiltrarsi per spodestare i suoi rivali e ritagliarsi uno spazio nel gotha della criminalità organizzata.

Le origini della Stidda: il confronto con Cosa Nostra

La nascita della Stidda risale alla fine degli anni ’80, quando a Riesi (CL) esplose una feroce contrapposizione tra la “famiglia” Cammarata, legata al boss Giuseppe “Piddu” Madonia (uno degli uomini di punta dei corleonesi di Totò Riina), e un altro gruppo di mafiosi, i Riggio-Annaloro-Stuppia. Quest’ultimo si era rifiutato di cedere il controllo di un impianto di calcestruzzo e, per questo, venne espulso dalla propria famiglia di appartenenza. Inoltre, erano legati al boss Giuseppe Di Cristina, ucciso dai corleonesi nel 1978. Per fronteggiare i rivali, i Riggio-Annaloro-Stuppia formarono un’alleanza con bande locali di microcriminalità e malavitosi, estendendo la loro influenza in tutta la Sicilia centro-meridionale. Questo movimento divenne il nucleo della Stidda, una “confederazione” di mafiosi che, pur non distaccandosi completamente da Cosa Nostra, lottava per dominare gli affari criminali della regione.

L’espansione della Stidda: violenze e alleanze criminali

Nel corso degli anni ’80, la Stidda si diffuse in numerosi comuni siciliani, come Gela, dove scoppio una faida sanguinosa tra la banda stiddara, capeggiata da ex pastori come Salvatore Lauretta e Orazio Coccomini, e i clan Rinzivillo e Emmanuello, alleati con Madonia. La guerra per il controllo dei sub-appalti della diga Disueri portò a una serie di omicidi, tra cui quelli di Lauretta e Coccomini nel 1987. La faida, che culminò nella strage della sala giochi di Gela nel 1990, si concluse solo con un accordo tra i clan rivali, che decisero di collaborare nei racket e nella gestione delle estorsioni.

Nel frattempo, la Stidda si estese anche in altre zone della Sicilia, come Riesi, Niscemi e Mazzarino, dove i clan stiddari iniziarono a sfidare Cosa Nostra, dando vita a numerosi omicidi e violenze. L’omicidio di Angelo Stuppia, ucciso a Genova su ordine di Madonia, scatenò la “strage di Riesi” nel 1990, mentre i conflitti si intensificarono anche nella provincia di Agrigento, con l’epica guerra tra le bande stiddare e Cosa Nostra.

La Stidda contro il sistema giudiziario: il caso Livatino

Nel 1990, la Stidda colpì un bersaglio di alto profilo: il giudice Rosario Livatino, assassinato da un gruppo di giovani stiddari. Livatino, noto per il suo impegno nella lotta contro la mafia, era considerato un nemico dai clan, e la sua morte divenne un simbolo della violenza della Stidda nei confronti di chi cercava di fermare i loro affari illeciti. L’omicidio del giudice fu solo uno dei tanti atti di violenza che segnarono la faida, con omicidi anche in altre province, come quella di Ragusa, dove nel 1999 si verificò la “strage di San Basilio”, che vide l’uccisione di tre membri del clan stiddaro dei Carbonaro-Dominante.

La faida interna a Cosa Nostra

Nel periodo successivo alla fine degli anni ’70, Cosa Nostra siciliana subì una pesante penetrazione dei “corleonesi”, che, sotto la guida di Salvatore Riina e Giovanni Brusca, consolidarono il loro potere, imponendo una serie di cambiamenti che sfociarono in sanguinose faide interne. La rivalità tra i corleonesi e le altre fazioni storiche della mafia siciliana, come quella dei Messina e degli Albanese, accelerò una serie di omicidi mirati, finalizzati all’eliminazione delle vecchie guardie e alla consolidazione del potere sotto la leadership corleonese.

