Bruno Contrada, L’uomo Dei Misteri

Bruno Contrada
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La vicenda giudiziaria di Bruno Contrada rappresenta uno dei capitoli più complessi, dibattuti e divisivi della storia repubblicana italiana riguardo ai rapporti opachi tra gli apparati di sicurezza dello Stato e Cosa Nostra. Al centro di questo intricato percorso vi è la storica sentenza emessa dal Tribunale di Palermo il 5 aprile 1996, che sancì la prima condanna a dieci anni di reclusione per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Una vicenda che, decenni dopo, ha trovato un clamoroso epilogo giudiziario con la revoca definitiva della condanna nel luglio del 2017.

Chi era Bruno Contrada: ruoli, inchieste storiche e reti istituzionali

Nato a Napoli il 2 settembre 1931, Bruno Contrada è stato un alto dirigente della Polizia di Stato e numero tre del SISDE, dopo aver ricoperto incarichi nevralgici come capo della Squadra Mobile di Palermo e dirigente della sezione siciliana della Criminalpol. Entrato in polizia nel 1962, nel corso dei decenni settanta e ottanta fu impegnato in prima linea su inchieste di straordinaria rilevanza, tra cui la scomparsa del giornalista Mauro De Mauro e l’omicidio del presidente dell’Eni Enrico Mattei, lavorando a stretto contatto con investigatori simbolo della lotta alla mafia come Boris Giuliano, Carlo Alberto dalla Chiesa e Giuseppe Russo.

Tuttavia, la sua parabola si inserisce in una fitta rete di relazioni trasversali tra ambienti istituzionali, imprenditoriali e salotti di potere palermitani. Nelle carte processuali e storiche sono emersi legami con figure di primo piano del tessuto economico-finanziario siciliano, come il conte Arturo Cassina, e l’affiliazione a ordini cavallereschi di forte rilievo relazionale come l’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme (di cui facevano parte sia Contrada che lo stesso Cassina, ritenuto vicino agli ambienti mafiosi). Nei momenti di massima esposizione giudiziaria, Contrada poté inoltre contare su forti difese e coperture all’interno delle gerarchie dello Stato: emblematiche furono la ferma presa di posizione pubblica assunta a sua difesa dall’allora capo della polizia Vincenzo Parisi all’indomani del suo arresto nel dicembre del 1992, e il supporto di ampi settori della dirigenza burocratica e investigativa.

I contatti con Cosa Nostra: i clan, i capi storici e le “soffiate”

La fitta rete di contatti intessuta da Bruno Contrada con i vertici di Cosa Nostra emerse con forza attraverso le dichiarazioni convergenti di numerosi collaboratori di giustizia — tra cui Tommaso Buscetta, Gaspare Mutolo, Giuseppe Marchese e Salvatore Cancemi. I principali interlocutori mafiosi del dirigente furono i massimi esponenti della cupola palermitana e corleonese, tra cui Stefano Bontate, Michele Greco (noto come “il Papa”), Salvatore Inzerillo e Salvatore Riina.

Secondo quanto ricostruito nei dibattimenti, i rapporti non si esaurivano in una mera coesistenza o in una fisiologica attività di raccolta confidenziale, bensì si traducevano in un vero e proprio mercimonio di informazioni e favori istituzionali. Contrada — sfruttando la sua posizione apicale prima alla Mobile, poi alla Criminalpol e infine al SISDE — avrebbe garantito ai boss la trasmissione sistematica di notizie riservate e imminenti “soffiate” su blitz, perquisizioni e mandati di cattura, permettendo loro di sottrarsi alla giustizia. Tra gli episodi documentati figurano pressioni e interventi negli uffici competenti per agevolare il rilascio di patenti di guida a favore di capimafia latitanti o protetti, cementando un canale di impunità che garantiva a Cosa Nostra una sponda protetta all’interno dello Stato.

Le rivelazioni di Luigi Ilardo (fonte “Oriente”) su Contrada

Un tassello di straordinaria importanza sul sistema di coperture istituzionali di cui godeva Cosa Nostra arriva anche dalle dichiarazioni rese da Luigi Ilardo, reggente di Cosa Nostra nella provincia di Caltanissetta, nonché cugino di Giuseppe “Piddu” Madonia, boss di Vallelunga Pratamento. Ilardo divenne confidente del colonnello dei Carabinieri Michele Riccio con il nome in codice di fonte “Oriente”. Prima di essere tragicamente assassinato il 10 maggio 1996, Ilardo descrisse nei suoi verbali e colloqui un quadro impressionante di commistioni tra la mafia militare corleonese e apparati infedeli dello Stato.

