23 dicembre 1984. L’Italia si prepara a festeggiare il Natale. Le stazioni ferroviarie sono affollate di famiglie, studenti e lavoratori che ritornano a casa per le festività. Sul Rapido 904, partito dalla stazione di Napoli e diretto a Milano, l’atmosfera è quella tipica della vigilia: carrozze piene, bagagli accatastati nei corridoi, lo scorrere monotono del treno sui binari.
Nessuno a bordo può immaginare che quel convoglio stia per trasformarsi nel teatro di una delle pagine più buie della storia della Repubblica, una strage che passerà alla storia come la “Strage di Natale”. Un evento tragico che, a più di quarant’anni di distanza, continua a produrre colpi di scena giudiziari e a sollevare ombre inquietanti sui rapporti sotterranei tra Stato, criminalità e pezzi deviati delle istituzioni.
L’Attentato: 19:08, il buio e il terrore
Il Rapido 904 sta percorrendo la linea Direttissima in direzione nord. Ha da poco superato la stazione di Firenze Santa Maria Novella, dove gli attentatori – approfittando della sosta – hanno posizionato l’ordigno su una griglia portabagagli nel corridoio della nona carrozza di seconda classe, proprio al centro del convoglio. Nelle borse è stipata una micidiale miscela di pentrite, tritolo e T4.
Alle 19:08, mentre il treno viaggia a oltre 150 km/h all’interno della Grande galleria dell’Appennino (nei pressi di Vernio), la carica viene azionata tramite un radiocomando.
La trappola mortale
A differenza della strage del treno Italicus (avvenuta dieci anni prima nello stesso identico luogo), questa volta i terroristi attendono deliberatamente che il treno sia nel cuore del tunnel. L’obiettivo è tragicamente geometrico: massimizzare l’effetto della detonazione confinandola in uno spazio chiuso.
Lo spostamento d’aria è devastante. Lo scoppio cancella l’intera carrozza numero nove, frantumando istantaneamente finestrini e porte blindate. Il freno di emergenza entra in funzione e il treno si arresta, immobile, nel buio più totale, avvolto dal fumo e dai gas tossici.
Il bilancio è drammatico: 16 morti (compresi tre bambini di 4, 9 e 12 anni) e 267 feriti.
Odissea in Galleria: I Soccorsi e la Nascita del 118
Il primo a lanciare l’allarme è il controllore Gian Claudio Bianconcini, sopravvissuto all’esplosione sebbene ferito alla nuca. Utilizzando un telefono di servizio della galleria, riesce a comunicare il disastro. Insieme al capotreno Paolo Masina e al resto del personale di bordo, Bianconcini organizza i primi soccorsi al buio e al gelo dell’inverno appenninico.
Tuttavia, raggiungere il treno è un’impresa titanica: la linea elettrica è interrotta, i fumi dell’esplosione bloccano l’accesso da sud e i primi soccorritori impiegano oltre un’ora e mezza ad arrivare, muovendosi senza contatti radio. Una motrice diesel inviata sul posto per agganciare i vagoni integri finisce per rendere l’aria della galleria ancora più irrespirabile, costringendo all’uso di bombole d’ossigeno.
Nonostante le condizioni ambientali estreme, la macchina dei soccorsi – strutturata sulla base dell’esperienza della strage di Bologna del 1980 – risponde con straordinaria efficienza. Sarà proprio questo modello di gestione centralizzata a Bologna a gettare le basi per la nascita del futuro servizio nazionale di emergenza 118.
Il Contesto Storico: Il “Sommerso della Repubblica”
Gli storici faticano a catalogare questa strage. Essa si colloca come una cerniera tra due stagioni di sangue: avviene quando la “Strategia della tensione” (l’ultimo episodio era stato Bologna nel 1980) si ritiene conclusa, e anticipa lo stragismo mafioso degli anni Novanta.
