Il racconto di questa complessa inchiesta giudiziaria affonda le sue radici nell’urgenza e nella disperazione di un latitante. Tutto ebbe inizio nel 1999 con la caccia a Salvatore Fazzalari, un nome pesante della ‘Ndrangheta, boss di Taurianova affiliato alla cosca Avignone-Zagari-Viola, costretto alla clandestinità ma attivo nel Nord Italia. La sua sopravvivenza e la necessità di finanziare i suoi problemi legali imponevano un flusso costante di denaro, una pressione che agì come un detonatore, scoperchiando un reticolo di operazioni finanziarie internazionali che coinvolgeva broker, banchieri, avvocati e i vertici di diverse cosche.
Il Grilletto: La Corsa ai Milioni e la Minaccia
La vicenda si consumò in gran parte tra Genova e Milano. L’obiettivo primario della cellula ‘ndranghetista era il broker finanziario Luigi Caputo. Questi era tenuto sotto una pressione psicologica e fisica implacabile, gestita dal ‘mastino’ Romolo Girardelli, l’uomo che fungeva da braccio armato in Liguria. Le intercettazioni rivelarono l’escalation: il boss in persona, Salvatore Fazzalari, era intervenuto al telefono, infrangendo le regole della latitanza, per intimare il pagamento, usando velate ma inequivocabili minacce di morte (“Te lo posso dire com’è morto ‘Tranquillo’?!? E’ morto ‘inculato’“). La scadenza era fissata al 25 luglio 2000, data entro cui Fazzalari doveva ottenere il denaro per spostarsi dalla Liguria e far fronte ai suoi guai giudiziari.
Il Doppio Gioco del Mediatore: Vincenzo Fazzari e la “Gallina dalle Uova d’Oro”
A mediare tra la violenza del latitante e la vittima c’era Vincenzo Fazzari, detto “Cecè”, figura chiave della Lombardia, descritto come un uomo di importanti agganci. Fazzari si adoperava per proteggere Caputo, che definiva la “gallina dalle uova d’oro”: il broker doveva essere sfruttato per la sua capacità di generare ricchezza, non eliminato. Nelle conversazioni, Fazzari ostentava contatti di altissimo livello e parlava di “lavori per lo Stato” (eufemismo per operazioni finanziarie illecite), tentando di dare credibilità a schemi complessi. Nonostante la retorica dei miliardi, la realtà era ben più pragmatica: l’urgenza di pochi milioni di lire era impellente per venire incontro alle esigenze del latitante.
Il Mercato Nero dei Titoli e la Pista Svizzera
Le indagini svelarono come la banda cercasse disperatamente liquidità attraverso operazioni al limite della truffa internazionale. Si discuteva continuamente di “monetizzare” complessi strumenti finanziari come i titoli obbligazionari GNMA e Treasury Bonds (T.B. – Buoni del Tesoro), oltre a tentativi di negoziare assegni come quelli della società “ELISHIP”. Questa attività, gestita anche con la collaborazione di figure come Silvano Nizzoli, si concentrava lungo l’asse Milano-Svizzera. La frenesia era palpabile: anche dopo l’arresto di Salvatore Fazzalari, Vincenzo Fazzari e Caputo continuavano a muoversi tra Lugano e Chiasso per cercare di ritirare i primi 4,8 milioni di marchi tedeschi (DM), con Fazzari che tratteneva 800.000 DM come compenso, in una palese dimostrazione di come la criminalità organizzata si nutrisse di liquidità immediata, spesso ottenuta con metodi sporchi e rapidi.
La Svolta: I Clan De Stefano e l’Operazione “LOUP”
Ma la caccia al latitante fu anche l’apertura su un fenomeno ben più vasto. L’inchiesta si concentrò presto su Luigi Caputo non più solo come vittima, ma come broker a servizio di poteri criminali ben più stabili e forti. Egli era il trait d’union tra la ‘Ndrangheta (in particolare la cosca De Stefano), e la mafia siciliana (Pilera-Capello-Miano), rappresentata da figure come Giovanni De Maria.
L’attenzione si focalizzò sull’Operazione “LOUP”, diretta dalle menti finanziarie del clan De Stefano: Antonio Vittorio Canale e Paolo Martino. L’obiettivo primario non era l’estorsione, ma il riciclaggio. L’operazione mirava a disinvestire un precedente acquisto immobiliare a Ginevra, recuperando e reimmettendo in circolazione capitali di origine illecita. Per raggiungere lo scopo, i clan non si affidavano solo alla violenza, ma a una squadra di professionisti: Caputo come intermediario, Fabrizio Vacchini come consulente legale e figure come Michelangelo Di Giacomo e Domenico Savio Danieli, che interponevano società fittizie e persino fondazioni, come la “ARMY OF VOLUNTEERS FOUNDATION”, per rendere irrintracciabile l’origine del denaro.
La Liguria, Tana Protetta, e l’Infiltrazione Trasversale
L’analisi geografica delle intercettazioni rivelò la verità scomoda: la Liguria non era una periferia, ma un vero e proprio snodo strategico, un’area considerata “tranquilla” dove le famiglie della ‘Ndrangheta potevano incontrarsi, gestire affari e garantire le latitanze, grazie a una radicata omertà e a una fitta rete di complicità. Gli incontri cruciali venivano fissati in località saldamente controllate dalle cosche, come Recco (vicina ai Piromalli), Varazze (area Stefanelli-Giovinazzo), e Bordighera (Pellegrino-Barilaro).
A confermare la trasversalità delle collusioni intervenne il “filone politico”: i registri associativi svelarono che il favoreggiatore Romolo Girardelli era iscritto alla Lega Nord. Ancora più significativa era la figura di Bruno Lorenzi, cambista a Latte (frazione di Ventimiglia), anch’egli tra i fondatori locali della Lega Nord, che operava al servizio di Gianpietro Paleari (cosca Pesce-Piromalli). Lorenzi applicava tariffe di cambio concordate per i traffici di denaro destinato al gioco d’azzardo a Montecarlo, dimostrando come la ‘Ndrangheta avesse saputo creare legami solidi e opportunistici in ogni settore, dalla politica locale alla micro-finanza di frontiera.
L’Epilogo Giudiziario e l’Eredità Mancata
L’arresto di Salvatore Fazzalari, avvenuto nel luglio del 2000, segnò la fine di quel capitolo. Successivamente, la DDA di Reggio Calabria emise le richieste cautelari, operando una distinzione fondamentale. Il GIP, pur riconoscendo il ruolo di supporto logistico, riqualificò le azioni di Girardelli e dei suoi sodali (Franco Marchi e Maurizio Panciatici) in semplice favoreggiamento personale (Art. 378 c.p.), escludendo la loro intraneità all’associazione mafiosa.
Viceversa, il destino dei boss Antonio Vittorio Canale e Paolo Martino fu ben diverso: furono confermati come figure di alto rilievo della cosca De Stefano e vennero perseguiti per la loro attività di riciclaggio, dimostrando che il vero cuore pulsante dell’organizzazione risiedeva nella sua capacità di muovere e ripulire il denaro. Questa indagine, avviata da Reggio Calabria, rivelò con anni di anticipo la profonda “colonizzazione” della Liguria e della Lombardia, un allarme che, purtroppo, venne raccolto con colpevole ritardo dalle autorità del Nord, permettendo ai nomi emersi da questa inchiesta di continuare, in molti casi, a operare indisturbati.

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