Nelle rivelazioni di Ilardo e nelle successive analisi investigative legate all’indagine “Grande Oriente”, la figura di Bruno Contrada veniva definita “l’uomo dei misteri”, uno degli anelli di congiunzione tra la mafia e le istituzioni statali.

Il ruolo nell’estate del 1992, i rapporti con Paolo Borsellino e l’inchiesta di Caltanissetta

Un capitolo particolarmente drammatico riguarda il ruolo giocato da Bruno Contrada durante la stagione delle stragi del 1992 e, in particolare, nei giorni immediatamente successivi all’attentato di via d’Amelio in cui perse la vita il giudice Paolo Borsellino. Proprio in quel periodo, il magistrato Borsellino stava ascoltando in gran segreto le rivelazioni del pentito Gaspare Mutolo riguardo ai collusi all’interno delle istituzioni e dello stesso SISDE; lo stesso stato d’animo alterato e i sospetti di Borsellino nacquero anche dopo aver avuto contezza di fughe di notizie riservatissime all’interno degli apparati di sicurezza.

Nonostante l’apertura di un canale investigativo da parte della Procura di Caltanissetta e i contatti operativi che lo stesso SISDE mantenne in quella fase caotica, la posizione di Contrada divenne insostenibile. Le tensioni e i sospetti sui depistaggi e sulle interferenze dei servizi portarono, nel dicembre del 1992, al suo clamoroso arresto. Contrada si è sempre difeso parlando di una vendetta incrociata da parte di pentiti e magistrati ostili, arrivando a dichiarare un legame di amicizia con lo stesso Borsellino — circostanza tuttavia fermamente smentita dai familiari del giudice assassinato.

La sentenza del 5 aprile 1996 e l’accertamento delle responsabilità storiche

All’esito del dibattimento iniziato nell’aprile 1994, il Tribunale di Palermo pronunciò la storica sentenza di condanna il 5 aprile 1996, infliggendo a Contrada dieci anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. I giudici riconobbero che l’imputato aveva fornito un contributo sistematico e consapevole al rafforzamento e alla conservazione di Cosa Nostra, cristallizzando le sue responsabilità storiche e fattuali come parte di quel sistema di apparati infedeli dello Stato che si rivelò funzionale all’ascesa della fazione corleonese e complice della loro lunga impunità.

La svolta del 2017: la revoca della condanna e le ultime perquisizioni

Il percorso giudiziario ha vissuto una svolta radicale il 7 luglio 2017, quando la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato dal difensore Stefano Giordano attraverso lo strumento dell’incidente di esecuzione. La Suprema Corte ha dichiarato “ineseguibile e improduttiva di effetti penali la sentenza di condanna”, dando piena esecuzione alla storica pronuncia della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) del 2015. Secondo Strasburgo, infatti, all’epoca dei fatti contestati a Contrada (tra il 1979 e il 1988) il reato di concorso esterno non era sufficientemente chiaro né prevedibile nell’ordinamento italiano (principio di irretroattività). Poiché Contrada aveva ormai scontato interamente la pena, gli effetti della pronuncia della Cassazione si sono ripercussioni dirette sul piano previdenziale e pensionistico, portando alla revoca della destituzione e alla reintegra formale nei ruoli della Polizia di Stato come pensionato.

Nonostante la chiusura della vicenda sul piano formale e penale, sempre nel corso del 2017 il nome di Bruno Contrada è tornato al centro dell’attenzione investigativa a seguito di una serie di perquisizioni domiciliari disposte nell’ambito di inchieste della Procura di Reggio Calabria su attentati alle forze dell’ordine e sui misteri irrisolti legati ai rapporti tra apparati deviati e mafia. Tali perquisizioni hanno interessato, oltre all’abitazione di Contrada, anche i luoghi riconducibili a figure chiave dei vecchi apparati investigativi e dei servizi, come l’ex poliziotto Guido Paolilli (condannato per avere occultato elementi di prova relativi all’omicidio di Antonino Agostino e sua moglie Ida Castelluccio) e il defunto Giovanni Aiello, l’agente di polizia dai tratti oscuri tristemente noto alle cronache come “faccia da mostro”. Perquisizioni che, secondo i legali di Contrada, rappresentavano la reazione di chi non si rassegnava alle decisioni giudiziarie, ma che testimoniano quanto la fitta trama di ombre e collegamenti tra uomini dello Stato e criminalità organizzata resti ancora oggetto di approfondimento investigativo.

Bruno Contrada e Boris Giuliano
Bruno Contrada con Boris Giuliano

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