Come evidenziato dallo storico Alexander Hobel, il 1984 è un anno cruciale e denso di tensioni per il Paese:
1. Si è consumato il duro scontro politico sulla scala mobile.
2. Scomparso Enrico Berlinguer, il PCI si è affermato per la prima volta come primo partito nazionale alle elezioni europee.
3. Il boss Tommaso Buscetta è stato estradato e le sue rivelazioni a Giovanni Falcone stanno per dare vita al Maxiprocesso di Palermo.
4. Il giudice Felice Casson indaga sull’organizzazione paramilitare Gladio e la Commissione Anselmi sta concludendo i lavori sulla loggia massonica P2.
Questo clima sta facendo emergere il “sommerso della Repubblica”, mettendo in allarme non solo Cosa Nostra, ma una vasta “zona grigia” di poteri forti e occulti.
La Verità Giudiziaria e i Servizi Deviati
Le indagini imboccano subito la pista mafiosa e camorristica. Nel corso degli anni, le sentenze definitive tracciano una chiara «matrice terroristico-mafiosa»: Cosa Nostra voleva distogliere l’attenzione dello Stato dal Maxiprocesso e lanciare un avvertimento terroristico per rinsaldare patti istituzionali che rischiavano di saltare.
Per la strage vengono condannati all’ergastolo il boss Pippo Calò (il “cassiere” di Cosa Nostra, che faceva da collante con gli altri poteri) e il suo braccio destro a Roma, Guido Cercola (morto suicida in carcere nel 2005). Il trafficante e artificiere tedesco Friedrich Schaudinn viene condannato a 22 anni per aver fabbricato gli inneschi, mentre il boss camorristico Giuseppe Misso viene definitivamente assolto dall’accusa di strage e condannato solo per la detenzione dell’esplosivo.
Nel 2011 il caso viene riaperto dalla DDA di Napoli, che iscrive nel registro degli indagati Totò Riina come mandante della strage. Riina viene assolto in primo grado a Firenze, e la sua successiva morte estinguerà il processo d’appello proprio mentre la corte stava disponendo la riapertura dell’istruttoria.
Dietro la condanna di Calò e Cercola si allunga però l’ombra dei servizi deviati. Lo stesso Schaudinn, fuggito dai domiciliari nel 1988 prima del processo di primo grado, confesserà pubblicamente nel 1993 di essere stato aiutato a espatriare in Germania proprio da funzionari dei servizi segreti italiani.
Quarant’anni di Oblio e Silenzio Istituzionale
Nonostante le sentenze, della strage del Rapido 904 è rimasta a lungo una memoria fragile, quasi rimossa. Non c’è un pezzo di lamiera accartocciata che ne conservi la memoria. Il treno stesso è stato smantellato nel silenzio generale, quasi a volerne cancellare il ricordo.
A questa rimozione fisica si è aggiunta una pesante assenza delle istituzioni. Rosaria Manzo, presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime (e figlia di un macchinista sopravvissuto), ha denunciato con amarezza che per decenni nessuna alta carica dello Stato, nessun ministro, ha mai partecipato alle commemorazioni di Napoli. Perfino le spese per l’allestimento del palco nella stazione partenopea sono state recentemente scaricate sull’Associazione stessa, mentre i familiari non hanno mai ottenuto dal Viminale il pieno risarcimento civile.
Il “Fascicolo Stolder” e la Mappa dei Misteri d’Italia
La storia, tuttavia, non si è fermata. Di recente l’inchiesta sulla “Strage di Natale” ha registrato una clamorosa accelerazione presso la Procura di Firenze. A fare luce sullo stato reale delle indagini è stata un’incredibile fuga di notizie sul web: un documento interno e riservato della DDA di Firenze, datato 13 dicembre 2023 e firmato dall’allora procuratore capo Filippo Spiezia, è finito indicizzato sul web, accessibile a chiunque.
L’atto svela i dettagli tecnici di quella che è a tutti gli effetti la “scatola nera” dei misteri d’Italia.
