Un’operazione di controspionaggio del ROS dei Carabinieri ha fatto luce su una rete di “talpe” interne alla Difesa. Ex agenti dei servizi e militari in servizio passavano informazioni riservate su armamenti e missioni estere in cambio di migliaia di euro.
La guerra ibrida di Mosca ha trovato terreno fertile nel cuore del nostro apparato di sicurezza, grazie a una rete di traditori interni pronta a svendere la sicurezza nazionale per un pugno di euro. L’inchiesta, coordinata dalla Procura di Roma e condotta dai Ros dei Carabinieri, ha portato agli arresti domiciliari due ex 007 e messo sotto inchiesta altri cinque militari, svelando un sistema di spionaggio sistematico e pericoloso.
Il cuore dell’inchiesta: il “metodo Piras”
Al centro del sistema c’era Gavino Raoul Piras, 59enne di Sassari, ex sottoufficiale dell’Arma e veterano dell’intelligence italiana, già insignito della Legion of Merit statunitense per il suo servizio in Afghanistan e Iraq. Piras, che dopo il congedo (avvenuto nel 2017) si definiva “analista indipendente”, sarebbe stato il contatto privilegiato di un ufficiale del GRU (il servizio segreto militare russo), Mikhail Astakhov, accreditato in Italia come diplomatico e dunque protetto dall’immunità, dopo che il suo predecessore, Damir Ravilevich
Kurmashov – anch’egli in contatto con Piras – è stato rimpatriato come persona non grata.
Le indagini hanno documentato incontri in luoghi pubblici – parchi, panchine, bar – dove avveniva lo scambio di informazioni. Piras non si limitava a consegnare pizzini, ma gestiva veri e propri “pacchetti informativi” su supporti digitali, protetti da accorgimenti degni di una spy-story: cellulari infilati nei forni a microonde per evitare intercettazioni e messaggi nascosti nelle crepe dei muri. Il compenso per ogni “prestazione” si aggirava intorno ai 4.000 euro in contanti, che lo stesso Piras riteneva una miseria. “Ma voi siete dei poveracci scusa eh”, bofonchiava tra se e se.
La rete delle “talpe”
Piras non agiva da solo. Si avvaleva di una rete di contatti all’interno del Ministero della Difesa, in posizioni cruciali per la sicurezza nazionale e cibernetica. Oltre a Piras, è finito agli arresti domiciliari anche Vincenzo Di Pasquale, 59enne di Matera, ex appartenente all’AISI.
Gli altri soggetti indagati, a vario titolo, per reati che vanno dal procacciamento di notizie riservate alla rivelazione di segreti di Stato, per i quali è stata rigettata la richiesta di misure cautelari, sono:
Davide Piantanida (46 anni, di Foggia), Gianluca Nardella (47 anni, di Foggia), Giuseppe Tempesta (55 anni, di Bari), Sergio Romeo (57 anni, di Messina) e Antonio Guerra (69 anni, di Bari).
Cosa veniva venduto?
Il materiale finito sul mercato nero russo era di estrema delicatezza: dettagli sulla missione italiana in Bulgaria (organici, linee di penetrazione, piani operativi), identità e volti di agenti dell’AISE e dell’AISI, informazioni su sistemi d’arma avanzati come il Michelangelo Dome di Leonardo e la gestione dei missili inviati all’Ucraina. Ma anche liste di appartenenti all’MI6 e informazioni sul controspionaggio da parte dell’AISI sugli stessi russi che acquistavano le informazioni. Tutti dati classificati, che avrebbero potuto mettere a repentaglio la vita di uomini e donne impegnate in operazioni di controspionaggio in Italia e all’estero.
La reazione politica
Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha dipinto uno scenario apocalittico (chissà che cosa sa che noi non sappiamo), definendo la vicenda “la punta di un iceberg gigantesco, fatto di nemici esterni e traditori interni”. Dello stesso avviso la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno, che non ha perso l’occasione per sparare un po’ di propaganda pro riarmo, che fa sempre comodo: “I cari vecchi metodi del Kgb sono ancora realtà. Ecco perché serve investire nella Difesa. Purtroppo la guerra fredda informativa non è mai finita”.
Mentre l’agente russo Mikhail Astakhov resta al momento in Italia, protetto dal suo status diplomatico, l’inchiesta apre una ferita profonda nella gestione del personale di sicurezza post-servizio. Il quadro che emerge è quello di un sistema di ‘fedeltà a pagamento’, dove la lealtà allo Stato viene sacrificata per una manciata di euro. Accuse pesanti che non solo si traducono in un procedimento penale, ma segnano una crisi di fiducia devastante nelle istituzioni della Difesa, dipingendo i nostri servizi come un’accozzaglia di cialtroni senza scrupoli; e bisogna dire che, in questo, si conferma purtroppo una lunga e triste tradizione italica.

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