La Strage Di Gioia Tauro

(I PDF degli atti processuali collegati si trovano alla fine dell'articolo)

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Il 22 luglio 1970, la cittadina calabrese di Gioia Tauro fu teatro di una delle pagine più oscure della storia repubblicana italiana: un attentato terroristico di matrice neofascista che causò il deragliamento del “Treno del Sole” – il direttissimo Siracusa–Torino Porta Nuova – causando sei morti e oltre settanta feriti. Solo anni dopo, la strage fu attribuita a membri del gruppo eversivo Avanguardia Nazionale, ma per decenni si preferì parlare di incidente, oscurando la verità tra omissioni, depistaggi e reticenze.

Il contesto: i moti di Reggio e la Calabria incendiata

L’attentato avvenne in un clima esplosivo, appena una settimana dopo l’inizio della rivolta di Reggio Calabria, scatenata dalla decisione di designare Catanzaro come capoluogo regionale. Scioperi, barricate e violenti scontri tra cittadini e forze dell’ordine caratterizzarono quell’estate turbolenta. In questo contesto, si moltiplicarono anche episodi di sabotaggio contro infrastrutture ferroviarie: ben 44 attentati tra il luglio 1970 e l’ottobre 1972, molti dei quali contro tralicci e binari.

La dinamica dell’attentato

Il treno coinvolto, partito dalla Sicilia, stava transitando tra Villa San Giovanni e Gioia Tauro a circa 100 km/h. Alle 17:10, a 750 metri dalla stazione di Gioia Tauro, il macchinista percepì un violento sobbalzo. Attivato il freno rapido, il convoglio iniziò a rallentare, ma il carrello della sesta carrozza deragliò, causando l’uscita dai binari di gran parte delle vetture, che si spezzarono in tre tronconi. Le conseguenze furono devastanti: tra le carrozze nove e undici morirono sei persone, inclusi alcuni pellegrini diretti a Lourdes; oltre settanta i feriti.

La scena descritta dai soccorritori fu apocalittica: vagoni divelti, corpi straziati, colonne di fumo, passeggeri in fuga e urla disperate. La decima carrozza si era ribaltata completamente, mentre la nona era stata catapultata per cinquanta metri, finendo a cavallo di due binari.

Le prime indagini e i depistaggi

Nonostante il tratto di binario interessato presentasse un’assenza di 1,8 metri e vi fossero precedenti analoghi, le autorità parlarono inizialmente di guasto meccanico o errore umano. Il questore Emilio Santillo dichiarò: “Evitiamo di gettare discredito sulla Calabria”, invitando a non parlare di attentato.

La perizia tecnica del 1971 – redatta da esperti ferroviari, vigili del fuoco e accademici – escluse errori umani o cedimenti strutturali, evidenziando invece l’alta probabilità di un’esplosione: il binario era stato divelto con modalità identiche ad altri tre attentati avvenuti sulla stessa linea nei mesi successivi. Tuttavia, questa relazione fu ignorata nei rapporti ufficiali e nella narrativa istituzionale.

I dipendenti delle Ferrovie vennero incriminati per presunti errori e poi definitivamente scagionati nel 1974. L’ipotesi dell’attentato, pur ritenuta la più plausibile, venne archiviata come congettura. Nessun colpevole fu individuato, e le indagini rimasero ferme per due decenni.

La svolta del 1993 e la sentenza del 2001

Solo nel 1993, nell’ambito della maxi inchiesta “Olimpia 1” della Direzione Nazionale Antimafia, si riaprì il caso grazie alle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia della ’Ndrangheta. Uno di essi, Giacomo Ubaldo Lauro, rivelò che l’attentato era stato pianificato da esponenti dell’estrema destra neofascista in collaborazione con ambienti criminali. Vito Silverini, Vincenzo Caracciolo e Giuseppe Scarcella, appartenenti ad Avanguardia Nazionale, furono identificati come gli esecutori materiali dell’attentato, eseguito piazzando una carica esplosiva lungo i binari.

Silverini, in particolare, si vantò di essere stato presente sul posto durante l’attacco e di aver ricevuto un compenso dal Comitato d’Azione per Reggio Capoluogo di Ciccio Franco per il gesto. Avevano trasportato la dinamite in un’Ape Piaggio, nascosto l’ordigno nella massicciata e attivato una miccia a lenta combustione. Le testimonianze dei pentiti trovarono riscontri nelle perizie precedenti.

Il 27 febbraio 2001, la Corte d’Assise di Palmi emise la sentenza n. 3/96, riconoscendo ufficialmente l’attentato terroristico e condannando i tre responsabili. La strage di Gioia Tauro veniva così definitivamente inquadrata nel contesto della strategia della tensione, in cui l’estrema destra eversiva cercava di destabilizzare il Paese attraverso atti violenti.

Un attentato dimenticato

Nonostante la gravità e la portata della strage, Gioia Tauro è rimasta ai margini della memoria collettiva italiana. Forse perché avvenne al Sud, forse perché non colpì un centro simbolico del potere, o forse perché troppe verità scomode dovevano rimanere sepolte. Le prime indagini, superficiali e politicizzate, contribuirono a seppellire la vicenda.

Solo con la sentenza del 2001 si è fatta chiarezza, ma il ricordo della strage resta opaco, trascurato nei libri di scuola, assente nelle commemorazioni ufficiali. Eppure, Gioia Tauro fu una delle prime stragi di quella lunga scia di sangue che avrebbe segnato l’Italia degli anni Settanta.

Ciccio Franco
Ciccio Franco

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