Il biennio 1992-1993 segna la mutazione genetica più profonda nella storia di Cosa Nostra: da organizzazione criminale dedita all’accumulazione illecita e alla pressione mafiosa tradizionale, essa si trasforma in un soggetto eversivo armato. Sotto la guida dei capi corleonesi, in particolare di Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, l’organizzazione decide di abbandonare la strategia della sommersione e della mediazione silenziosa per inaugurare un attacco terroristico frontale contro lo Stato italiano.
Dopo le stragi siciliane di Capaci del 23 maggio 1992 e di via D’Amelio del 19 luglio 1992 — che costarono la vita ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e agli agenti delle scorte —, la violenza si sposta con inaudita ferocia nel continente. Vengono pianificati ed eseguiti gli attentati dinamitardi di Roma in via Ruggero Fauro il 14 maggio 1993 e a San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro il 28 luglio 1993, di Firenze in via dei Georgofili il 27 maggio 1993 e di Milano in via Palestro il 27 luglio 1993, oltre ai falliti attentati allo Stadio Olimpico di Roma del 23 gennaio 1994 e all’agguato dinamitardo contro il collaboratore di giustizia Salvatore Contorno a Formello.
L’analisi approfondita delle sentenze, delle risultanze investigative, dei contributi dichiarativi dei collaboratori di giustizia e delle testimonianze istituzionali dinea un quadro in cui la violenza mafiosa, le strategie eversive contro il patrimonio artistico e le istituzioni, i tentativi di dialogo occulto, il riciclaggio economico e la presenza di apparati infedeli o collusi si fondono in un unicum drammatico e complesso.
Gaspare Spatuzza e i rapporti organici con Francesco Tagliavia
Un contributo decisivo per scardinare le omertà su quella fase è arrivato dalle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, la cui scelta di collaborare con la giustizia nel 2008 ha segnato una svolta epocale, maturata dopo un lungo percorso di revisione critica e spirituale nel carcere di Ascoli Piceno. Spatuzza conosceva storicamente Francesco Tagliavia fin dal periodo 1986-1987, quando quest’ultimo gestiva una pescheria nella zona di Sant’Erasmo a Palermo, ed era notato all’epoca anche per l’abitudine di vestire sempre di nero in segno di lutto. Pur appartenendo formalmente alla famiglia di Brancaccio diretta dai fratelli Graviano, Spatuzza descriveva Tagliavia come un capo di primo piano, al vertice del mandamento di Corso dei Mille e legato da un rapporto simbiotico e fraterno con i fratelli Graviano. Nelle attività criminali, nel controllo del territorio e nelle estorsioni ai danni del costruttore Mandalà e dell’hotel San Paolo, i profitti e le decisioni strategiche vedevano una gestione coordinata. Successivamente, con la detenzione dei Graviano nel 1995, le tensioni per la reggenza di Brancaccio e la gestione della cassa portarono a duri contrasti con il padre di Tagliavia, Pietro, che rifiutava di consegnare il libro mastro e di suddividere i proventi, protetto dagli interessi gestiti dal carcere dallo stesso Francesco Tagliavia e da Giuseppe Graviano.
