referio 'Ndrangheta,Anonima sequestri Il triangolo del sequestro

Il Triangolo Del Sequestro

(I PDF degli atti processuali collegati si trovano alla fine dell'articolo)

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Tra gli anni Sessanta e gli inizi degli anni Novanta, la Calabria visse una lunga stagione di violenza e paura legata ai sequestri di persona, una pratica criminale che divenne strategica per la ‘ndrangheta nel suo processo di accumulo di capitali e affermazione territoriale. Un’attività che prese il nome mediatico di Anonima Sequestri, in analogia con l’omologa struttura criminale sarda, e che vide il cuore operativo nell’Aspromonte, in particolare nel cosiddetto triangolo del sequestro: San Luca – Natile di Careri – Platì.

Il business del sequestro

Il sequestro di persona divenne un vero e proprio “settore” criminale: sistematico, strutturato e profittevole. Le vittime, spesso imprenditori, professionisti o anche minori, venivano rapite in tutta Italia, con particolare intensità al Nord, ma poi trasferite e detenute in luoghi impervi dell’Aspromonte, grazie alla profonda conoscenza del territorio da parte delle ‘ndrine locali.

Il primo caso registrato risale all’8 ottobre 1950, con il rapimento di Giuseppe Sofo a Oppido Mamertina. Ma fu solo dal 1973 che il fenomeno esplose, diventando sistematico. L’evento che segnò l’inizio di una fase mediatica fu il celebre sequestro di John Paul Getty III, avvenuto a Roma ma con legami diretti con l’Aspromonte calabrese.

I clan e la mappa dei sequestri

I clan principali coinvolti nei sequestri furono le famiglie Barbaro, detti “Castani”, Romeo, Strangio, Trimboli, Giorgi e Nirta. La pratica del sequestro era considerata non solo un’attività economica, ma anche uno strumento di potere e prestigio interno: detenere un ostaggio in Aspromonte significava dominare quel territorio.

Ecco alcuni dei sequestri più noti, secondo una cronologia parziale:

  • 1979: Marco Flora
  • 1981: Tullio Fattorusso
  • 1985: Giandomenico Amaduri
  • 1987: Domenico Varacalli, Mario Gallo, Giuseppe Catanese
  • 1988: Cesare Casella, Carlo Celadon, Alberto Minervini
  • 1990: Domenico Paola, Agostino De Pasquale
  • 1992: Giovanni Zappia

I soldi dei riscatti: cocaina e cemento

Le somme pagate per i riscatti erano immense. In due episodi significativi, sono stati fermati alla frontiera:

  • 1988, Fortuni Soler Jordi con 360 milioni di lire destinati all’acquisto di stupefacenti.
  • 1989, Callà Isidoro con 314 milioni, anch’essi destinati al narcotraffico.

Non solo droga: i capitali furono reinvestiti anche nel settore edilizio. Emblematico il caso di Bovalino, dove un intero quartiere venne soprannominato “Paul Getty”, costruito con i proventi del riscatto dell’omonimo sequestro.

La repressione e il declino

Nel 1978, un incontro nel quartiere Archi tra i boss Paolo De Stefano e Saverio Mammoliti sancì una prima riflessione interna alla ‘ndrangheta: i sequestri attiravano troppa attenzione delle forze dell’ordine. Ciò portò a spostare i rapimenti al Nord, mantenendo però l’Aspromonte come prigione naturale.

Nel 1983, la Legge Rognoni-La Torre consentì di colpire i patrimoni mafiosi, indebolendo il sistema. Un altro colpo fu inferto nel 1995, quando il Tribunale di Locri condannò alcuni tra i principali esponenti del settore: Barbaro Francesco, Pelle Antonio, Morabito Giuseppe, Romeo Sebastiano e Nirta Francesco.

Il caso Casella e la mamma coraggio

Uno dei sequestri più noti fu quello di Cesare Casella, rapito a Pavia nel 1988 e tenuto prigioniero per 743 giorni. La madre, Angela Casella, diventò simbolo della lotta civile contro la mafia, portando la sua protesta fino a San Luca, incatenandosi a Ciminà, e pregando al “crocifisso dei sequestrati” in contrada Zervò. La sua battaglia fu determinante: Cesare fu liberato nel gennaio 1990.

Fine di un’epoca, inizio di un’altra

Nel 1997, con il sequestro di Alessandra Sgarella, si chiude l’epoca dei sequestri come strumento di finanziamento della ‘ndrangheta. In totale, su 694 sequestri di persona a scopo di estorsione registrati in Italia, più della metà furono riconducibili alla criminalità calabrese. Un giro d’affari stimato in 800 miliardi di lire, che hanno consentito alla ‘Ndrangheta di compiere il grande salto di qualità, investendo nel narcotraffico, nell’edilizia, negli appalti e nelle infrastrutture.

Angela Casella
Angela Casella, “Madre coraggio”

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