Il nuovo indagato: Raffaele Stolder
All’interno della direttiva viene esplicitata l’esistenza del procedimento n. 16968/2022 R.G.N.R. relativo proprio alla strage del 23 dicembre 1984. Per il reato di strage aggravata (art. 422 c. 1) risulta ufficialmente iscritto il boss napoletano: Raffaele Stolder, nato a Napoli il 5 marzo 1958.
Stolder, esponente di spicco dell’omonimo clan di Camorra all’epoca alleato con i Giuliano di Forcella, è finito nel mirino dei magistrati a causa delle rivelazioni del pentito Maurizio Ferraiuolo (suo nipote). Ferraiuolo ha raccontato che lo zio, intorno al 2007, avrebbe ricevuto una proposta di “patto” da parte dei Servizi Segreti per controllare il territorio senza spargimenti di sangue, ricalcando una proposta analoga avanzata a Giuseppe Misso.
Il filo rosso con le stragi del 1993
La relazione riservata dimostra come i magistrati del “pool stragi” di Firenze (tra cui spicca il procuratore aggiunto Luca Tescaroli) considerino il caso del Rapido 904 indissolubilmente legato alla strategia stragista complessiva di Cosa Nostra e ai suoi legami esterni. Nello stesso ufficio, infatti, la direttiva mappa una rete impressionante di fascicoli paralleli:
- Il filone Berlusconi – Dell’Utri – Mori (n. 16249/2022): Iscritto per strage in relazione alle bombe del 1993 a Firenze, Milano e Roma. Il documento mette nero su bianco che Silvio Berlusconi è rimasto indagato “sino al momento del suo decesso” e svela l’iscrizione nel medesimo fascicolo dell’ex generale dei Carabinieri Mario Mori, oltre a Salvatore Baiardo per calunnia e favoreggiamento.
- Il filone Paolo Bellini (n. 8555/2022): Indagato per le stragi del ’92 e ’93, i cui accertamenti bancari (estesi all’estero con rogatoria internazionale) si intrecciano con le indagini della Procura di Roma sulla misteriosa morte in carcere del boss Antonino Gioè.
- Il caso Ilda Boccassini (n. 11460/2022): L’ex pm milanese risulta indagata a Firenze per essersi rifiutata, nel 2021, di rivelare ai magistrati chi fosse la fonte del giornalista Giuseppe D’Avanzo che gli aveva consegnato i verbali del pentito Salvatore Cancemi.
- La Falange Armata e i Servizi (n. 21108/19 mod. 44): Un fascicolo avviato dopo le dichiarazioni del re dei ladri veneziano Vincenzo Pipino, che nel 1992 (mentre condivideva la cella con il falso pentito Vincenzo Scarantino) apprese dei progetti di attentato al patrimonio artistico. Il filone mira a svelare il ruolo dei Servizi Segreti dietro le rivendicazioni della sigla “Falange Armata”.
Alla ricerca dei “Mandanti Esterni”
Oggi la Procura di Firenze, sotto la guida di Rosa Volpe, prosegue questo mastodontico lavoro di ricognizione. Il cuore politico e giudiziario della direttiva Spiezia rivela qual è il vero, ultimo obiettivo che i magistrati inseguono da quarant’anni:
«Verificare se sia dimostrabile, sul piano processuale, una convergenza di ulteriori soggetti, estranei al sodalizio mafioso nell’ideazione e nell’esecuzione delle stragi».
Tra i nomi letti ogni anno il 21 marzo per le vittime delle mafie e il 9 maggio per quelle del terrorismo, il Rapido 904 rimane l’emblema di un delitto perfetto: una strage di mafia eseguita con i metodi del terrore eversivo, i cui mandanti d’ombra continuano a riaffiorare dai faldoni segreti dello Stato, senza mai essere pienamente identificabili.

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Rapido 904 Sentenza Assise Firenze 25 02 1989 Rgnr 15-1987 12-1988