La credibilità di Spatuzza ha superato il vaglio più rigoroso grazie a molteplici riscontri oggettivi individualizzanti. Nel corso della riunione di Santa Flavia, Spatuzza collocò l’avvio della pianificazione della strage di Firenze in una villetta nella disponibilità di Leonardo e Giuseppe Vasile, alla quale parteciparono i capi e il gruppo operativo, compresi Giuseppe Graviano e Francesco Tagliavia, la cui presenza derivava dal fatto che i materiali esecutori composti da Cosimo Lo Nigro, Francesco Giuliano e Vittorio Barranca dipendevano dalla sua famiglia. In quell’occasione furono mostrati depliant e guide turistiche con i monumenti di Firenze e fu distribuito il denaro per le spese, fornito dal cassiere Giorgio Pizzo. Un ulteriore episodio chiave fu il colloquio anomalo in Tribunale riferito da Spatuzza riguardo a un incontro all’interno di un’aula del Tribunale di Palermo riscontrato nell’udienza del 12 gennaio 1994. Mentre Tagliavia si trovava tra i banchi degli imputati, Lo Nigro si avvicinò per salutarlo; usciti dall’aula, Lo Nigro riferì a Spatuzza che Tagliavia aveva mandato un saluto “a schiacciare”, in allusione al soprannome martello di Giuseppe Graviano, e l’ordine perentorio di comunicare a Graviano di bloccare tutto, la fase stragista e gli attentati. Le sue parole hanno inoltre trovato conferma nell’individuazione del rudere di Mangano per la macinazione dell’esplosivo, nei tabulati telefonici e nei contatti tra le mogli di Giuseppe Graviano e di Tagliavia, nonché nei furti di targhe e nei percorsi urbani compiuti a Roma in vista dell’attentato allo Stadio Olimpico. Inoltre, autoaccusandosi di delitti efferati per i quali non era indagato, come la strage di via d’Amelio, Spatuzza ha smentito clamorosamente il depistaggio orchestrato attorno a Vincenzo Scarantino.
Il movente delle stragi: dai delitti mirati al ricatto allo Stato
Il movente della campagna stragista, pur delineato in modo parziale e frammentario dalle Corti a causa delle indagini aperte su vari fronti, ha subito una metamorfosi radicale. Nella fase iniziale, prima del luglio 1992, le azioni di Cosa Nostra rispondevano a una logica di rappresaglia mirata per l’esito del maxiprocesso, come l’omicidio dell’onorevole Salvo Lima del 12 marzo 1992, ritenuto la recisione dei legami con i settori politici che non avevano protetto i boss, e l’attentato al giudice Giovanni Falcone a Capaci. All’indomani di Capaci, sotto la spinta di Salvatore Riina, descritto da Salvatore Cangemi come letteralmente ossessionato e pronto a giocarsi i denti pur di piegare lo Stato, si materializzò una strategia di ampio respiro. L’inasprimento del regime carcerario di massimo rigore introdotto dall’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario e l’espansione del fenomeno del pentitismo legato ai decreti legge dell’epoca furono percepiti dall’organizzazione come un pericolo incombente ed estremo capace di distruggere l’associazione dall’interno e di svilire il prestigio degli uomini d’onore.
Per costringere lo Stato a scendere a patti, ad abolire il 41 bis e a depotenziare la legge sui collaboratori, Riina e i vertici di Cosa Nostra decisero di spostare la guerra fuori dalla Sicilia, colpendo beni di interesse pubblico e monumenti storici e artistici nazionali. Numerosi collaboratori come Gioacchino La Barbera, Giovanni Brusca, Maurizio Avola, Tullio Cannella, Santo Di Matteo e Antonio Sinacori hanno confermato che si pianificarono stragi contro i musei, le chiese, le torri e i siti turistici, tra cui l’ipotesi di colpire la Torre di Pisa, di collocare siringhe infette sulle spiagge di Rimini, di assassinare il giudice in pensione Antonino Caponnetto o il giudice Pietro Grasso, e l’attentato dinamitardo ai Georgofili a Firenze. Un chiaro avvertimento preventivo di questa logica ricattatoria fu il posizionamento del proiettile di artiglieria ai giardini di Boboli a Firenze.
I contatti occulti, i mediatori e il ruolo ambiguo di Paolo Bellini
Accanto alla pressione militare delle bombe, Cosa Nostra cercò e trovò canali di interlocuzione occulta attraverso mediatori e zone grigie. Già nella primavera ed estate del 1992 emersero contatti anomali tra il mafioso Antonino Gioè e Paolo Bellini, un pregiudicato legato agli ambienti eversivi di estrema destra e organico a circuiti di raccordo con i servizi segreti. Bellini, muovendosi sul doppio binario del ricatto, propose la possibilità di far cessare gli attentati e di recuperare opere d’arte trafugate in cambio di benefici e favori carcerari per i mafiosi, prospettando persino un attentato alla Torre di Pisa come dimostrazione di forza. Il maresciallo dei carabinieri Roberto Tempesta riferì la circostanza al proprio superiore, il colonnello Mario Mori, sebbene quest’ultimo abbia ridimensionato la portata di tali informazioni in merito agli attentati specifici.
