Avvenuta il 31 maggio 1972 nella piccola località friulana di Peteano, frazione di Sagrado (Gorizia), questa azione terroristica di matrice neofascista provocò la morte di tre carabinieri — il brigadiere Antonio Ferraro, i carabinieri Donato Poveromo e Franco Dongiovanni — e il grave ferimento di altri due militari, il tenente Angelo Tagliari e il brigadiere Giuseppe Zazzaro.
I fatti della notte del 31 maggio 1972
Alle 22:35, una telefonata anonima segnalò la presenza di un’auto sospetta, una Fiat 500 bianca con due buchi sul parabrezza, in una strada isolata tra Poggio Terza Armata e Savogna. Il messaggio, pronunciato in dialetto, indusse i carabinieri a intervenire. Sul luogo si recarono tre pattuglie: la prima giunta sul posto confermò la presenza dell’automobile, seguita da una seconda squadra con altri tre militari. Quando i carabinieri cercarono di aprire il cofano del veicolo, l’esplosione dell’autobomba provocò il massacro.
Le responsabilità e i depistaggi
Le indagini iniziali furono dirette dal colonnello Dino Mingarelli, il quale si concentrò su presunti responsabili legati alla sinistra extraparlamentare, ignorando le segnalazioni che indicavano una matrice neofascista. Solo anni dopo, grazie all’opera del giudice Felice Casson, fu rivelata la vera natura dell’attentato.
Gli autori materiali della strage furono Vincenzo Vinciguerra, Carlo Cicuttini e Ivano Boccaccio, militanti del gruppo neofascista Ordine Nuovo. Vinciguerra confessò il crimine nel 1984, permettendo di svelare il coinvolgimento di esponenti delle istituzioni in tentativi di depistaggio. Tra questi, il segretario del Movimento Sociale Italiano (MSI) Giorgio Almirante fu accusato di aver finanziato la latitanza di Cicuttini e di aver favorito la sua fuga in Spagna.
Le indagini furono sistematicamente ostacolate da depistaggi orchestrati da ufficiali delle forze armate e del SID (Servizio Informazioni Difesa), che cercarono di indirizzare le responsabilità verso ambienti di sinistra. Gli ufficiali Dino Mingarelli, Antonio Chirico e Giuseppe Napoli furono condannati per aver deviato il corso della giustizia, così come altri esponenti legati ai servizi segreti italiani e al SISMI.
Il contesto storico-politico
La strage si inserisce nel clima di tensione degli anni Settanta, periodo segnato dalla cosiddetta “strategia della tensione”. In quegli anni, l’Italia fu teatro di una serie di attentati attribuiti a gruppi neofascisti e di tentativi di colpo di Stato, volti a destabilizzare il Paese e rafforzare un ordine autoritario. Questo disegno si accompagnava a un’accesa contrapposizione tra destra e sinistra, aggravata dalle azioni armate di gruppi extraparlamentari e dalla repressione delle proteste operaie e studentesche.
I processi e le condanne
Vinciguerra e Cicuttini furono condannati all’ergastolo; Boccaccio, invece, morì nell’ottobre del 1972 durante un fallito dirottamento aereo. Altri complici locali ricevettero pene detentive minori, mentre ufficiali delle forze armate e consulenti tecnici furono giudicati per depistaggio, peculato e falsa testimonianza.
L’inchiesta mise in luce anche il ruolo dei depositi di armi clandestini di Gladio, organizzazione segreta legata alla NATO. L’esplosivo utilizzato nell’attentato risultò compatibile con materiali provenienti da uno di questi depositi situato ad Aurisina.
Un lascito di dolore e riflessione
La strage di Peteano rimane una ferita aperta nella memoria collettiva italiana. È un caso emblematico delle connessioni tra terrorismo, poteri occulti e settori deviati delle istituzioni. L’episodio, oltre a essere un tragico tributo di vite umane, ha rappresentato un momento di svolta nelle indagini sul terrorismo neofascista, contribuendo a fare luce sulla strategia della tensione e sui suoi effetti devastanti sulla democrazia italiana.

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Strage Peteano Sentenza Venezia 11 11 1986 N 316-1980A Gi