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Il Dossier ‘Mafia – Appalti’ E Le Morti Dei Giudici Falcone E Borsellino

(I PDF degli atti processuali collegati si trovano alla fine dell'articolo)

Il dossier ‘Mafia – Appalti’ e le morti dei giudici Falcone e Borsellino post thumbnail image

Nell’introdurre il dossier ‘Mafia – Appalti’ è doverosa una premessa:

L’estate del 1992 ha segnato una delle pagine più oscure della storia italiana, con le stragi di Capaci e Via d’Amelio che strapparono alla vita i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, esempi di onestà, rettitudine e giustizia come ce ne sono stati pochi, pochissimi, nella storia della nostra Repubblica. Onore a loro.

Dietro a questi eventi tragici, si cela un’indagine, il dossier ‘Mafia – Appalti’ – portata avanti dal ROS dei Carabinieri di Palermo a partire dall’estate del 1989 – che prometteva di scoperchiare il “Vaso di Pandora” degli appalti in Sicilia e nel resto d’Italia: centinaia di miliardi di lire, tutti soldi dei contribuenti, che grazie a una classe dirigente marcia fino al midollo, andavano a ingrassare le tasche dei mafiosi e dei loro amici costruttori, dei più blasonati e osannati industriali del nord, di politici ciarlatani e corrotti di roma – insomma, una scia di lerciume che fino a oggi insozza lo stivale da cima a fondo (visto che questi patrimoni non sono mai stati pienamente aggrediti e restituiti ai cittadini, producendo nuove generazioni di imprenditori e politici ciarlatani). Una vera e propria ipoteca sul futuro della nostra repubblica. Non solo mafiosi siciliani dunque, come la narrazione razzista infrasistemica imporrebbe, ma la crème de la crème dell’imprenditoria e della classe dirigente italica di allora.

Ma con la morte di Falcone e Borsellino, l’indagine perse vigore e non riuscì a produrre i risultati auspicati, vuoi perché i colleghi dei due magistrati non erano al loro livello, vuoi per gli insabbiamenti, vuoi per la volontà dei poteri forti di dimenticare tutto e gozzovigliare sui resti dei due giudici fatti saltare in aria.

Ed è così che qualcuno oggi indica il dossier Mafia – Appalti come l’unico movente per l’uccisione dei due magistrati, sostenendo che tentare di individuare i mandanti occulti delle stragi sia un esercizio futile, frutto di una fantasia infantile e complottista.

Ma veramente vogliamo credere che Cosa Nostra da sola abbia determinato la stagione delle stragi del 92-93? Vogliamo credere che non ci fossero interessi politici, geopolitici e istituzionali dietro alla morte non solo di Falcone e Borsellino, ma anche di personaggi come Piersanti Mattarella, Michele Reina, Pio La Torre…? Che sia stato tutto determinato dai “viddani” di Corleone e da Iddu, che a stento riuscivano a scrivere i propri nomi?

Insomma, affermare che questo dossier sia stato l’unico, o anche il principale, motivo delle stragi è riduttivo, e non tiene conto della complessità del contesto e del dibattito ancora aperto sulle cause profonde di quegli eccidi, che a distanza di decenni meriterebbero se non altro rispetto e deferenza. Invece oggi, proprio come allora, ci viene proposta una narrazione che nega la presenza di mandanti occulti per quelle morti, nel malcelato e maldestro tentativo di nascondere la sporcizia sotto il tappeto e di chiudere forzatamente un capitolo che evidentemente fa ancora paura.

Ma noi non ci caschiamo. Chi ha letto le carte sa bene che il procedimento Mafia – Appalti è solo uno dei tanti elementi in un quadro ben più ampio. Dopotutto oggi sappiamo che Giovanni Falcone aveva scoperto legami inquietanti tra Cosa Nostra e formazioni terroristiche come i NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari), Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo – che all’epoca erano, proprio come la Mafia, spaventose marionette mosse dai settori deviati delle istituzioni italiane, tutte tenute insieme dal collante pseudo-ideologico della loggia massonica P2 di Licio Gelli – altro sporcaccione – e da altre organizzazioni segrete e non.

Fine della premessa. Ora passiamo alla storia.

