Nel 1974 Giuseppe Grigoli gestiva piccolo alimentari a Castelvetrano. Venticinque anni dopo, aveva costruito un impero nel settore della grande distribuzione, controllando tutti i supermercati Despar della Sicilia occidentale e non solo.
Questo finché il centro operativo di Palermo della DIA non gli ha messo le manette ai polsi, confiscando tutti i suoi averi: 12 società, 220 fabbricati (palazzine e ville), 133 appezzamenti di terra per un valore complessivo stimato di 700 milioni di euro. Uno dei sequestri più importanti contro Cosa Nostra dopo quelli subiti dal Re dell’eolico Vito Nicastri.
Le indagini della DIA hanno preso spunto dalle rivelazioni del collaboratore di giustizia Maurizio Di Gati e dal ritrovamento di alcuni ‘pizzini’ nel covo dove fu arrestato il presunto ex-capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano. In una fitta corrispondenza tra quest’ultimo e il boss di Castelvetrano Matteo Messina Denaro, i due discutevano di un contenzioso creatosi tra Giuseppe Grigoli e il capobastone di Agrigento Giuseppe Falsone, che voleva taglieggiare l’imprenditore. Nei pizzini, Messina Denaro veniva in soccorso di Grigoli, chiedendo a Provenzano di intervenire in suo favore.
“il mio paesano paga 10 mila euro per ogni sito che ha ad Ag (Agrigento – ndr) per ogni anno”, scriveva Messina Denaro. “In questo caso, dato che paga, non darà posti di lavoro. La mia seconda proposta: se il mio paesano non paga niente per come vuole il 28 (era il codice di Falsone – ndr) per rispetto a me, ed io lo ringrazio e gli sono grato per ciò e dica al 28 che io non dimenticherò mai questa gentilezza, allora se il mio paesano non paga, darà due posti come impiegati per ogni sito, impiegherà 2 persone che interessano ad Ag”.
Gli affari di Grigoli costituivano un fiume di denaro che scorreva nelle casse di Cosa Nostra. Basti pensare che la sola gestione del centro commerciale Belicittà, di proprietà di una delle sue aziende, generava profitti per 250 mila euro al mese.

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Sentenza Despar Messina Denaro Grigoli 12243-2006