Il 13 giugno 1983, a Palermo, la mafia colpiva ancora una volta lo Stato con l’ennesima violenza. In quella che passerà alla storia come la strage di via Scobar, un commando mafioso uccise tre giovani carabinieri: il capitano Mario D’Aleo, l’appuntato Giuseppe Bommarito e il carabiniere Pietro Morici. L’agguato, avvenuto in una zona ad altissima densità mafiosa, era un’arrogante sfida frontale all’Arma, un atto di forza per colpire al cuore le indagini sulla criminalità organizzata.
Le tre vittime sono state insignite della Medaglia d’oro al valore civile per il loro impegno.
Le vittime e il loro lavoro investigativo
Le tre vittime, sebbene giovani, rappresentavano un ostacolo concreto per Cosa Nostra.
Mario D’Aleo: giovane capitano, era il successore di Emanuele Basile, carabiniere assassinato dalla mafia nel 1980. Fin dal suo insediamento a Monreale, aveva proseguito con zelo l’attività investigativa del suo predecessore.
Giuseppe Bommarito: appuntato di 38 anni, era la “memoria storica” della compagnia di Monreale. Aveva lavorato fianco a fianco con Basile e aveva poi fornito a D’Aleo informazioni cruciali per far progredire le indagini.
Pietro Morici: giovane carabiniere, ricopriva il ruolo di autista del capitano D’Aleo.
L’agguato non fu un’azione casuale, ma il risultato di una consapevolezza precisa da parte della mafia: eliminare chiunque avesse la capacità e la volontà di investigare a fondo sulle loro attività, e soprattutto, chi potesse tramandare la conoscenza delle indagini da un ufficiale all’altro. Insomma, si trattava di una strage volta a cancellare la memoria storica degli investigatori.
Il contesto mafioso e le ragioni dell’agguato
Secondo la sentenza della Corte d’Assise di Palermo del 16 novembre 2001, l’omicidio fu pianificato per eliminare il nucleo investigativo della Compagnia dei Carabinieri di Monreale. Il capitano D’Aleo e l’appuntato Bommarito stavano concentrando le loro indagini sulla potente cosca di San Giuseppe Jato, comandata da Bernardo Brusca, e sul suo referente a Monreale, Salvatore Damiani.
L’attività investigativa era volta a colpire gli interessi economici di questi esponenti mafiosi e a catturare i latitanti che si nascondevano nella zona, tra cui lo stesso Bernardo Brusca e, come rivelato dalla sentenza, anche Salvatore Riina. La determinazione di D’Aleo e Bommarito mise in pericolo la latitanza di questi boss, un affronto al prestigio di Cosa Nostra in un territorio che era diventato uno dei suoi più importanti centri di potere.
Il processo “Tempesta” e le condanne
Per anni, la strage di via Scobar è rimasta nell’ombra, quasi dimenticata. Solo nel 1997 ebbe inizio il processo “Tempesta”, che cercò di fare luce su quanto accaduto. Dopo un lungo iter giudiziario, la sentenza definitiva arrivò nel 2007.
Il processo stabilì le responsabilità sia per i mandanti che per gli esecutori materiali dell’omicidio. Vennero condannati all’ergastolo, come mandanti, i vertici della Cupola di Cosa Nostra: Salvatore Riina, Michele Greco, Pippo Calò e altri nomi di spicco. Furono condannati anche gli esecutori, tra cui Michelangelo La Barbera e Salvatore Biondino.
La verità incompleta
Ma nonostante le condanne, la verità emersa dal processo risulta ancora incompleta. Francesca Bommarito, sorella di Giuseppe, una delle vittima, ritiene che il processo non abbia fatto piena luce sui “colletti bianchi” e sui legami tra la mafia e le istituzioni su cui indagavano i tre carabinieri. In particolare, il ruolo di Salvatore Damiani, personaggio su cui si erano concentrate le indagini di D’Aleo e Bommarito, non fu mai pienamente chiarito.

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Tempesta Sentenza Palermo 16 11 2001 Rgc 18-1996