Il Sequestro Di Abu Omar

Abu Omar
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La mattina del 17 febbraio 2003, in via Imbonati a Milano, si consumò un’operazione destinata a scuotere le fondamenta della sovranità nazionale e dei rapporti di intelligence tra l’Italia e gli Stati Uniti. Hasan Mustafa Osama Nasr, un imam di quarantatré anni noto alle cronache come Abu Omar, fu intercettato e rapito in pieno giorno da un commando composto da agenti della CIA. Sospettato di legami con il terrorismo internazionale ma mai formalmente incriminato o sottoposto a restrizioni dalla magistratura italiana, l’imam fu bloccato con una tecnica paramilitare e caricato a forza su un furgone da un gruppo che includeva finti agenti di polizia, sotto gli occhi attoniti di una testimone affacciata al balcone. Quel sequestro non fu un’azione isolata, bensì una delle tappe più emblematiche delle cosiddette extraordinary renditions, il programma di trasferimenti illegali di detenuti smistato dagli Stati Uniti nelle carceri segrete di Paesi terzi all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle.

Il piano criminoso prevedeva il trasferimento immediato del prigioniero dalla base aerea militare italiana di Aviano, in provincia di Pordenone, verso la base tedesca di Ramstein, per poi atterrare definitivamente al Cairo. Ad attenderlo c’erano gli apparati di sicurezza egiziani guidati dal regime del dittatore Hosni Mubarak, tristemente noti per l’uso sistemico della tortura. Per oltre un anno, precisamente quattordici mesi, Abu Omar rimase segregato in una cella buia, sottoposto a torture fisiche e psicologiche indicibili, senza che la moglie Nabila Ghali o i suoi familiari avessero alcuna notizia della sua sorte, prima di essere temporaneamente autorizzato a una telefonata e successivamente rinchiuso in un altro carcere fino alla scarcerazione definitiva avvenuta nel 2007.

L’inchiesta giudiziaria della Procura di Milano e la rete dei complici

La svolta nelle indagini scattò quando la Procura della Repubblica di Milano, attraverso l’impegno tenace dei magistrati Armando Spataro e Ferdinando Pomarici, decise di fare luce sulla scomparsa denunciata da Nabila Ghali. Attraverso tabulati telefonici, intercettazioni e riscontri investigativi, i PM scoprirono che l’operazione della CIA era stata non solo tollerata, ma attivamente agevolata e coperta da settori dei servizi segreti militari italiani, il SISMI. Nel dicembre del 2005, i magistrati emisero i primi ordini di cattura, svelando un elenco di ventidue agenti della CIA operativi sul suolo italiano. Tra i nomi di spicco dell’intelligence statunitense spiccava quello di Robert Seldon Lady, all’epoca capo della base CIA di Milano e considerato la vera mente operativa del blitz, insieme al colonnello Joseph Romano, a Sabrina De Sousa e a Betnie Medero.

Parallelamente, l’inchiesta giudiziaria travolse i vertici dell’intelligence militare italiana. Finirono nel registro degli indagati il direttore del SISMI, il generale Nicolò Pollari, il suo vice Marco Mancini, e alti funzionari come Gustavo Pignero, Giuseppe Ciorra, Raffaele Di Troia e Luciano Di Gregori. L’accusa mossa nei loro confronti era pesantissima: concorso in sequestro di persona. La reazione del mondo politico non si fece attendere: i governi guidati da Silvio Berlusconi prima e da Romano Prodi poi scelsero la linea della difesa corporativa degli apparati, opponendo formalmente il segreto di Stato su gran parte della documentazione richiesta dai giudici milanesi.

Il muro del segreto di Stato e il conflitto tra i poteri dello Stato

L’opposizione del segreto di Stato aprì una ferita istituzionale senza precedenti tra la magistratura inquirente e il potere esecutivo, dando vita a un complesso contenzioso costituzionale sui conflitti di attribuzione. I giudici milanesi ritenevano che la copertura non potesse estendersi a reati così gravi come il sequestro di persona e la violazione della sovranità nazionale, ma il governo rivendicava la primazia assoluta della ragion di Stato e della sicurezza nazionale. La questione fu portata all’attenzione della Corte costituzionale che, con una serie di storiche sentenze riconobbe la legittimità dell’opposizione del segreto di Stato da parte della Presidenza del Consiglio dei ministri.

In ossequio a tali pronunce, la Corte di Cassazione, con la sentenza del 2014, fu costretta a pronunciare un annullamento senza rinvio, sancendo il non luogo a procedere per Nicolò Pollari, Marco Mancini, Giuseppe Ciorra, Raffaele Di Troia e Luciano Di Gregori. I vertici dello spionaggio militare italiano vennero così prosciolti non perché estranei ai fatti, ma perché l’esistenza del segreto di Stato aveva impedito alla magistratura di utilizzare le prove e i documenti indispensabili per celebrare un processo nel merito. Tale decisione lasciò un profondo senso di insoddisfazione nella pubblica opinione e nella magistratura, evidenziando una zona d’ombra in cui la legalità costituzionale si era dovuta inchinare alla “ragion di Stato”.

Le condanne degli agenti CIA, le grazie e la condanna della CEDU

Se i vertici italiani beneficiarono dello scudo istituzionale, la giustizia ordinaria riuscì a concludere il procedimento nei confronti degli esecutori stranieri. Nel 2009 il giudice dell’udienza preliminare Oscar Magi, e successivamente la Corte d’Appello di Milano nel 2010, condannarono in via definitiva ventitré cittadini statunitensi (tutti agenti o funzionari della CIA) a pene comprese tra i cinque e gli otto anni di reclusione per il reato di sequestro di persona. Tuttavia, nessuno di essi ha mai scontato un giorno di carcere in Italia: gli agenti erano già rientrati negli Stati Uniti o si erano resi irreperibili. Per aggirare l’impasse diplomatico e l’efficacia dei mandati d’arresto internazionali, intervennero i Presidenti della Repubblica. Giorgio Napolitano concesse la grazia al colonnello Joseph Romano, mentre Sergio Mattarella firmò provvedimenti di clemenza e grazie parziali per Robert Seldon Lady, Betnie Medero e per Sabrina De Sousa. Quest’ultima, arrestata in Portogallo in virtù di un mandato d’arresto europeo, vide la propria pena ridotta a tre anni, mossa che permise ai suoi legali di evitare l’estradizione in Italia e di facilitare il suo ritorno negli Stati Uniti.

L’epilogo giudiziario europeo non tardò ad arrivare. Nel febbraio del 2016, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) di Strasburgo emise una sentenza di condanna severissima contro lo Stato italiano. I giudici europei stabilirono che l’Italia aveva violato gli articoli della Convenzione relativi al divieto di tortura e al diritto a un processo equo, poiché sapeva del sequestro di Abu Omar e aveva colpevolmente omesso di proteggerlo, coprendo poi i responsabili attraverso l’uso distorto del segreto di Stato. Ironia della sorte, la vicenda dell’imam si concluse paradossalmente anche con un verdetto di condanna a suo carico: nel 2013, dieci anni dopo il sequestro, la giustizia italiana lo condannò in via definitiva a sei anni di reclusione per associazione a delinquere finalizzata al terrorismo internazionale, sancendo la chiusura definitiva di una delle pagine più indegne della storia giudiziaria e diplomatica della Repubblica Italiana.

Robert Seldon Lady
Robert Seldon Lady

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