Più strutturato fu il canale avviato dal colonnello Mario Mori e dal capitano Giuseppe De Donno, i quali agganciarono l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino tramite il figlio Massimo a cavallo delle stragi di Capaci e di via d’Amelio per cercare di aprire un dialogo con i vertici mafiosi. Secondo la versione di Mori, egli pose come presupposto la costituzione preventiva dei latitanti in garanzia, proposta che Ciancimino respinse. Per i giudici, tuttavia, questa ricostruzione presentava lacune logiche, apparendo assai più verosimile che la rottura fosse dipesa dalle richieste esose avanzate da Salvatore Riina, consistenti in modifiche strutturali all’articolo 41 bis, revisione di processi e attenuazione della normativa sui pentiti, destinate ai massimi livelli di governo del Ministero dell’Interno. Successivamente, anche dopo l’arresto di Riina del 19 dicembre 1992, Ciancimino continuò a proporre incontri dal carcere, offrendo persino di favorire la cattura dello stesso Riina.
Il ruolo del Colonnello Mario Mori e dei Servizi Segreti
La figura del colonnello Mario Mori, allora ufficiale del Ros dei Carabinieri, e i rapporti con gli apparati di sicurezza dello Stato costituiscono uno dei nodi più discussi e controversi dell’intera stagione stragista. L’iniziativa di aprire un canale con Vito Ciancimino fu condotta in autonomia dal Ros senza una preventiva e formale autorizzazione della magistratura inquirente, mossa dall’intento di fermare la spirale di sangue attraverso un’intermediazione politica mafiosa.
Tuttavia, l’azione di Mori e De Donno si inserisce in un contesto più ampio di opacità istituzionale in cui operavano settori deviati o di raccordo dei servizi segreti, spesso emersi in vicende di eversione nera e criminalità organizzata come dimostrato dalla presenza di figure anomale quali Paolo Bellini. La gestione riservata di questi contatti, unita al mancato tempestivo blitz nei covi di Riina dopo l’avvio della trattativa, ha alimentato nei dibattimenti giudiziari pesanti interrogativi sulla linea di confine tra l’attività di intelligence investigativa e la compromissione istituzionale con i vertici di Cosa Nostra.
Le spaccature interne a Cosa Nostra e l’asse con la politica: Forza Italia, Dell’Utri, Berlusconi e Vittorio Mangano
L’arresto di Salvatore Riina il 15 gennaio 1993 provocò forti scossoni e divisioni strategiche all’interno di Cosa Nostra. Mentre l’ala riconducibile a Bernardo Provenzano mostrava perplessità sulla convenienza di insistere con le stragi, ritenendo più opportuno un ritorno ai fondali sommersi dell’affarismo economico, i fedelissimi di Riina, tra cui Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano, decisero di proseguire la campagna terroristica per costringere lo Stato a riprendere la trattativa. Dopo una riunione cruciale nella villa di Santa Flavia, la linea stragista fu confermata e rilanciata.
In quello stesso periodo, l’organizzazione mafiosa aveva inizialmente tentato la carta di un progetto politico autonomista denominato Sicilia Libera per introdurre direttamente nelle istituzioni soggetti organici o vicini a Cosa Nostra. Tale progetto fu tuttavia abbandonato quando i vertici mafiosi decisero di dirottare le proprie aspettative sul nascente movimento politico Forza Italia, fondato da Silvio Berlusconi, percepito come il nuovo interlocutore in grado di garantire gli interessi economici e giudiziari dell’organizzazione. Marcello Dell’Utri ha rappresentato per decenni il principale ponte di collegamento e cerniera tra gli ambienti imprenditoriali milanesi, in particolare le aziende di Silvio Berlusconi, e i vertici di Cosa Nostra palermitana, gestendo storicamente i rapporti di vicinanza e i canali di inserimento di soggetti mafiosi nei contesti aziendali del nord Italia.