Le Origini del “Sistema Siino”

L’indagine Mafia – Appalti prende le mosse da un’informativa del ROS di Palermo del 16 febbraio 1991, che partendo dall’omicidio di un piccolo boss, Barbaro La Barbera, a Ventimiglia di Sicilia, portava gli inquirenti a scoprire un’associazione a delinquere che controllava l’intero sistema economico di tre piccoli comuni a ridosso del bosco della ficuzza, a sud di Palermo: Baucina, Ciminna e Ventimiglia di Sicilia. L’associazione in questione era composta da esponenti mafiosi, pubblici amministratori e imprenditori.

Al centro di questo sistema spuntava il nome di Angelo Siino, noto come il “ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra”, figlio e nipote di mafiosi, con trascorsi politici nella Democrazia Cristiana e contatti nella massoneria. Scavando nel passato di Siino, gli inquirenti scoprirono che lo stesso agiva come ambasciatore di Salvatore Riina per la spartizione degli appalti pubblici in Sicilia e non solo. Il “sistema Siino”, o del “tavolino”, così come è stato definito, era piuttosto semplice: il 3% del valore dell’appalto andava alla famiglia mafiosa locale, il 2% ai politici e un ulteriore 2% direttamente a Totò Riina e i “viddani”. In cambio, Cosa Nostra garantiva la vittoria a turno delle gare e la “serenità” degli imprenditori “amici”, fornendo anche materiale e subappaltatori. Chi si rifiutava, come l’imprenditore Luigi Ranieri (ucciso dalla mafia il 14 dicembre 1988) era ovviamente destinato a essere eliminato.

Il sistema non si applicava solo in Sicilia, e presto gli inquirenti si trovarono di fronte a uno scenario che coinvolgeva alcuni dei gruppi industriali più importanti d’Italia, come la Tor di Valle Costruzioni di Roma e la Calcestruzzi S.p.a. del gruppo Ferruzzi-Gardini, coinvolte nella costruzione di strutture pubbliche lungo tutto lo stivale: dalla Casa circondariale di Civitavecchia, al prolungamento della linea “B” della metropolitana di Roma lotto 7, ai lavori di raddoppio della galleria Avellola di Benevento, al terminale marittimo Isola Bianca nel porto di Olbia, all’impianto termoelettrico di Piombino, al prolungamento della linea “B” nella metropolitana lotto 3, alle platee di raccolta colaticci di gasolio e acque nel deposito locomotive di Livorno, alla costruzione del nuovo centro telecomunicazioni di Roma località Inviolatella… solo per citare alcune delle opere coinvolte.

Il Dossier “Mafia e Appalti” e le Sue Controversie

La cattura di Angelo Siino era imminente già agli inizi del 1991, proprio mentre il ROS dei Carabinieri (il cui “I Reparto”, quello con competenza investigativa sulla criminalità organizzata, era comandato dal colonnello Mario Mori e dal capitano Giuseppe De Donno) stava completando l’inchiesta “Mafia e Appalti”. Il giudice Giovanni Falcone, intuendone la portata, ne volle il deposito in Procura.

Tuttavia, il percorso di questa informativa fu tutt’altro che lineare e trasparente. Siino stesso fu avvertito dell’imminente arresto da Salvo Lima, (politico, mafioso ed europarlamentare della Democrazia Cristiana, trucidato pochi mesi prima di Falcone e Borsellino) che gli mostrò il dossier nella sede palermitana della DC. Era evidente che ci fosse stata una gravissima fuga di notizie, che permise alle persone i cui nomi comparivano nel dossier di correre ai ripari prima che si attivasse la macchina della giustizia. Ma dov’era la talpa? Nelle file del ROS? In Procura?

La fuga di notizie non fu l’unico aspetto inquietante dell’indagine. Uno dei capitoli più controversi emerso nel corso degli anni è l’esistenza di una seconda ‘versione’ dell’informativa del ROS – e forse anche di una terza… La prima, quella del 16 febbraio 1991, curiosamente, era priva di riferimenti espliciti a politici di spicco come Calogero Mannino (sempre DC), Salvo Lima e Rosario Nicolosi. Falcone la ricevette ma, essendo prossimo al trasferimento al Ministero di Grazia e Giustizia, la consegnò al Procuratore Pietro Giammanco per la riassegnazione.

Solo il 3 settembre 1992, un anno e mezzo dopo la prima versione del rapporto e dopo le stragi di Capaci e Via d’Amelio che avevano tappato la bocca a Falcone e Borsellino, il ROS del generale Antonio Subranni depositò una seconda informativa, che, a differenza della prima, conteneva espliciti riferimenti ai politici coinvolti nel giro degli appalti. Riferimenti che si basavano su acquisizioni addirittura antecedenti al febbraio 1991 e “inspiegabilmente escluse” dalla versione precedente.

