Silvio Ferrari, nato a Brescia il 14 novembre del 1953, trovò la morte in via IV Novembre, nei pressi di Piazza del Mercato a Brescia, la notte del 19 maggio 1974, intorno alle 3:00. Il giovane estremista di destra, militante di Ordine Nuovo, stava trasportando un ordigno esplosivo sulla pedana della Vespa 125 Primavera del fratello Mauro. La bomba, apparentemente destinata alla sede bresciana della CISL, o forse alla redazione locale del Corriere della Sera, esplose prematuramente, dilaniando il corpo di Ferrari e distruggendo una vicina macelleria. Accanto ai resti della Vespa fumante furono trovate una pistola Beretta 7.65 e cinque copie parzialmente bruciate della rivista eversiva “Anno Zero”.
Silvio Ferrari si era avvicinato agli ambienti dell’estrema destra durante gli anni trascorsi in collegio a Salò, frequentando il Circolo La Fenice. Dopo un breve periodo di studi in farmacia all’Università di Parma, si era ritirato per lavorare con il padre, proprietario di un noto concessionario Lancia. Il giovane era già sospettato di essere il protagonista di diversi attentati dinamitardi, tra cui l’attacco alla sede bresciana del PSI nel febbraio 1973, un attentato contro un supermercato Coop e il lancio di una molotov contro un corteo antifascista. Secondo alcuni testimoni, nel maggio 1974, pochi giorni prima della sua morte, contribuì anche a piazzare un ordigno in una macelleria di Brescia.
Le indagini successive rivelarono che l’ordigno trasportato da Ferrari conteneva mezzo chilo di tritolo e mezzo chilo di polvere da mina con innesco a orologeria, regolato male. Vi furono ipotesi secondo cui l’esplosione fosse stata deliberatamente causata dai suoi stessi camerati per punirlo della sua riluttanza a proseguire nelle azioni terroristiche. Secondo alcuni testimoni, la notte della sua morte era stato visto con i piedi per terra e i gomiti sul manubrio della Vespa, in attesa che la guardia notturna si allontanasse, prima di collocare l’ordigno. La testimonianza di un vigilante della Banca Commerciale Italiana confermò di aver udito il passaggio della Vespa pochi istanti prima dell’esplosione.
I fascisti di Verona
Dalle indagini emerse che Ferrari era strettamente legato agli ambienti eversivi di Ordine Nuovo e manteneva contatti con figure di rilievo del movimento, tra cui Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte. Le ricostruzioni giudiziarie suggerirono che anche Roberto Zorzi, ventenne militante di Ordine Nuovo, era presente a Brescia la notte dell’esplosione, seguendo Ferrari a bordo di una Dyane azzurrina appartenente a Elio Massagrande, leader del gruppo a Verona. Secondo gli inquirenti, la Dyane venne poi trasferita in Grecia, dove Zorzi si rifugiò per sfuggire alle indagini. Un documento agli atti riportava che Ermanno Buzzi, in seguito condannato e poi assassinato nel carcere di Novara dai killer fascisti Pierluigi Concutelli e Mario Tuti, menzionava un certo “Antonio Pasetto”, pseudonimo attribuito a Zorzi, che avrebbe seguito la Vespa di Ferrari la notte dell’esplosione. Zorzi, che ora vive negli Stati Uniti e gestisce un allevamento di Doberman chiamato “Al Littorio”, è sospettato di essere stato uno dei protagonisti della strage di Brescia insieme all’allora giovane Marco Toffaloni, detto “Tomaten”, che ora ha trovato riparo in Svizzera.
Ferrari e la NATO
Ma non è tutto, perché secondo Ombretta Giacomazzi, all’epoca cameriera alla pizzeria Ariston, di proprietà della sua famiglia (che Ferarri e i suoi amici erano soliti frequentare) Ferrari aveva partecipato a riunioni con esponenti dell’estrema destra, membri delle forze dell’ordine e dei servizi segreti, durante le quali sarebbe maturata l’idea delle stragi, inclusa quella di Piazza della Loggia. La teste avrebbe identificato tre siti d’interesse: la caserma dei carabinieri di Parona, la sede del Comando Ftase della NATO e un condominio in via Montanari, all’epoca sede segreta del Centro di controspionaggio del SID.
Giacomazzi riferì di aver accompagnato Ferrari proprio in quest’ultimo edificio, fornendo una descrizione così dettagliata degli interni da rafforzare la credibilità del suo racconto. Sebbene non vi siano prove definitive del coinvolgimento diretto della NATO, molteplici elementi emersi nel corso delle indagini confermarono la plausibilità delle sue affermazioni, aggiungendo un ulteriore tassello alla ricostruzione delle trame eversive dell’epoca.
Giacomazzi ha sostenuto di avere taciuto inizialmente per paura di ritorsioni, dichiarando di aver subito pressioni da parte del generale dei Carabinieri Francesco Delfino – uno dei personaggi più oscuri di quegli anni – arrivato in tutta fretta per svolgere le indagini sulla morte del giovane. Dopo la morte di Ferrari, Giacomazzi riferì di aver sentito Toffaloni, Zorzi e altri neofascisti riuniti alla pizzeria Ariston, dove avrebbero deciso di vendicarlo. In quell’occasione, secondo la testimone, Roberto Zorzi si sarebbe assunto la responsabilità di portare a termine ciò che Ferrari non aveva fatto, lasciando intendere un coinvolgimento diretto nella pianificazione dell’attentato a Piazza della Loggia.
Il funerale
Il funerale di Ferrari, celebrato il 21 maggio 1974, fu teatro di violenti scontri tra estremisti di destra e di sinistra, con l’arresto di cinque militanti legati a Ordine Nuovo. Alla cerimonia parteciparono esponenti neofascisti provenienti da diverse regioni, e sulla bara fu posta una corona di fiori con l’ascia bipenne, simbolo di Ordine Nuovo. Un anno dopo, un necrologio pubblicato sul “Giornale di Brescia” conteneva un messaggio in codice che, leggendo le iniziali dei nomi in verticale, formava la frase “Camerata Silvio presente”.
L’attentato fallito di Ferrari e le successive minacce di Ordine Nero e Anno Zero contribuirono a creare un clima di tensione culminato nella strage di Piazza della Loggia una settimana dopo, il 28 maggio 1974. Durante una manifestazione antifascista, una bomba nascosta in un cestino portarifiuti esplose, uccidendo otto persone e ferendone 102. Il giorno del funerale di Ferrari, una lettera firmata “Partito Nazionale Fascista – Sez. di Brescia – Silvio Ferrari” minacciava nuovi attentati, mentre un’altra missiva, inviata il 27 maggio, preannunciava ulteriori azioni terroristiche.
Una verità ancora lontana
Sul piano giudiziario, il primo processo sulla morte di Ferrari si concluse nel 1979 con la condanna per omicidio colposo di Nando Ferrari, esponente del Fronte della Gioventù. Tuttavia, nel 1982 la Corte d’Assise d’Appello di Brescia lo assolse, e la sentenza fu confermata dalla Cassazione nel 1987, con l’unica eccezione di Ermanno Buzzi, già defunto. La vicenda di Silvio Ferrari, inserita nel contesto della strategia della tensione, rimane uno dei tasselli fondamentali per comprendere le dinamiche eversive che portarono agli attentati di quegli anni.

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Morte Silvio Ferrari Atti Brescia Faldone A Vol XXVIII Perizia Comparativa Sveglia Nr 319-1974a
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