Emblematica figura di cerniera organica fu Vittorio Mangano, noto mafioso di Porta a Mare inserito già all’inizio degli anni Settanta nella villa di Arcore di Silvio Berlusconi in qualità di custode e stallaio su auspicio di Dell’Utri. Mangano ha incarnato il legame genetico e duraturo tra il vertice imprenditoriale e l’ala militare mafiosa, rimanendo punto di riferimento costante per le interlocuzioni anche durante i periodi di detenzione e durante le fasi più calde della Repubblica. L’apice di questa strategia politica trova riscontro nella narrazione di Gaspare Spatuzza, il quale riferì di un incontro avvenuto a Roma presso il bar Doney con Giuseppe Graviano. In quell’occasione, Graviano gli indicò esplicitamente l’onorevole Marcello Dell’Utri e l’onorevole Silvio Berlusconi come i nuovi e affidabili interlocutori politici di riferimento, precisando che l’attentato pianificato allo Stadio Olimpico di Roma avrebbe dovuto rappresentare il colpo di grazia per costringere la controparte a chiudere positivamente la trattativa, essendovi in piedi una situazione che se sarebbe andata a buon fine avrebbe portato benefici a tutti, a partire dai carcerati.
La reazione delle istituzioni: il mancato rinnovo del 41-bis e le opacità ministeriali
Un nodo cruciale dell’intera vicenda giudiziaria riguarda il comportamento dei vertici dello Stato e le decisioni assunte in materia di regime carcerario durante i mesi più caldi del 1993. Tra il luglio e il novembre del 1993, a stragi temporaneamente sospese, il Ministro della Giustizia pro tempore Giovanni Conso decise di non rinnovare circa 140 decreti di applicazione del 41 bis, in particolare nel carcere dell’Ucciardone di Palermo. Conso giustificò l’atto con la difficoltà di fornire motivazioni personalizzate per ciascun detenuto, come imposto da pronunce della Corte Costituzionale, e con l’intento di lanciare un segnale di distensione volto a premiare la presunta ala moderata di Cosa Nostra facente capo a Provenzano per indurla a rompere definitivamente con lo stragismo corleonese.
La Corte ha sottolineato come quella mossa si rivelò un clamoroso errore di calcolo: i capimafia ancora liberi interpretarono quel segnale non come un punto d’arrivo, ma come il sintomo di un imminente cedimento dello Stato sotto la pressione delle bombe, dando il via libera alla preparazione dell’attentato allo Stadio Olimpico di Roma. Dalle audizioni della Commissione Parlamentare Antimafia e dai dibattimenti emersero inoltre opacità e vistosi difetti di coordinamento istituzionale. Il Ministro dell’Interno dell’epoca, Nicola Mancino, negò sempre categoricamente di essere stato informato della trattativa condotta dai carabinieri Mori e De Donno o dei motivi alla base delle revoche del 41 bis decise da Conso, arrivando persino a smentire di aver incontrato il giudice Paolo Borsellino al Viminale il giorno del suo insediamento il primo luglio 1992, circostanza invece confermata dall’ex Ministro della Giustizia Claudio Martelli.
Questo groviglio di reticenze, contatti riservati, deviazioni e strategie ricattatorie conferma come la stagione delle stragi non sia stata soltanto una violenta reazione militare di Cosa Nostra, ma un attacco eversivo sistemico teso a ridefinire radicalmente i rapporti di forza tra l’organizzazione criminale e i massimi livelli delle istituzioni repubblicane. Un attacco che forse è andato a buon fine…

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Stragi Tagliavia Sentenza Appello Firenze 24 02 2016 Rgnr 9043-2010