Inoltre, come evidenziato dall’ex Procuratore Generale di Palermo, Roberto Scarpinato, il ROS aveva nascosto alla Procura della Repubblica di Palermo l’esistenza di un’importantissima intercettazione del maggio 1990, in cui l’onorevole Lima raccomandava tale Cataldo Farinella (boss mafioso originario di Gangi, poi arrestato con Siino).

All’accusa che la Procura di Palermo sarebbe colpevole di avere insabbiato l’indagine, risponde sempre Scarpinato, dicendo che l’inchiesta “Mafia-appalti” non fu affatto archiviata nel luglio 1992, come spesso erroneamente sostenuto. Dopo l’arresto di sette indagati, tra cui Angelo Siino, nel 1992 fu richiesta l’archiviazione solo per alcuni soggetti per i quali non vi erano ancora prove sufficienti.

La parte più importante dell’inchiesta, relativa alla gestione degli appalti della SIRAP (società controllata dall’ESPI – Ente Siciliano per la Promozione Industriale) per “mille miliardi delle vecchie lire”, che coinvolgeva il livello politico e amministrativo, fu invece stralciata e proseguì. A seguito del deposito dell’informativa SIRAP del ROS del 3 settembre 1992 e delle dichiarazioni di nuovi collaboratori di giustizia, l’archiviazione fu revocata per alcuni soggetti, che furono poi arrestati nel giugno 1993, tra cui Salvatore Riina, il politico Salvatore Lombardo, e vertici di imprese nazionali come Vincenzo Lodigiani e Claudio Rizzani De Eccher.

Le Stragi del ’92: Un Mosaico Complesso di Interessi e Poteri Occulti

Le morti di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono un capitolo ancora aperto della storia italiana, e il dossier “Mafia e Appalti” rappresenta certamente un elemento di grande rilevanza, ma non l’unico né necessariamente il principale. Dalle testimonianze di collaboratori di giustizia, come Angelo Siino stesso, è emerso che gli attentati subirono un’accelerazione anche a causa dell’interessamento dei due magistrati al dossier e alla consapevolezza che il gruppo Ferruzzi-Gardini stesse trattando affari con Cosa Nostra. É vero, Falcone aveva capito la natura di questo “accordo politico-imprenditoriale-mafioso”, e la sua affermazione che “la mafia era entrata in Borsa”, riferita alla quotazione in Borsa del gruppo Ferruzzi-Gardini, aveva sicuramente allarmato Cosa Nostra, e non solo.

Tuttavia, il quadro è molto più ampio. Il “Borsellino ter”, processo sulla strage di via d’Amelio, ha chiarito che la morte di Paolo Borsellino non fu voluta solo per paura, ma anche per esercitare una “forte pressione sulla compagine governativa” e indurre a trattare un mutamento di linea politica. La fretta di Riina nel compiere la strage, come raccontato da Totò Cancemi, fa pensare a “impegni presi” con “qualcuno”, suggerendo la presenza di soggetti esterni a Cosa Nostra che premevano per l’accelerazione degli eventi.

È poi fondamentale considerare che le indagini di Falcone andavano ben oltre gli appalti. Come abbiamo già accennato, il giudice stava esplorando legami inquietanti tra Cosa Nostra, formazioni terroristiche e settori deviati delle istituzioni italiane, spesso interconnessi attraverso la loggia massonica P2.

Questo scenario di “mandanti esterni” e di connivenze tra criminalità organizzata, eversione e apparati statali aggiunge uno strato di complessità alle motivazioni delle stragi, rendendo semplicistico attribuirle unicamente al dossier “Mafia e Appalti”. La ricerca della verità, dunque, deve necessariamente esplorare tutte queste connessioni, come suggerito anche dalla gip di Caltanissetta, Graziella Luparello, che ha chiesto ulteriori approfondimenti sulle piste dei “mandanti esterni”, citando elementi emersi nei processi sulla strage di Bologna, su “‘Ndrangheta stragista” e sull’omicidio dell’agente Antonino Agostino e di sua moglie Ida Castelluccio, ed esplorando la “pista nera” e i legami tra eversione, mafia, ‘Ndrangheta, servizi segreti e massoneria.