Il controllo provinciale passò nelle mani di Carmelo Colletti, un personaggio legato ai corleonesi, che divenne il nuovo capo di Cosa Nostra nella zona. Tuttavia, la sua ascesa non fu priva di conflitti, e ben presto Colletti si trovò ad affrontare l’ostilità di altri esponenti locali che non si allineavano ai nuovi vertici di Cosa Nostra. Questo portò alla sua eliminazione nel 1983, seguita dalla vendetta feroce di Riina, che ordinò l’assassinio di chiunque avesse partecipato alla sua morte.

La Stidda e la strage di Porto Empedocle

L’ascesa dei corleonesi aveva modificato gli equilibri nel territorio agrigentino, come nel resto della Sicilia, indebolendo le famiglie mafiose tradizionali. In questo scenario, la Stidda emerse come un rivale da abbattere e dichiarò guerra ai corleonesi. Uno degli episodi più cruenti di questo scontro fu la strage di Porto Empedocle del 21 settembre 1986, in cui furono uccise sei persone, tra cui Luigi Grassonelli, uno dei capi degli “Stiddari”. L’attacco dei corleonesi mirava a distruggere la leadership della famiglia Grassonelli, che cercava di affermarsi come rivale di Cosa Nostra. Era una risposta senza tentennamenti alla crescente sfida della Stidda, che ormai da anni tentava di consolidarsi attraverso alleanze con altre famiglie mafiose della provincia.

La risposta degli Stiddari

Dopo la strage di Porto Empedocle, gli stiddari reagirono, alleandosi con altre famiglie emergenti, come quella degli “Iannì-Cavallo” di Gela. Queste alleanze avevano come obiettivo il contrasto alla crescente potenza di Cosa Nostra nella provincia di Agrigento, scatenando una serie di omicidi e agguati tra il 1990 e il 1994. La guerra tra le due fazioni fu caratterizzata da attacchi, vendette, sequestri e omicidi mirati, tutti volti a destabilizzare l’organizzazione rivale e a ottenere il predominio sul territorio.

Il ruolo delle forze dell’ordine e il processo giudiziario

Nonostante la violenza incessante, la Stidda non riuscì a sopraffare completamente Cosa Nostra. La risposta dello Stato e delle forze dell’ordine, supportata dalla collaborazione di alcuni pentiti, portò a una serie di operazioni che permisero di smantellare le cellule più pericolose delle due organizzazioni. Le indagini e le intercettazioni hanno permesso di identificare i responsabili di numerosi omicidi e attacchi, tra cui quelli contro membri delle forze dell’ordine e pentiti di mafia.

L’importanza della collaborazione dei pentiti e l’operazione Akragas

Il processo contro i membri di Cosa Nostra e della Stidda si sviluppò grazie alle dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, tra cui Alfonso Falzone, le cui testimonianze risultarono cruciali per rafforzare le indagini. Le sue rivelazioni, che illuminarono numerosi omicidi, furono fondamentali per il successo dell’operazione “Akragas”, che nel 1999 portò all’arresto di 26 “uomini d’onore”, tra cui il boss Giuseppe Fanara. L’operazione rappresentò uno degli interventi più significativi dello Stato nella lotta alla mafia in provincia di Agrigento.

La fine della Stidda e il consolidamento di Cosa Nostra

Nel corso degli anni ’90, la Stidda, pur avendo inizialmente messo in difficoltà Cosa Nostra, venne progressivamente smantellata dalle forze dell’ordine, grazie anche alla collaborazione dei pentiti. L’emergere di alleanze interne a Cosa Nostra, i colpi inferti alle famiglie rivali e l’incessante lotta per il potere finirono per rafforzare l’organizzazione mafiosa agrigentina, che consolidò il suo controllo sul territorio.

Tuttavia, l’eco di quella guerra, con la sua scia di sangue, rimane una delle pagine più tragiche della storia mafiosa siciliana.

Giuseppe 'Piddu' Madonia
Giuseppe ‘Piddu’ Madonia

Vuoi discuterne con altri?
Partecipa alla discussione sul FORUM