Il Mistero dell’Agenda Rossa e i Mandanti Esterni

La ricerca della verità sulla strage di via d’Amelio è anche legata alla sparizione dell’ormai famosa agenda rossa di Paolo Borsellino. La famiglia del giudice ne segnalò l’esistenza fin da subito, ma Arnaldo La Barbera, allora a capo della squadra mobile della Polizia di Palermo, liquidò la cosa come una “farneticazione”. Successivamente, si scoprì che La Barbera stesso, in passato, era stato al soldo dei servizi segreti e fu poi indicato nella sentenza del Borsellino quater tra i fautori del depistaggio.

Il ritrovamento di una fotografia che ritraeva il capitano dei Carabinieri Giovanni Arcangioli allontanarsi dal luogo della strage con la borsa di Borsellino ha aperto un nuovo capitolo sulle indagini. Sebbene Arcangioli sia stato prosciolto, la sua deposizione è stata giudicata “ben poco convincente”.

Recentemente, grazie al lavoro del movimento “Agende Rosse”, l’analisi dei video del 19 luglio 1992 ha permesso l’identificazione del colonnello Emilio Borghini, comandante del Gruppo dei Carabinieri di Palermo, in prossimità del luogo e dell’ora in cui Arcangioli fu ripreso con la borsa. Borghini ha dichiarato che Arcangioli era alle dipendenze di un soggetto che “poi andò al Ros, credo che si chiamasse De Donno”, sollevando il dubbio su un possibile coinvolgimento del ROS nella gestione della scena del crimine.

Il “furto” dell’agenda rossa è considerato il primo e fondamentale atto di depistaggio, poiché uccidere Borsellino senza far scomparire i documenti in suo possesso sarebbe stato troppo rischioso. Le parole del giudice a Casa Professa, in cui affermava di essere “testimone” e di voler riferire ciò che sapeva sulla morte di Falcone, sottolineano l’importanza cruciale del suo lavoro e delle sue scoperte.

Le Minacce ai Magistrati Oggi: Una Pista per il Passato

Oggi, l’attenzione della Procura di Caltanissetta sui “mandanti esterni” delle stragi si concentra su piste cruciali. La stessa Cosa Nostra, attraverso le sue azioni, indica quali siano le indagini più pericolose. Le condanne a morte rivolte dai boss Salvatore Riina e Matteo Messina Denaro al magistrato Nino Di Matteo – accusato di essersi “spinto troppo oltre” – sono un segnale inequivocabile. Le “garanzie” che avrebbero ricevuto i mafiosi per compiere l’attentato contro Di Matteo e il fastidio politico nei suoi confronti suggeriscono l’esistenza di un livello superiore di responsabilità. La ricerca della verità sui mandanti esterni, che non sono fantasmi ma persone che vogliono vedere morti proprio quei magistrati che cercano di dare loro un volto, è un imperativo categorico.

In conclusione, il nostro umile suggerimento: la Procura di Caltanissetta e la Commissione parlamentare antimafia dovrebbero ripartire dagli spunti emersi in processi come il “Borsellino ter” e la “Trattativa Stato-Mafia”, concentrandosi sui legami tra mafia, politica, e poteri occulti, invece di trattare il dossier Mafia – Appalti come se fosse il Santo Graal dello stragismo.

Chi ha letto le carte di questi e altri procedimenti – vedi gli omicidi di Michele Reina, Piersanti Mattarella, Pio La Torre, Gaetano Costa, Mario Francese e altri ancora – ha compreso da tempo che sia i ‘terroristi’ (neri o rossi che fossero) che i “viddani” di Corleone non sono stati altro che il braccio armato di parti delle istituzioni, vendutesi a imprenditori rapaci e gruppi di potere occulti. Il lavoro di personaggi come Falcone e Borsellino è ancora oggi un potente anticorpo che non può essere neutralizzato così facilmente: rimane, indelebile, a guardia dei valori più alti della nostra società.

Quindi chi è colpevole dell’insabbiamento? Carabinieri infedeli oppure i sopravvissuti del pool antimafia della Procura di Palermo? La storia dell’inchiesta “Mafia e Appalti” è un monito, a testimonianza di quanto sia complessa e pericolosa la lotta per la giustizia in Italia, un Paese che ancora attende piena luce sui segreti delle stragi. Si dice che il tempo è galantuomo. Di certo in Italia non lo è stato, eppure continuiamo a sperare.

Angelo Siino
Il mafioso Angelo Siino

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